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L'ULTIMO ARTICOLO DI BRAD WILL

by Gianluca Freda (29/10/2006 - 16:35)

Tradotto dal Comitato Chiapas "Maribel" – Bergamo
Fotografie tratte da NarcoNews
 
MORTE A OAXACA
Un’altra morte nella resistenza di mesi a Oaxaca, Messico
di Brad Will
 
alba del 16 ottobre
Ieri sono andato a fare un giro con la brava gente di Oaxaca - veramente camminavo da tutto il giorno. Nel pomeriggio mi hanno mostrato dove le pallottole hanno colpito il muro. Hanno contato il numero di pallottole che potevano. Mi ha ricordato il portone della casa di amadou diallos, ma là c'erano i graffiti prima che cominciasse la sparatoria. Una pallottola che non avevano contato era ancora nella sua testa. Aveva 41 anni, Alejandro Garcia Hernandez, sulla barricata del quartiere ogni notte. Quella notte era uscito per raggiungere sua moglie e i figli per far passare un'ambulanza. Un camioncino ha tentato di proseguire. Lui s'è preso la pallottola quando ha detto loro che non potevano passare. Non l'avevano mai fatto. Quei militari in abiti civili hanno sparato.
Un giovane che vuole essere chiamato solamente Marco era con loro quando sono avvenuti gli spari. Una pallottola gli ha trapassato la spalla. Era sotto shock quando l'abbiamo incontrato. 19 anni, non l'aveva ancora detto ai suoi. Ha detto di essere stato sulle barricate ogni notte e che ci sarebbe ritornato non appena le ferite si fossero chiuse.
Solo giorni prima c'era stata una delegazione di senatori in visita per verificare l'ingovernabilità dello stato. Ci hanno provato. La voce è girata per fermare il resto del governo. In dozzine sono usciti dal centro della città con bastoni e bombole di vernice. Hanno preso tre autobus e sono andati per tutta la mattina nei palazzi del governo ad informarli che erano chiusi. Abbiamo apprezzato la loro cooperazione volontaria. Quando sono ripartiti dopo l'ultima fermata, sono comparsi tre uomini armati che hanno cominciato a sparare. Due autobus erano già stati portati via. 10 minuti di battaglia con lancio di pietre razzi e urla. Un ferito alla testa. Un altro alla gamba. Sono andati da soli all'ospedale mentre continuava la battaglia. Un appello alla radio e sono arrivate persone da tutte le parti. Gli uomini amati erano intorno all'edificio. Sono andati via. Forse dentro. Non è sicuro. Allerta. Sono stati avvistati dei poliziotti in borghese appostati intorno all'ospedale e la gente è corsa a proteggere i feriti.
Cosa si può dire di questo movimento. Questo momento rivoluzionario. Si sa che si sta costruendo, crescendo, plasmando. Lo puoi sentire. Cercando disperatamente una democrazia diretta. In novembre la APPO terrà una conferenza a livello statale per la formazione di un'Assemblea Statale del Popolo di Oaxaca (AEPO). In questo momento sono 11 gli stati, tra i 33 stati messicani, ad aver dichiarato la formazione di assemblee popolari come la APPO. Alcune dall'altra parte negli Stati Uniti - I marines sono tornati in mare anche se la polizia federale che ha devastato Atenco resta nelle vicinanze - Nel nuovo accampamento in Messico è iniziato uno sciopero della fame. Il senato può espellere URO. Chi sarà il prossimo nessuno lo sa. E' un puntino luminoso attraverso un vetro pronto a bruciare o mostrare la strada. E' chiaro che questo è più di uno sciopero, più dell'espulsione di un governatore, più di un blocco, più di una coalizione di settori. E' una vera rivolta di popolo. Dopo decenni di PRI regolato da corruzione, frode e pallottole la gente è stanca. Lo chiamano il tiranno. Parlano di distruggere questo autoritarismo. Non puoi non sentire il bisbiglio della giungla Lacandona nelle strade. Ad ogni angolo di strada decidono di resistere insieme. Lo vedi sui loro volti. Indigeni, donne, bambini. Così coraggiosi. In allerta nella notte. Orgogliosi e risoluti.
Ho camminato dalla barricata di Alejandro con un gruppo di simpatizzanti che venivano da una zona di periferia, ad un mezz'ora di distanza. Procedevo con gente furiosa, diretta verso l'obitorio. Sono entrato e l’ho visto. Non ho visto molti cadaveri nella mia vita. Ti opprimono. Un mucchio di cadaveri senza nome in un angolo. Il numero del morto, chi era più o meno. Niente refrigerazione. L'odore. Hanno dovuto aprirgli il cranio per estrarre la pallottola. Sono tornato con lui e con gli altri.
Ed ora Alejandro aspetta nello zocálo, come gli altri nei loro presidi, aspetta ad un punto morto, un cambiamento, una via d'uscita, una strada per proseguire, una soluzione… sperando che la terra si muova e si apra, aspettando che arrivi novembre per potersi sedere coi suoi cari nel Giorno dei Morti, per condividere cibo, bibite e canti… aspetta che la piazza si consegni a lui e scoppi… da solo aspetterà fino alla mattina ma questa notte spera che il governatore e i suoi prezzolati se ne vadano e non ritornino mai… una morte in più, un martire in più in una guerra sporca… un'occasione in più per piangere e sentire il dolore… un'occasione in più per conoscere il potere e la sua malvagità… una pallottola più cattiva nella notte… un’altra notte sulle barricate… alcuni fanno un falò, altri si coricano a dormire, ma tutti stanno con lui mentre si riposa per un'altra notte nella sua guardia"…
 
 
Gli assassini di Brad Will, fotografati e identificati da El Universal.
Da sinistra: Juan Carlos Soriano Velasco (maglietta rossa),
poliziotto detto “El Chapulín”; Manuel Aguilar (giacca scura),
capo del personale del municipio, e Avel Santiago Zárate
(camicia rossa), dirigente della sicurezza pubblica.
 
 
(Qui c'era una fotografia poi eliminata perché controversa)

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SER LIBRE NO ES FÁCIL...

by Gianluca Freda (29/10/2006 - 14:00)



La rivolta della città messicana di Oaxaca inizia il 22 maggio di quest’anno, quando gruppi di insegnanti istituiscono un piantone rivendicando aumenti salariali. Al centro della protesta si pone la Sezione 22 del Magistero Democratico, una corporazione che da 26 anni rivendica miglioramenti per l’educazione ed il salario. Parte della sua strategia sono gli scioperi che si realizzano ogni anno nella vigilia del rinnovo del contratto. Constatando l’indifferenza e l’inadempienza del governo, il 22 maggio i maestri di Oaxaca istituiscono un presidio nello Zócalo della città, che occupa quasi 40 isolati. Bloccano il Palazzo del Governo, il Congresso statale, la Procura Statale, la Protezione Civile e molti altri enti. Venerdì 2 giugno Ulises Ruiz Ortiz, governatore dello stato di Oaxaca, intima ai maestri di tornare al lavoro il lunedì successivo, minacciando di denunciarli per abbandono della funzione. Ruiz è un autentico emblema della corruzione dell’apparato di potere messicano. Esercita la sua carica da un albergo di lusso di Città del Messico, delegando il governo al suo braccio destro Jorge Franco Vargas, già picchiatore dell’università statale Benito Juarez. Ruiz è un governatore virtuale.Non conosce la città che governa, non ci vive nemmeno, le sue attività principali consistono nell’appaltare opere pubbliche a parenti e amici e nel finanziare la campagna elettorale di Roberto Madrazo, candidato presidenziale del Pri (poi trombato alle elezioni del 2 luglio scorso, quelle vinte con l’imbroglio da Felipe Calderón). I maestri di Oaxaca rifiutano l’ultimatum e rafforzano i presìdi. Il 14 giugno, un paio di settimane prima delle elezioni presidenziali, Ruiz ordina alla polizia di sgomberare il centro della città dai presìdi dei maestri in lotta.


