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    DIETRO LE QUINTE

    di Gianluca Freda (07/10/2006 - 00:34)

    THE MAKING OF “LA GRANDE PALLA DELLE MISSIONI APOLLO”  (parte 1)


    “Appena un mese prima, gli astronauti dell’Apollo 11 Buzz Aldrin e Neil Armstrong avevano lasciato il loro collega, Michael Collins, a bordo del modulo Columbia e avevano camminato sulla Luna, anticipando di cinque mesi l’obiettivo del presidente Kennedy di portare un uomo sulla Luna prima che finisse il decennio. Il vecchio falegname mi chiese se credessi che fosse accaduto davvero. Certo, risposi, l’ho visto in televisione. Lui non era d’accordo; disse che non ci aveva creduto neanche per un attimo, che “quei tipi della televisione” potevano far sembrare reali cose che non lo erano. Allora pensai che fosse matto. Ma durante i miei otto anni a Washington ho visto alla TV cose che mi hanno spinto a chiedermi se non fosse solo in anticipo sui tempi”.
                                                                          (Bill Clinton, dall’autobiografia My life, 2004)  

    “Frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora”
                                                                              (Guglielmo di Occam)


    OMBRE SULLA LUNA



    Secondo la NASA, la foto qui sopra raffigurerebbe l’ombra del LEM che si avvicina alla superficie lunare. A giudicare dalle dimensioni, è più probabile che si tratti dell’astronave di Galactus. Infatti, raffrontando le proporzioni dell’ombra con quelle dei crateri, l’ombra in questione dovrebbe essere lunga una settantina di chilometri, chilometro più, chilometro meno. Se mai vi capitasse, vivendo sulla luna, di farvi un giro col parapendio, rischiereste di oscurare mezzo emisfero. Evitatelo.


    Del resto non sono solo le ombre dei trabiccoli terrestri a essere smisurate, sulla Luna. Le ombre di queste montagne, se fossero vere, sarebbero lunghe qualche migliaio di chilometri. Ciò è vagamente risibile. Già immagino Paolo Attivissimo e i suoi seguaci prodursi in complesse spiegazioni astronomiche sulla propagazione dei raggi luminosi in assenza di atmosfera. Da seguace di Guglielmo di Occam e del suo rasoio, vorrei provare a dare al fenomeno una spiegazione un po’ meno complessa. Ad esempio quella che vedete qui sotto.





    Questi enormi modelli della superficie lunare sono noti come LOLA (Lunar Orbit and Letdown Approach Simulator) e vennero realizzati a metà degli anni ’60 all’interno del Langley Research Center in Virginia, che, guarda caso, si trova ad un tiro di schioppo dalla sede centrale della CIA.

    Il LRC è anche il centro in cui si tennero le “esercitazioni” degli astronauti delle missioni Apollo. Leggi: è probabilmente il luogo in cui vennero ripresi la maggior parte dei filmati e delle fotografie delle finte missioni lunari. Quando c’è di mezzo la CIA, le esercitazioni tendono a trasformarsi in realtà e viceversa. Qualcosa del genere avvenne anche l’11 settembre 2001, quando una serie di esercitazioni militari che “simulavano” un attacco aereo al World Trade Center, si trasformarono come per magia, in un attacco reale. Il modello che vedete nella terza foto, debitamente illuminato, servì a girare i filmati degli atterraggi e dei decolli del modulo lunare. La sagoma di questa enorme sfera è visibile – come ho già fatto notare in altri articoli – sullo sfondo di moltissime fotografie delle missioni Apollo. La vicinanza dell’illuminazione alla superficie del modello è, ovviamente, la causa della lunghezza delle ombre. Pregasi notare il mastro pittore, che svolge il suo lavoro stando in piedi su un sistema di rotaie anzichè su una comune impalcatura. Perché le rotaie? Ma ovviamente per far scorrere il carrello con cui si giravano i piani sequenza degli “avvicinamenti alla superficie lunare”, come si usava ad Hollywood in quell’epoca, quando la Steadicam non era ancora stata inventata. 



    Questi sono i cameramen del LRC in azione.


    GUARDA MAMMA, SENZA FILI!


    Bella questa foto del modulo di comando Columbia, vero? Ma... che è quel coso, simile a un’antenna, che spunta dal modulo? Sarà mica un filo che lo tiene appeso? Eddai, ragazzi, mica si pretende che diventiate Kubrick, ma un minimo di realismo negli effetti speciali...