La repressione viene attuata con violenza inaudita. Lo sgombero inizia alle 4 di mattina ad opera di circa 2500 poliziotti ministeriali che entrano nell’accampamento dei maestri, aggredendo i manifestanti e sparando lacrimogeni di fabbricazione USA. Diversi manifestanti vengono uccisi nell’aggressione, almeno cinque donne denunciano aggressioni sessuali da parte dei poliziotti, il che esacerba gli animi e spinge i maestri di Oaxaca, appoggiati adesso dalla gran parte della popolazione, a resistere. Gli scontri durano per tutta la mattina. Il popolo di Oaxaca combatte per il controllo dello Zócalo contro la Polizia Preventiva Federale (PFP), l’Unità di Polizia per le Operazioni Speciali e la Polizia Ministeriale. I manifestanti difendono palmo a palmo gli isolati dello Zócalo erigendo barricate e utilizzando come armi machete, pali e pietre e proteggendosi con gli scudi e i caschi strappati agli assalitori. Vengono organizzate brigate di maestri per assistere la gente con acqua, aceto e coca-cola, per contrastare gli effetti dei lacrimogeni. Alle 9.30 della mattina la polizia si ritira e lo Zócalo torna nelle mani dei manifestanti. Da allora la popolazione di Oaxaca si è riunita in un comitato di lotta permanente chiamato APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca) che oggi aggrega più di 350 organizzazioni di tutto lo stato e ha la sua voce di lotta in Radio Plantón, che si può ascoltare anche su internet all’indirizzo www.asambleapopulardeoaxaca.com ).


Venerdì scorso era scaduto l’ultimatum di 72 ore che la APPO aveva dato al governatore Ruiz per presentare le dimissioni. Ruiz, ovviamente, ha rifiutato e la risposta della APPO è stata il rafforzamento delle barricate, il blocco delle principali vie di comunicazione e il boicottaggio delle principali catene commerciali. Questo ha scatenato la reazione del governo statale che ha dato via libera ai paramilitari, integrati da poliziotti in borghese e funzionari governativi, per la repressione della rivolta. Il sodalizio tra il governatore Ruiz (Pri) e il partito di governo (Pan) è stato reso necessario dalla debolezza di quest’ultimo. Infatti, il prossimo 1° dicembre dovrebbe aver luogo il passaggio di poteri tra l’attuale presidente, Vicente Fox, e il neoeletto (con l’imbroglio) Felipe Calderón. L’insediamento del nuovo presidente del Pan è giustamente contestato, tanto che Lopez Obador – il candidato di sinistra “sconfitto” da Calderón alle presienziali – il 20 novembre prossimo ha intenzione di proclamarsi pubblicamente “presidente legittimo”, appoggiato dalle numerose manifestazioni di piazza che da luglio si susseguono in tutto il paese. In questa situazione il Pan ha un disperato bisogno dell’appoggio del Pri ed ecco spiegato il supporto fornito dal governo statale alla repressione della lotta di Oaxaca.


Da ieri all’aeroporto di Oaxaca continuano ad arrivare voli carichi di agenti del PFP incaricati di eprimere la rivolta. Sono attesi circa 4000 uomini, un piccolo esercito. Ieri la violenza dei paramilitari e della polizia governativa ha già fatto quattro morti tra i manifestanti, tra cui l’attivista newyorchese di Indymedia Bradley Roland Will, alla cui morte il Manifesto di oggi ha dedicato la prima pagina. Will è stato ucciso mentre cercava di documentare la resistenza del popolo di Oaxaca sulle barricate allestite in Santa Lucia del Camino. QUI  potete vedere alcune delle immagini girate da Brad Will negli ultimi giorni. Un altro degli uccisi è il maestro Emilio Alonso Fabian, la cui uccisione è documentata da questo filmato di Indymedia. Ci sono decine di feriti e centinaia di persone arrestate o scomparse. Il presidente Fox ha intenzione di reprimere nel sangue la rivolta di Oaxaca, per rendere chiaro a tutti il destino che attende chi osa alzare la testa contro la ferocia dello stato e dei suoi interessi. L’APPO sul suo sito ha lanciato un appello alla resistenza:


Facciamo appello a tutte le organizzazioni solidali, a tutti i fronti, alla società civile del Messico e del mondo perché intraprendano mobilitazioni pacifiche allo scopo di impedire questo bagno di sangue al quale anche il governo federale di Vicente Fox ha dato il proprio supporto.

Facciamo appello alle organizzazioni per i diritti umani nazionali e internazionali, alla stampa nazionale e internazionale perché vengano nella città di Oaxaca a constatare la violenza che sta generando il governo di Ulises Ruiz al quale si sono aggiunti Vicente Fox e Calderón.  


Aggiornamenti su:

www.asambleapopulardeoaxaca.com

www.ipsnet.it/chiapas/unotiz06.htm  (in italiano)

mexico.indymedia.org/Oaxaca 

www.jornada.unam.mx/2006/10/29/index.php   (sito de La Jornada)

narconews.com
                                 


                                              

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IL RITORNO DEL GRANDE STATISTA

by Gianluca Freda (27/10/2006 - 21:05)



Ed ecco che Berlusconi torna ad auspicare l’inciucio, come già aveva fatto nell’immediato dopo elezioni, seguito a ruota da tutti i membri della sua ex-coalizione. Perfino quelli come Casini, che lo rinnegavano fino a pochi giorni or sono, preparandosi a portare a compimento il regicidio, ora hanno cambiato idea. La prospettiva di un immondo pastone di governo, in cui le poltrone di destra e di sinistra si rimescolino in un armonico concordato tra i culi destinati ad occuparle, è così allettante per tutti da spingere perfino i reprobi dell’UDC a riesumare l’antico vassallaggio verso il cavaliere. Il quale è ormai politicamente così bollito da non poter più sperare, nonostante i proclami e nonostante la caduta verticale di consenso verso il governo Prodi, di vincere un’eventuale tornata di elezioni anticipate. Lo sa benissimo e sa che se il broglio elettorale non è andato a buon fine neppure mentre era al governo - con Pisanu nella stanza dei bottoni e i  neocon americani che avevano ancora la forza e la voglia di assisterlo – figuriamoci se potrebbe funzionare oggi. Molto meglio un bell’inciucio bipartisan, che consentirebbe alla sua spompata coalizione allo sbando di leccarsi le ferite su comode poltrone, che alleviano le rivalità e consentono di tirare il fiato mentre si torna a fare progetti per il futuro.

Berlusconi e i suoi vassalli sanno bene che una caduta del governo Prodi, in questo momento, non sarebbe affatto la loro salvezza, ma la loro rovina definitiva. Una crisi di governo, con la  prevedibile ennesima sconfitta del centrodestra alle future elezioni pur di fronte ad un centrosinistra così impopolare e logorato, sarebbe per l’avventura politica berlusconiana una definitiva pietra tombale. Il centrodestra si ritroverebbe in un vicolo cieco, con un elettorato deluso e sconfitto, con una dirigenza senza più appeal. Il ritorno alle urne, se da un lato renderebbe certamente evidente il disgusto e la delusione degli elettori di sinistra verso l’attuale leadership dell'Unione, renderebbe anche più palese l’assoluta inesistenza di una leadership all’interno del centrodestra. Le elezioni anticipate, insomma, farebbero molto più male ai pretendenti al trono che ai sovrani decaduti. Il che è l’ennesimo, ottimo motivo per sperare che il governo Prodi cada alla svelta, prima di fare ulteriori danni al paese e alla sinistra italiana.

Ogni mattina è per me un’esperienza dolorosa e desolante aprire il giornale e leggere le ultime cazzate sparate da questo o quel ministro o sottosegetario del governo Prodi,  le nuove calate di brache, i terribili progetti che la maggioranza ha in cantiere e su cui vorrebbe impostare – dio ce ne scampi – la politica dei prossimi anni. La finanziaria cambia faccia ogni giorno e ormai per capire quale sarà il suo aspetto definitivo occorrerebbe la divinazione di un aruspice. Il programma elettorale con cui l’Unione si era presentata agli elettori viene messo sotto i piedi ogni giorno e ormai nessuno se ne stupisce o se ne lamenta più. Ad esempio, dalla lettura della relazione tecnica che accompagna il disegno di legge della Finanziaria si può ricavare l’intenzione del governo di tagliare 50.000 docenti alla scuola, taglio denunciato dalle organizzazioni sindacali e non ancora smentito dal governo. Il che equivale ad una conferma indiretta, una conferma poco coraggiosa e poco limpida. Ma non si doveva invertire la rotta rispetto ai drammatici anni della scuola morattiana? Tra i tanti orrori nascosti tra le pieghe della finanziaria c’è il cosiddetto ddl Lanzillotta, che liberalizza obbligatoriamente i servizi pubblici locali (trasporti, rifiuti, ecc. ad esclusione della rete idrica). Voglio proprio vedere se neppure su questo i membri della cosiddetta “sinistra radicale” – ammutoliti dopo aver affondato il deretano nel velluto delle poltrone -  troveranno qualcosa da dire.

Oppure: Piero Fassino, intervistato da Repubblica, fissa l’agenda del nascente partito democratico, ispirata ai più tetri parametri liberisti-riformisti. La solita riforma delle pensioni, leggi ennesima batosta ai pensionati, diventata ormai un appuntamento fisso con qualunque governo; riforma degli ammortizzatori sociali “compatibile con i cambiamenti del mercato del lavoro”, vale a dire niente consolidamento dei diritti dei lavoratori precari, semmai qualche spicciolo di elemosina statale in più; “più mobilità e flessibilità nella pubblica amministrazione”, e ti pareva, così potranno licenziare i dipendenti entrati tramite concorso e ficcarci i loro raccomandati tramite le agenzie interinali; liberalizzazioni radicali su servizi pubblici, energia e professioni, e speriamo che quando dicono “liberalizzazioni” non intendano “privatizzazioni” cioè svendita all’ingrosso agli imprenditori loro sodali di quel poco di pubblico che è rimasto in Italia. Del resto, se le liberalizzazioni di cui Fassino parla venissero fatte col coraggio da leone dimostrato in occasione della protesta dei tassisti, il mio consiglio sarebbe di rinunciare in partenza e di evitare altre figure barbine.

Questo presunto governo di sinistra non mostra di voler attuare una discontinuità neanche minima rispetto alle politiche di destra del governo Berlusconi. La riforma Castelli, nonostante le proteste dei magistrati,  non è stata abrogata e l’Unione ha già spiegato in Senato di non volerne la cancellazione neppure in relazione al punto critico della separazione delle carriere. Il ddl Mastella si è limitato a prendere tempo, rinviando tale separazione al 31 luglio prossimo, cosa che ha fatto annunciare a Magistratura Democratica l’inizio di una “vertenza dura e senza sconti” contro il governo, in un tono tornato alla durezza degli anni più bui del berlusconismo. Non parliamo delle politiche del lavoro, sulle quali il governo ha deciso di seguire la strada populistica e inutile della redistribuzione – sempre che ci sia - di pochi spiccioli, continuando ad ascoltare sempre e solo le ragioni dell’impresa, senza minimamente toccare la mostruosa precarizzazione del lavoro se non creata, perlomeno santificata dalla legge Biagi, che peggiora le condizioni di vita delle persone senza giovare alle aziende.

E potremmo continuare su mille altre temi: il rifiuto, espresso da Amato, di intervenire su quegli autentici gulag per immigrati che sono i cpt, vero orrore nazista in un paese che non potrà mai dirsi democratico finché tali strutture permarranno sul territorio; la totale assenza di una politica abitativa, con il problema della casa diventato autentica emergenza sociale da quando l’edilizia popolare è morta e molti comuni non fanno nemmeno più i bandi per le case; il permanere di un’impostazione xenofoba e antiaraba nell’indole del governo, come si è visto nell’appoggio bipartisan offerto alle stronzate della Santanchè, a cui fa riscontro l’ostinazione nel sostenere la politica genocida di USA e Israele; la vergogna del segreto di stato posto sul rapimento di Abu Omar,  estremo tentativo di salvare il culo ai vertici criminali dei nostri servizi segreti; l’indulto salva-criminali-politici; e così via.

Coloro che credono sia prudente turarsi il naso e tenersi questo governo per 5 anni per timore di un ritorno berlusconiano, riflettano su questo: Berlusconi in questo momento è debole. Non ha una coalizione. La sua leadership è mal tollerata dai suoi alleati. I suoi elettori sono delusi da un’esperienza di governo indecorosa che è troppo recente per essere già dimenticata. Non avremo mai più un Berlusconi così debole. Cinque anni di governo Prodi gli daranno il tempo di riorganizzarsi, come è già accaduto in passato. I mezzi propagandistici non gli mancano di certo. Nel frattempo la sinistra si sarà resa così impopolare con le sue indecenti “riforme”, con i suoi litigi, con il suo servilismo verso americani e giudei, con la sua corruzione che nessun elettore di questo paese avrà più la forza di votarla. Nessun naso umano può contenere un così alto numero di mollette.  La caduta di Prodi, oggi, ci darebbe un’occasione irripetibile di liberarci di Berlusconi, indebolire l’aberrante “sinistra riformista” asservita alle banche europee, rafforzare quelle “forze di svolta” che sono presenti, ma isolate e nettamente minoritarie, nel Parlamento. Non avremo mai più un’occasione simile. Sono il tempo, l’avidità e la pavidità di questa sinistra che giocano a favore di Berlusconi e rischiano di rimetterlo in sella. Lui lo sa ed è per questo che propone inciuci dilatori,  prendendosi pure del “grande statista” da alleati che fino a ieri lo trattavano da scemo di guerra.
Questo governo indegno deve cadere al più presto e la sua caduta, oggi,  potrebbe essere l’inizio di una reazione a catena liberatrice. La sua sopravvivenza potrà solo perpetuare la nostra decadenza per chissà quanti altri lustri. E’ l’ultimo treno prima che sulla Repubblica Italiana e sulla sua breve avventura scenda una notte che potrebbe essere molto buia. Sarebbe bello non perderlo.                

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SANTANCHE' QUESTO E' PER TE

by Gianluca Freda (26/10/2006 - 00:05)



Nell’ottobre 2005 Daniela Santanchè, la nota parlamentare di AN, salutò gli studenti che protestavano a Roma contro la riforma Moratti sollevando l’ossuto ditino medio della mano e rivolgendolo sogghignando, sculettante e sfottente, al loro indirizzo. Vorrei pertanto dedicare alla Santanchè, le cui recenti traversie mi hanno profondamente scosso, lo stesso simpatico saluto, in segno d’empatia e di fraterna solidarietà umana.

Parliamo ora di cose serie.

Daniela Santanchè è autrice di un volume – del quale non cito il titolo perché la pubblicità gratuita la faccio solo ai libri che mi piacciono – che si inserisce in quell’ampio filone secondo il quale la responsabilità dei maltrattamenti delle “donne islamiche” non sarebbe da attribuire ai cretini che le maltrattano, ma al Corano, a Maometto, ad Allah e all’intera storia della genìa non occidentale. Un po’ come se io incolpassi l’intera cultura occidentale, da Talete a Popper, dell’esistenza della Santanchè e la invitassi all’espiazione. E’ curioso notare come, nell’ottica santanchiana (santanchena? Santanchistica? Insomma, di quella tipa lì) i bruti che menano e maltrattano le mogli islamiche non sono personalmente responsabili della moralità delle loro azioni. Sono la loro religione e la loro cultura che gli fanno fare queste brutte cose. Un consiglio agli amici misogini di religione islamica: miei cari, vi conviene convertirvi al più presto ad una religione diversa, che potrete scegliere tra un’ampia gamma di culti certificati e garantiti (avventismo, scintoismo, culto di Baal, ecc.). Dopodichè potrete rompere le ossa di vostra moglie in santa pace – come molti mariti occidentali già fanno con successo – senza che la Santanchè venga a sfracassarvi i maroni. Date retta, fate un affare.  