    Ecco così va meglio. Niente fili e la foto è un po’ più convincente. Già. Ma come avranno fatto a scattarla gli astronauti dell’Apollo, centrando il soggetto con tale perfezione? L’hanno scattata dal Lem in avvicinamento? Se la sono fatta scattare da un turista di passaggio?


    Niente di tutto ciò. Si tratta di un antichissimo trucco hollywoodiano, cioè di un modellino incastonato in un vetro e poi fotografato su uno sfondo che riproduce la superficie lunare. Lo potete vedere qui sopra in una foto del Natonal Film Board of Canada. Se chiedete a Paolo Attivissimo, vi spiegherà che tutti questi modellini rappresentano solo un’esercitazione e non dimostrano un bel niente. Sì, vabbè, ma qualcuno saprebbe spiegarmi perché mai, per andare sulla Luna, uno dovrebbe esercitarsi con le miniature?


    TENETE PULITO IL VOSTRO SATELLITE


    La foto qui sopra, scattata al solito Langley Research Center, è piuttosto eloquente e la lascio parlare da sé. Inutile dire che si tratta della solita “esercitazione”. Anche qui, non si capisce perché mai si sia sentita la necessità di far svolgere l’esercitazione sullo sfondo di quel curioso pannello nero. Perfezionismo? E’ interessante notare che quella specie di lettiera per gatti stesa in terra a simulare il suolo lunare, oltre a essere straordinariamente simile al suolo lunare visto nelle vere (si fa per dire) foto delle missioni Apollo, ha uno spessore di pochi centimetri. Il che spiegherebbe perchè i poveri astronauti (almeno quelli della prima missione), ogni volta che piantavano in terra la bandiera americana, erano costretti a reggerla con le mani perché non cascasse.




    Più tardi si pensò di rimediare a questo increscioso inconveniente nel modo che vedete qui sopra. L’uomo delle foto è Gene Cernan (Apollo 17) che si esercita a piantare la bandiera su un apposito supporto, assai più professionale. Cernan, nel 1999, ha pubblicato un libro intitolato The Last Man on the Moon, in cui afferma che durante la sua passeggiata sulla Luna aveva l’impressione di essere osservato da altre persone. Ettelocredo! Nella foto ci sono sua moglie e sua figlia, venute a trovarlo sul lavoro, senza contare i tecnici, i fotografi e i cameramen. Alla stazione di Lambrate, nell’ora di punta, c’è meno gente. 


    Sempre a proposito di esercitazioni, qui c’è un altro astronauta che si esercita a scendere la scaletta del LEM. Praticamente la NASA non ha lasciato nulla al caso. I suoi astronauti si sono esercitati a fare proprio tutto. Piantare bandiere, salire e scendere scalette, saltellare qua e là appesi a fili di metallo, passeggiare su lettiere per gatti curiosamente identiche alla superficie lunare... si sono dimenticati solo un paio di esercitazioni, su questioni del tutto secondarie. 
    Ad esempio, NESSUNO SI E’ MAI CURATO DI TESTARE IL MODULO LUNARE prima della missione dell’Apollo 11, nè di fare le prove del ritorno a terra. In pratica, nonostante il programma spaziale avesse avuto già i suoi incidenti e i suoi morti, gli ingegneri della NASA avrebbero mandato tre uomini sulla Luna su un modulo lunare mai messo alla prova. La NASA afferma che i suoi tecnici erano così sicuri del buon funzionamento del LEM che non c’era nessun bisogno di fare delle prove. Ebbè, certo. E poi si sarebbe portato via del tempo a esercitazioni ben più importanti: piantare bandiere, scendere scalette, giocare coi modellini del Columbia e zompettare per un hangar  appesi a una fune come mortadelle. Prima le cose serie, perbacco.


    Altro giro, altra esercitazione. Quello che vedete è un falso cratere lunare, creato sempre a scopo didattico all’esterno del solito LRC. Il falso cratere somiglia moltissimo a quello vero (si fa per dire) fotografato sulla luna (si fa sempre per dire) che vedete qui sotto.


    Per ricreare all’esterno della struttura una superficie lunare su cui poter eseguire le loro riprese, i direttori del LRC avevano fatto cospargere il terreno di una mistura di sabbia e carbone che aveva reso felici i gatti del vicinato, ai quali non pareva vero di poter espletare le proprie funzioni su un terreno così soffice e comodo. Per ripulire il sito dagli escrementi felini venivano impiegate apposite squadre di operatori ecologici. La foto qui sotto l’ho trovata su un sito internet, priva di indicazioni. E' probabile che si tratti - in questo caso - solo di un fotomontaggio burlesco,anche se, a questo punto, non mi stupirei di nulla.



    (Fine prima parte – Continua)

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