Ordunque, armata della sua cultura e delle sue formidabili argomentazioni – quindi praticamente nuda come Giovanna D’Arco – la Santanchè si è recata qualche sera fa in non so quale programma televisivo a spiegare all’imam di Segrate com’è fatto e che cosa dice il Corano. L’imam, comprensibilmente irritato, le ha dato – a ragion veduta - dell’ignorante, chiamandola in sostanza col suo nome di battesimo. Apriti cielo. L’intero mondo politico italiano, da Rauti a Diliberto, si è schierato a coorte in difesa della povera Santanchè, brutalizzata dall’imam sciovinista. Il giorno dopo, sulle pagine del Corriere, Magdi Allam ha spiegato – con la consueta competenza e accendendo una fiammella di speranza nei cuori di molti italiani – che nella lingua imamica dare dell’ignorante a un’ignorante equivale a una fatwa, una condanna a morte. Risultato: la Santanchè è stata immediatamente dotata di scorta armata (pagata coi soldi indovinate di chi) dimostrando per l’ennesima volta che in Italia non capire una mazza di niente è un’attività estremamente profittevole e redditizia.

E’ una fortuna per l’Italia che io non abbia ancora deciso di adire il cursus honorum che conduce alla professione di imam. Se lo facessi e poi dichiarassi pubblicamente tutto ciò che penso della Santanchè e dei suoi scritti, dispensando qualche consiglio sugli insospettati usi alternativi a cui possono prestarsi, lo stato italiano sarebbe costretto a dotare la nota parlamentare di AN di un incrociatore da guerra e di almeno una ventina di postazioni antimissile, con un notevole aggravio dell’entità della manovra finanziaria.

 La tesi della Santanchè e dei suoi seguaci è che le “donne islamiche” – intese come categoria kantiana che spazia dalle nigeriane, alle pakistane, alle cittadine degli Emirati, senza distinzione, abbracciando praticamente l’intero orbe terracqueo -  sarebbero costrette a portare il velo dalla prepotenza dei mariti, ideologicamente avallata, a sua volta, dal dettato coranico. Gli basterebbe leggere un’intervista come questa per capire che stanno dicendo un cumulo di cazzate. O ascoltare ciò che potrebbero spiegargli le molte donne musulmane che abitano nelle nostre città e per le quali il velo è un abito come un altro e fa parte delle semplici abitudini di abbigliamento. Gli basterebbe saper distinguere un Hijab da un Burqa. Gli basterebbe conoscere un po’ di storia della cultura su cui pretendono di erudire gli imam per sapere che il velo non è legato alla tradizione religiosa e non nasce affatto con Maometto, ma esisteva già molti secoli prima, come dimostrano le attestazioni della sua presenza nell’impero persiano o i quadri occidentali che raffigurano Madonne e sante velate.

In Tunisia, quando Tunisi si chiamava ancora Cartagine e neppure gli antenati di Maometto avevano ancora emesso i primi vagiti, già Tertulliano – rimproverando le giovinette vezzose che si toglievano il velo dal volto – scriveva: «Noi vi ammoniamo… a non deviare dalla disciplina del velo, neppure un attimo, perché non potete rifiutarlo… a giudicarvi saranno le donne dell´Arabia [la penisola arabica, all´epoca pagana, cristiana o giudaica] che coprono non solo la testa, ma anche la faccia, così interamente che preferiscono guardare con un occhio solo che prostituire l´intera faccia. Una donna dovrebbe guardare piuttosto che essere guardata». Maometto non prescrisse il velo, lo accettò come si accetta un capo d’abbigliamento di uso comune in voga da secoli.
Del resto, se i seguaci della Santanchè fossero in grado di leggere, ascoltare, distinguere, conoscere, non sarebbero seguaci della Santanchè.


Il velo è un’imposizione solo nei luoghi dominati da un integralismo fascista – come in certe zone dell’Algeria o nell’Afghanistan talebano – ma in questi casi l’imposizione di un abbigliamento “distintivo” non riguarda solo le donne, ma anche gli uomini, che sono costretti a portare barba e tonaca per seguire “l’esempio del Profeta”. Ciò ha ben poco a che fare con la religione e la cultura musulmana e moltissimo con la cultura fascista di qualsiasi latitudine. Nel 95% del mondo islamico il Hijab non è altro che un capo d’abbigliamento femminile di uso comune e tradizionale. In alcune zone è un vezzo modaiolo. A Tunisi, dove le donne di norma girano tranquillamente in bikini, a partire dal 2000 la moda del velo è andata diffondendosi a macchia d’olio. Si tratta di un velo bianco leggero che le donne di Tunisi indossano anche in spiaggia, quando fanno il bagno, stretto intorno al capo come una cuffietta da nuotatore. Dall’estate scorsa il velo bianco è diventano nero, in omaggio a Hezbollah e all’eroica resistenza opposta all’aggressione israeliana.

In alcuni paesi è stata proprio la barbarie occidentale a liberare – e spesso finanziare - quelle forze fasciste che impongono forme d’abbigliamento obbligatorie per uomini e donne. L’Iraq di Saddam Hussein era il paese più laico e socialmente avanzato del Medio Oriente prima che le guerre, gli embarghi e i genocidi americani lo rendessero l’inferno che è oggi. Un inferno nelle mani delle forze più retrograde del paese la cui violenza è notoriamente finanziata dagli USA, sotto il comando di John Negroponte, già regista degli squadroni della morte in Nicaragua. Ho già pubblicato su questo blog alcuni articoli tratti dal blog di Riverbend, una ragazza irakena che racconta come la situazione per le donne irakene sia diventata molto difficile e pericolosa solo dopo l’invasione americana. E’ da allora che andare in giro senza il velo, o anche solo andare in giro e basta, è diventato una scommessa contro la morte.    



A questo si aggiunga che l’incredibile violenza e stupidità degli europei e le loro crociate contro il velo stanno spingendo molte donne musulmane, che mai si sarebbero sognate di farlo in circostanze normali, a coprirsi il volto in segno di protesta e di affermazione di identità culturale. La violenza culturale dell’Europa colonizzata dal nichilismo americano, laido e ripugnante, è così ben integrata nel nostro costume che nemmeno riusciamo più a percepirla. Che cosa è più osceno: una cultura che impone alle sue donne di coprirsi o una che impone loro di scoprirsi, denudarsi, al cinema come nella pubblicità, nello spettacolo come nei percorsi di carriera? Non è forse indecente e violenta una società che misura il livello di libertà delle sue donne dalla loro possibilità di strapparsi tutto di dosso, anche a costo di non possedere più altra dote che il proprio corpo, anche a costo di fare violenza alle tradizioni non omologate e di calpestare e disprezzare un costume altrui vecchio di millenni?  

Se proprio vogliamo fare le pulci alla cultura araba, potremmo al limite dire che l’uso del velo è rivelatore di una mentalità patriarcale in cui la figura femminile – che del nucleo familiare è origine e punto d’aggregazione emotivo – si adegua ad un’immaginario maschile che la “chiude” verso l’esterno e la proietta verso l’interno nel ruolo di moglie e madre; laddove nelle società capitalistiche l’abbigliamento femminile “aperto” è indice invece della necessità di dirigere anche la donna verso il ruolo sociale di attore della produzione, a scapito del ruolo familiare. Non c’è dubbio che il velo sia comunque espressione – pur antichissima – di una struttura sociale di cui è il maschio l’artefice e che relega la donna al ruolo, senz’altro limitante, di madre e di moglie. Ma lo stesso avviene nelle società occidentali, dove l’”apertura” del ruolo e dell’abbigliamento femminile è il risultato di un’impostazione della società intorno alla produzione e alla fabbrica nella cui edificazione (all’epoca della rivoluzione industriale) le donne non hanno svolto alcun ruolo progettuale attivo, semmai quello passivo di ingranaggi di supplemento.



La Santanchè, che biasima il velo come espressione dell’asservimento della donna musulmana all’immaginario del maschio e al suo potere sociale, farebbe bene a darsi un’occhiata allo specchio. Per chi crede, la Santanchè, di indossare quei tailleur attillati, quei tacchi a spillo, quelle scollature vertiginose, quei braccialetti, quel trucco, quelle perline? Per se stessa? Per le altre donne? Come fa a non vedere che anche il suo abbigliamento è il segno dell’asservimento a un immaginario maschile, benché di segno opposto, di un maschio che non vuole la donna nel ruolo di mater familias ma in quello più redditizio di lavoratrice di fabbrica, di operaia, di impiegata, di integrazione della forza-lavoro? O di parlamentare, sulla cui scollatura l'ex ministro Gasparri si china laido ad annusare le poppe? La differenza con la cultura musulmana sta nel fatto che l’immaginario arabo limita – e dunque definisce - l’identità femminile ai ruoli interni al nucleo familiare, facendo del velo il punto di demarcazione tra la famiglia e l’esterno; l’immaginario maschile occidentale ANNULLA l’identità femminile, togliendole ogni velo, ogni confine e dunque ogni definizione; sbattendola nuda come un verme sui manifesti giganti che pubblicizzano calze, creme e divani, abbandonandola da sola, sola col proprio corpo e nient’altro, un pezzo di carne senza identità al servizio del metodo di produzione capitalistico.

Le donne arabe sanno di essere donne, non ingranaggi. Basta parlare con qualcuna di loro per vedere la differenza. Tristi o felici, con o senza velo, trovano la definizione di ciò che sono nel ruolo antico che svolgono, quello di fulcro della famiglia e quindi della loro società, che sulla famiglia è fondata. Parlano della loro genealogia (come facevano, tanto tempo fa, le nostre nonne), raccontano storie antiche, amano chiacchierare – nel bene o nel male – dei loro paesi d’origine, di cui si sentono le pietre fondanti. Hanno già un’identità. Non sono costrette a cercarla negli acquisti, nel lavoro, nell’apprezzamento di superiori che nel concepire la femminilità non vanno oltre l’anatomia. Non sono costrette, quando l’inconsistenza di ciò che sono appare intollerabile, a suggellare la propria evanescenza dissolvendosi nel buio di una discoteca o nei fumi farmacologici dei tranquillanti. Non sono costrette - come estremo rifugio – a elemosinare un surrogato di identità dalle presenze in TV, dai battibecchi queruli, dal ruolo di vittima che sanno ritagliarsi tarando mediaticamente la propria incompetenza in funzione di una prevedibile reazione. A volte penso che non siano affatto le donne musulmane, ma proprio le donne pseudo-emancipate come la Santanchè quelle a cui piace essere menate. Più che piacergli, ne hanno bisogno. Senza aggressioni, senza scontri, senza minacce, non hanno identità, non sono niente. Senza un imam che la minaccia, chi si ricorderebbe più che esiste una Santanchè? Mi menano, ergo sum.    

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L'ULTIMA RIVOLUZIONE (PARTE 2)

by Gianluca Freda (25/10/2006 - 01:27)


L'ULTIMA RIVOLUZIONE  (Parte 2)
di Aldous Huxley
Conferenza tenuta al Berkeley Language Center il 20 marzo 1962
Traduzione di Gianluca Freda


Sulla base di ciò che ho detto fin qui, penso si possa vedere chiaramente che le popolazioni umane possono essere classificate a seconda del loro grado di suggestionabilità. Ho il forte sospetto che questo 20% che abbiamo visto sia una percentuale presente in tutti i casi, e sospetto anche che non sarebbe difficile identificare e distinguere coloro che sono estremamente suggestionabili da coloro che non sono suggestionabili affatto e stabilire chi siano, invece, coloro che stanno a metà strada. E’ evidente che se nessuno fosse suggestionabile, le società organizzate non sarebbero possibili; e se tutti fossero fortemente suggestionabili, allora una dittatura sarebbe assolutamente inevitabile. E’ una vera fortuna che ci troviamo ad avere una maggioranza di persone moderatamente suggestionabili, che ci preservano dalla dittatura ma consentono la costituzione di una società organizzata. Ma, una volta appurato che esiste questo 20% di persone altamente suggestionabili, risulta chiaro che ciò rappresenta un problema di enorme rilevanza politica; ad esempio, qualsiasi demagogo che riesca a far presa su un ampio numero di questo 20% di persone e ad organizzarle, avrà la possibilità di rovesciare qualunque governo in qualunque paese.

Dopo tutto credo che abbiamo avuto, in anni recenti, il più incredibile esempio di ciò che si può fare grazie a metodi efficienti di suggestione e persuasione nella persona di Hitler. Chiunque abbia letto, ad esempio, la “Vita di Hitler” di Alan Bullock, non può fare a meno di provare un’atterrita ammirazione per questo genio infernale, che conosceva bene le debolezze umane, meglio, credo, di chiunque altro, e che sapeva sfruttarle con tutte le risorse che aveva a disposizione. Egli conosceva, intuitivamente, quella verità pavloviana per cui un condizionamento eseguito in uno stato di stress o di affaticamento va più in profondità di un condizionamento eseguito in altri momenti. Ecco perché tutti i suoi discorsi più importanti venivano pronunciati di sera. Egli lo dice in modo molto esplicito nel Mein Kampf : il motivo era che a sera la gente è più stanca e quindi meno in grado di resistere alla persuasione di quanto potrebbe fare durante il giorno. Con le tecniche che usava era riuscito a scoprire intuitivamente, e procedendo per tentativi, molte di quelle debolezze che oggi, grazie all’approccio scientifico, conosciamo molto meglio di lui.

Resta il fatto che questa differenza di suggestionabilità, questo diverso grado di resistenza all’ipnosi, deve essere preso in attenta considerazione in ogni discorso che riguardi i governi democratici. Se esiste davvero un 20% di popolazione che può essere suggestionato fino a fargli credere qualunque cosa, allora dobbiamo stare estremamente attenti a impedire l’ascesa di demagoghi che potrebbero guidare queste persone su posizioni estreme, organizzandole in grandi eserciti privati, molto, molto pericolosi, che potrebbero arrivare a rovesciare il governo.

Nel campo della persuasione oggi sappiamo molte più cose che in passato e ovviamente possediamo strumenti che possono moltiplicare la voce e le immagini dei demagoghi in maniera allucinante. Parlo della TV e della radio. Hitler faceva un uso massicio della radio, poteva parlare simultaneamente a milioni di persone. Questo crea uno scarto enorme tra i demagoghi antichi e quelli moderni. Il demagogo antico poteva suggestionare tante persone quante poteva raggiungerne la sua voce urlata a squarciagola, non di più; ma il demagogo moderno può raggiungerne letteralmente milioni allo stesso tempo e moltiplicando le proprie immagini può produrre quella sorta di effetto allucinatorio che è di enorme importanza nell’ipnosi e nella suggestione.

Dopo di che si può pensare a molti altri metodi, i quali, grazie al cielo, non sono ancora stati usati, ma che ovviamente potrebbero esserlo. Tra essi c’è, ad esempio, il metodo farmacologico, una delle cose di cui parlavo in MN. Avevo inventato una droga immaginaria chiamata SOMA, che naturalmente non può esistere nei termini in cui la presentavo nel romanzo, essendo allo stesso tempo uno stimolante, un narcotico e un allucinogeno; il che è piuttosto improbabile per una sostanza stupefacente. Ma il punto è che utilizando più sostanze si potrebbero ottenere anche oggi i risultati che descrivevo. E la cosa più interessante di queste nuove sostanze chimiche, di queste droghe che modificano la mente, è questa: nel corso della storia l’uomo ha sempre provato una forte attrazione per quelle sostanze chimiche in grado di alterare la mente, ha sempre desiderato prendersi una vacanza da se stesso. La cosa più straordinaria di tutte è che ogni narcotico, stimolante, sedativo o allucinogeno di cui aveva bisogno era già stato scoperto in natura fin dall’alba dei tempi. Neppure una di queste droghe naturali è stata scoperta dalla scienza moderna.

La scienza moderna possiede sistemi molto più efficaci per estrarre i princìpi attivi di queste droghe e ha scoperto, naturalmente, molti metodi per sintetizzare droghe estremamente potenti, ma la scoperta vera e propria dell’esistenza in natura di queste sostanze fu fatta dall’uomo primitivo, dio solo sa quanti secoli or sono. Per esempio in alcune abitazioni del neolitico, ritrovate durante scavi in Svizzera, sono state rinvenute foglie di papavero, il che significa che già a quell’epoca l’uomo conosceva questo narcotico antico, potente e pericoloso, molto prima che esistesse l’agricoltura. Sembra proprio che l’uomo fosse tossicodipendente molto prima di diventare contadino, il che è un modo piuttosto curioso di commentare la natura umana.

Ma la differenza tra le antiche droghe, le tradizionali generatrici di stati mentali alterati, e le nuove sostanze sta nel fatto che le prime erano estremamente nocive mentre le seconde non lo sono. Voglio dire che perfino droghe legali come l’alcool non sono del tutto innocue, come ben si sa; le altre droghe, quelle illegali come l’oppio e la cocaina, l’oppio e i suoi derivati, sono davvero molto nocive. Generano rapidamente dipendenza e in certi casi portano in breve tempo alla degenerazione fisica e alla morte.

La cosa più notevole è che una gran parte di queste sostanze che alterano la mente producono effetti enormi sul piano mentale del nostro essere, ma quasi nessuno sul piano fisiologico. Si hanno, ad esempio, effetti enormi con l’LSD-25 o con la psilocibina – una sostanza recentemente sintetizzata – che è il principio attivo del fungo sacro messicano. Si possono ottenere enormi effetti sulla mente senza produrre effetti fisiologici più seri di quelli che si otterrebbero bevendo un paio di cocktail. E questo è un effetto davvero straordinario.

E’ vero anche che le case farmaceutiche stanno producendo una grande quantità di queste nuove droghe meravigliose e la cura è quasi peggio della malattia. Ogni anno la nuova edizione dell’annuario di medicina contiene un capitolo sempre più lungo dedicato alle malattie iatrogeniche, cioè ai malanni provocati dai dottori. Ed è un fatto che molte di queste droghe meravigliose siano molto pericolose. Producono effetti straordinari e in condizioni critiche si dovrebbe sì usarle, ma con la massima cautela. Ma esiste anche un’intera categoria di droghe che influiscono sul sistema nervoso centrale, producendo enormi effetti sedativi, di euforia e di stimolazione dei processi mentali, senza creare alcun danno visibile al corpo umano, e questo rappresenta per me la più straordinaria delle rivoluzioni. Nelle mani di un dittatore queste sostanze potrebbero essere utilizzate, in un modo o nell’altro, in modo da non generare complicazioni fisiche e il risultato, come si può immaginare, sarebbe un’euforia che renderebbe le persone completamente felici anche nelle circostanze più abominevoli.

Queste cose sono possibili. La cosa straordinaria è che si possono fare anche con le vecchie droghe comuni. Anni fa un mio compagno di stanza, dopo aver letto il Paradiso perduto di Milton, commentò: “La birra ha fatto più di Milton per giustificare l’atteggiamento di Dio verso l’uomo”.  E la birra è senz’altro una droga molto primitiva se paragonata alle altre. Possiamo dire senz’altro che alcuni stimolanti psichici e certi nuovi allucinogeni possono fare molto più di Milton e di tutti i teologi messi insieme per far apparire più tollerabile il terrificante mistero della nostra esistenza. Ecco un’enorme area in cui la rivoluzione definitiva potrebbe funzionare molto bene, un’area in cui sarebbe possibile ottenere un controllo notevole non attraverso il terrore, ma facendo sembrare più gradevole la vita. Gradevole fino al punto – come dicevo prima – da spingere gli esseri umani ad apprezzare una condizione che, secondo standard umani decorosi e ragionevoli, non dovrebbero apprezzare affatto. Io credo che questo sia perfettamente realizzabile.

Vorrei anche parlare, molto brevemente, delle recenti scoperte nel campo della neurologia, riguardo l’impianto di elettrodi nel cervello. Queste tecniche sono state sperimentate su larga scala su cavie animali e in alcuni casi anche su pazienti affetti da demenza incurabile. Chiunque abbia osservato il comportamento di topi con elettrodi inseriti in diversi centri cerebrali esce da questa esperienza con una forte preoccupazione sul destino che potrebbe attenderci se mai a un dittatore venisse in mente di utilizzare questi metodi. Non molto tempo fa ho osservato alcuni di questi topi in un laboratorio dell’UCLA: c’erano due gruppi, il primo con elettrodi piantati nei centri del piacere. Questi topi avevano una barra, collegata all’elettrodo con un cavo, che poteva essere premuta e che generava per qualche istante una blanda corrente elettrica che stimolava i centri del piacere. I topi premevano questa barra circa 18.000 volte al giorno. Se un giorno gli si impediva di premerla, il giorno successivo la premevano 36.000 volte, continuando finché non crollavano completamente esausti. Non mangiavano, non si interessavano più all’altro sesso, ma semplicemente continuavano a premere questa barra.

I topi più interessanti erano quelli ai quali l’elettrodo era stato impiantato a metà strada tra i centri del piacere e quelli del dolore. Il risultato era un incrocio tra l’estasi più meravigliosa e allo stesso tempo una sensazione di tormento. Si vedevano i topi guardare la barra come se stessero pensando “essere o non essere questo è il problema”. Alla fine si avvicinavano e poi si ritraevano con questo [incomprensibile nell’audio, NdT], aspettavano un po’ e poi premevano la barra di nuovo. Era questa la cosa straordinaria.

In un recente numero di Scientific American ho notato un articolo molto interessante sulle sperimentazioni con elettrodi eseguite sul cervello delle galline. La tecnica è molto ingegnosa: gli si infila nel cervello una specie di spinotto con una vite sopra e in questo modo l’elettrodo può essere avvitato sempre più in profondità nella corteccia cerebrale. In qualsiasi momento si possono eseguire dei test in relazione alla profondità, che varia di poche frazioni di millimetro, sui punti che si stanno stimolando. Queste creature non vengono stimolate via cavo, ma viene loro applicato un radioricevitore miniaturizzato, che pesa meno di 30 grammi, con cui possono ricevere segnali a distanza. In pratica, mentre stanno correndo per il cortile, si può schiacciare un pulsante e l’area specifica del cervello in cui è stato impiantato l’elettrodo verrà stimolata. Si assiste così a quel fantastico fenomeno per cui una gallina che dorme si alza all’improvviso e inizia a correre, oppure una galina in movimento all’improvviso si accovaccia e si addormenta; o una gallina si accovaccia e inizia a comportarsi come se stesse covando un uovo o un gallo da combattimento cade preda della depressione.

Il controllo totale che si esercita con questi congegni è terrificante e in quei pochi casi in cui è stato sperimentato su esseri umani gravemente ammalati i risultati sono stati altrettanto rimarchevoli. L’estate scorsa, in Inghilterra, parlavo con Grey Walters, che è il più eminente esperto della tecnica EEG in Inghilterra. Mi diceva di aver visto, all’interno di alcuni manicomi, dei pazienti incurabili con qusti affari infilati nella testa, e questi pazienti soffrivano di depressione incontrollabile. Avevano questi elettrodi inseriti nei centri cerebrali del piacere e quando si sentivano veramente male schiacciavano un bottone sulla batteria che avevano in tasca e i risultati – così mi ha raccontato – erano stupefacenti. La bocca inclinata all’ingiù improvvisamente si risollevava e queste persone si sentivano gioiose e felici. Un’altra tecnica straordinaria che oggi è a nostra disposizione.

E’ ovvio che al momento queste tecniche non vengono utilizzate se non in via sperimentale, ma credo sia importante capire cosa sta succedendo per prendere confidenza con ciò che è già successo e quindi usare un po’ d’immaginazione per estrapolare e proiettare nel futuro ciò che potrebbe succedere. Cosa potrebbe succedere se queste tecniche fantastiche e poderose fossero usate da persone senza scrupoli dotate di autorità? Cosa mai succederebbe, che razza di società potremmo ottenere?

Ciò è particolarmente importante se si pensa che, guardando alla storia passata, fino ad oggi abbiamo sempre permesso a questi progressi tecnologici che modificano profondamente la nostra vita sociale e individuale di coglierci di sorpresa.  Mi sembra sia stato tra la fine del 18° e l’inizio del 19° secolo che le nuove macchine hanno consentito lo sviluppo dell’industria. Non era oltre le possibilità umane osservare ciò che stava accadendo, proiettarlo nel futuro e magari prevenire le terribli conseguenze che avrebbero devastato l’Inghilterra, buona parte dell’Europa Occidentale e questo paese per sessanta o settant’anni, gli orribili abusi del sistema industriale. E se una certa dose di previdenza fosse stata applicata in quel momento al problema e se la gente avesse prima cercato di capire cosa stava succedendo e poi usato l’immaginazione per capire cosa poteva succedere e quindi avesse elaborato gli strumenti per far sì che le peggiori applicazioni della tecnica non avessero luogo, allora credo che l’occidente si sarebbe risparmiato circa tre generazioni di miseria terribile imposta ai poveri di quell’epoca.

La stessa cosa vale per i progressi tecnologici odierni. Dobbiamo pensare ai problemi dell’automazione e – in modo più approfondito – a quelli che potrebbero sorgere grazie a queste tecniche, che potrebbero davvero contribuire a questa rivoluzione definitiva. Il nostro compito è di essere consapevoli di ciò che sta accadendo e di usare la nostra immaginazione per capire cosa potrebbe succedere, in che modo si potrebbe approfittarne e infine, se possibile, di provvedere affinché gli immensi poteri che oggi possediamo grazie a queste scoperte scientifiche e tecnologiche vengano usati a beneficio dell’umanità e non per la sua degradazione.           




               



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L'ATOMICA SU BAGHDAD

by Gianluca Freda (23/10/2006 - 19:59)

Ciò che potete vedere in questo video sono gli effetti dell’attacco sferrato della resistenza irachena ad un’installazione militare americana - denominata Camp Falcon - straripante di armi e munizioni di ogni genere. L’attacco è avvenuto l’11 ottobre scorso e la notizia è stata censurata da quasi tutti i media occidentali. E si capisce. Stando a ciò che leggo su questo sito, l’attacco avrebbe provocato almeno 300 morti tra militari, agenti della CIA e contractors americani e almeno un miliardo di dollari di danni in armamento militare. Diversa invece – ma non c’è molto da stupirsi – la versione dei siti dell’esercito americano, come questo, secondo i quali l’attacco non avrebbe provocato vittime. Ciò è quasi certamente falso. Come si vede dal filmato di Al Jazeera – ripreso da una telecamera fissa notturna a Baghdad - il rogo derivante dall’esplosione è enorme ed è visibile da molti chilometri di distanza. Difficile credere che un’installazione di quelle dimensioni fosse deserta. In particolare al minuto 3:57 del filmato si vede un "flash" spaventoso, che nonostante la distanza riempie all’improvviso tutto lo schermo; dopo di che sopra il sito dell’attacco compare un piccolo "fungo". Alcuni pensano perfino che nel deposito fosse stivata, tra le altre cose, un’arma atomica tattica – quelle che gli USA avevano accusato Saddam di avere, ha ha – il che spiegherebbe il tipo di esplosione che si vede nel filmato. Atomica o no, si tratta comunque, fino ad oggi, dell’attacco più grave mai portato dalla resistenza irakena ad un’installazione americana. Le armi fornite dai russi, se Dio vuole, a qualcosa cominciano a servire.

A questo indirizzo trovate le foto degli effetti dell’esplosione.

 

 

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L'ULTIMA RIVOLUZIONE

by Gianluca Freda (23/10/2006 - 00:56)


Aldous Huxley è il grande scrittore, morto nel 1963, autore di molti testi celeberrimi. Tra essi tutti ricorderanno Le porte della percezione, nel quale Huxley, dopo aver sperimentato su di sé gli effetti della mescalina, elaborava un’affascinante teoria sull’espansione della mente indotta dalle droghe e su come l’assunzione di stupefacenti potesse rivelare i segreti meccanismi della mente umana. Molti anni prima, nel 1932, Huxley aveva scritto Brave New World (Mondo Nuovo) il romanzo che è – insieme a 1984 di Orwell – la distopia più conosciuta e profetica della letteratura del Novecento. Girando per internet, mi sono imbattuto nel file audio di una conferenza che Huxley tenne, pochi mesi prima di morire, al Berkeley Language Center. Le cose che Huxley disse in quell’occasione mi sono sembrate di straordinaria attualità, così – non sapendo se il testo sia mai stato tradotto in italiano - ho pensato di tradurlo e pubblicarlo sul blog, in due parti.
Il file audio della conferenza – con la magia della voce di Huxley dal vivo – può essere ascoltato QUI (serve Real Player).



L’ULTIMA RIVOLUZIONE  (parte 1)
di Aldous Huxley
Testo della conferenza tenuta al Berkeley Language Center il 20 marzo 1962
Traduzione di Gianluca Freda

[...] Possiamo dire che nel passato tutte le rivoluzioni hanno avuto come obiettivo essenziale quello di modificare l’ambiente allo scopo di modificare l’individuo. Ci sono state rivoluzioni politiche, rivoluzioni economiche e – all’epoca della riforma protestante – una rivoluzione religiosa. Tutte queste rivoluzioni non miravano direttamente all’essere umano, ma a ciò che gli stava intorno. Attraverso una modifica dell’ambiente circostante si poteva ottenere – o eliminare – un effetto sull’essere umano.

Oggi credo che ci troviamo di fronte a ciò che potrebbe essere definita la rivoluzione definitiva, l’ultima rivoluzione, quella in cui l’uomo può agire in modo diretto sulla mente e sul corpo dei suoi simili. Inutile dire che la possibilità di esercitare un certo tipo di azione diretta sulla mente e sul corpo degli esseri umani è esistita fin dall’alba dei tempi. Ma era generalmente di natura violenta. Le tecniche del terrorismo sono note da tempo immemorabile e i popoli le hanno sempre impiegate con maggiore o minore raffinatezza, a volte con la più terribile crudeltà, altre con una certa dose di abilità acquisita attraverso una serie di prove ed errori, per scoprire quali fossero i modi migliori di sfruttare la tortura, la carcerazione e le costrizioni di ogni genere.

Ma come diceva, credo, Metternich molti anni fa, con le baionette si può fare di tutto tranne che sedercisi sopra. Se si vuole controllare una popolazione per un lungo periodo di tempo occorre che vi sia una certa misura di consenso, essendo difficile che il terrorismo puro e semplice possa funzionare a tempo indefinito. Esso può anche funzionare per molto tempo, ma io credo che prima o poi sia necessario introdurre un elemento di persuasione, un elemento che spinga le persone ad essere consenzienti a ciò che gli viene fatto.

Io penso che la natura della rivoluzione definitiva che abbiamo di fronte sia precisamente questa: siamo sul punto di sviluppare una serie di tecniche che consentiranno all’oligarchia al potere – che è sempre esistita e probabilmente sempre esisterà – di spingere le persone ad amare la propria schiavitù. Questa è, io credo, una rivoluzione di malvagità definitiva, ed è un problema al quale mi sono interessato per molti anni e su cui ho scritto 30 anni fa un romanzo, Mondo Nuovo, che descrive una società in cui vengono utilzzati tutti gli strumenti disponibili – e alcuni degli strumenti che allora immaginavo sarebbero stati disponibili nel futuro – prima di tutto per standardizzare la popolazione, appiattendo le fastidiose diversità tra gli esseri umani, per creare, diciamo così, modelli di esseri umani prodotti in serie e organizzati in un sistema di classi basato sulla conoscenza scientifica. Da allora mi sono interessato sempre di più a questo problema e ho notato con crescente raccapriccio che un gran numero delle previsioni che sembravano pura fantasia quando le feci 30 anni fa, si sono poi realizzate o sono sul punto di realizzarsi.

Un gran numero delle tecniche di cui parlavo sembrano essere già utilizzate. E sembra che vi sia una corsa generale verso questa rivoluzione definitiva, un sistema di controllo attraverso il quale è possibile far piacere alla gente una situazione che, secondo i normali standard, non dovrebbe piacergli affatto. Questo “apprezzamento della schiavitù”... questo sistema, come dicevo, è in evoluzione da anni e io sono sempre più interessato in ciò che sta avvenendo.

Vorrei brevemente paragonare la parabola descritta in Mondo Nuovo con un’altra parabola più recente, quella descritta da George Orwell nel suo libro 1984. Orwell scrisse il suo libro tra il 1945 e il 1948, nel momento in cui il regime di terrore stalinista era al suo apice e subito dopo il crollo del regime hitleriano. Il suo libro, per il quale ho una grande ammirazione – è un libro che rivela un grande talento e un’inventiva straordinaria – mostra una proiezione nel futuro del passato recente - di ciò che per lui era il passato recente - e dell’immediato presente; una proiezione nel futuro di una società in cui il controllo è interamente esercitato con il terrore e con continui attacchi alla mente e al corpo degli individui. 

Il mio libro, invece, fu scritto nel 1932, quando esisteva solo una forma di dittatura moderata, quella di Mussolini, quindi non era neppure sfiorato dall’idea del terrorismo; io ero perciò libero, in modi in cui Orwell non poteva esserlo, di immaginare altri metodi di controllo, metodi non violenti. Sono incline a pensare che le dittature scientifiche del futuro – e io credo che ci saranno dittature scientifiche in molte parti del mondo – saranno più vicine allo schema di Mondo Nuovo che a quello di 1984. Non certo perché i dittatori scientifici abbiano velleità umanitarie ma semplicemente perché lo schema di MN è molto più efficiente dell’altro.

Sempre che si riesca a convincere le persone a dare il proprio consenso allo status in cui vivono. Uno status di servitù, in cui le loro diversità vengono annullate e asservite ai metodi di produzione di massa a livello sociale; se si riesce a fare questo, allora si otterrà, probabilmente, una società molto più stabile e duratura. Una società controllabile molto più facilmente di una in cui il controllo sia garantito solo da manganelli, plotoni d’esecuzione e campi di concentramento. Quindi la mia sensazione è che il quadro di 1984 sia influenzato dall’immediato passato e dal presente in cui Orwell viveva, ma il presente e il passato di quegli anni non riflettono, io credo, il probabile corso di ciò che accadrà. Inutile dire che del terrorismo non ci libereremo mai, esso troverà sempre il modo di tornare alla superficie.

Io credo che via via che i dittatori diventeranno più scientifici, sempre più preoccupati del perfezionismo tecnico, del perfetto modo di governare la società, essi si interesseranno sempre più delle tecniche che ho immaginato e descritto – a partire da realtà esistenti – in MN. Mi sembra perciò che questa rivoluzione definitiva non sia molto lontana, che un gran numero di tecniche per realizzare questo tipo di controllo sia già qui, e che resti solo da vedere quando, dove e da chi esse saranno applicate per la prima volta su larga scala.

Lasciatemi parlare anche dei perfezionamenti apportati alle tecniche di terrorismo. Penso infatti che vi siano stati dei perfezionamenti. Pavlov, in fondo, aveva fatto osservazioni molto acute tanto sugli animali quanto sugli esseri umani. E aveva scoperto, tra le altre cose, che le tecniche di condizionamento, applicate ad animali e esseri umani in stato di stress fisico o psicologico, si radicavano molto in profondità nel corpo-mente della creatura ed erano molto difficili da estirpare. Esse sembravano radicarsi più profondamente rispetto ad altre forme di condizionamento.

Questo fatto è stato assodato in passato per via empirica. Molte di queste tecniche erano già in uso, ma la differenza tra gli antichi metodi intuitivi ed empirici e i nostri metodi è la stessa differenza che c’è tra il punto di vista artigianale, di chi procede a tentoni, e un punto di vista prettamente scientifico. Penso che ci sia una bella differenza tra noi e, diciamo, gli inquisitori del 16° secolo. Rispetto a loro, noi sappiamo con molta maggior precisione ciò che stiamo facendo e grazie alle nostre conoscenze teoriche possiamo dare ai nostri esperimenti un’estensione più ampia, nella certezza di produrre qualcosa che realmente funziona.

In tale contesto vorrei menzionare alcuni capitoli estremamente interessanti di Battle for the Mind, del dr. William Sargant, nei quali egli fa notare come alcuni dei grandi leader/maestri religiosi del passato utilizzassero intuitivamente metodi pavloviani. Sargant parla in particolare del metodo con cui Wesley otteneva conversioni che erano fondate essenzialmente sulla tecnica di portare lo stress psicologico al suo livello più alto, parlando del fuoco dell’inferno e rendendo così le persone estremamente vulnerabili alla suggestione, e poi abbassando improvvisamente il livello di stress offrendo la speranza del paradiso. Si tratta di un capitolo molto interessante, in cui si vede come, muovendosi su un terreno puramente intuitivo ed empirico, un abile psicologo naturale, quale Wesley era, fosse già riuscito a scoprire il metodo pavloviano.

Bene, noi oggi conosciamo il motivo per cui queste tecniche funzionavano e non c’è dubbio che, se lo volessimo, potremmo spingerle molto più in là di quanto fosse possibile in passato. Nella storia recente delle tecniche di lavaggio del cervello, applicate tanto ai prigionieri di guerra quanto ai ranghi più bassi del partito comunista cinese, si è visto che un’applicazione sistematica dei metodi pavloviani funziona con straordinaria efficacia. Non credo vi siano dubbi che, grazie a questi metodi, è stato possibile creare un intero esercito di uomini totalmente devoti. Il condizionamento è stato indotto da una sorta di iontoforesi psicologica che penetra fino nell’essere più profondo della persona e si spinge così in profondità che è poi molto difficile da estirpare. Questi metodi, io credo, sono un affinamento dei vecchi metodi di terrore, perché combinano metodi di terrore con metodi di accettazione. L’individuo viene sottoposto a uno stress di tipo terroristico, ma allo scopo di indurre un’accettazione volontaria dello stato psicologico in cui è stato condotto e della condizione in cui si trova.

Dunque, come dicevo, c’è stato un drastico perfezionamento delle tecniche di terrorismo. Ma adesso prendiamo in considerazione altre tecniche, non terroristiche, che servono a indurre consenso e a indurre le persone ad amare la propria schiavitù. Non posso elencarle tutte, perché non le conosco tutte, ma posso citare i metodi più ovvi, che possono già essere utilizzati e che sono basati su recenti scoperte scientifiche. Prima di tutto vi sono metodi legati alla suggestione e all’ipnosi.

Su questo argomento sappiamo oggi molte più cose che in passato. Gli uomini hanno sempre conosciuto la suggestione e anche se non conoscevano la parola “ipnosi”, certamente la praticavano in vari modi. Ma noi abbiamo - io credo - una conoscenza di questo argomento molto più ampia che in passato e possiamo usare questa conoscenza in modi in cui in passato non sarebbe stato possibile usarla. Ad esempio, una delle cose che sappiamo con certezza è che esiste una enorme differenza tra individuo e individuo riguardo al livello di suggestionabilità. Voglio dire, questo si è sempre saputo. Però oggi conosciamo molto approfonditamente la struttura statistica di una popolazione in relazione al suo livello di suggestionabilità. E’ molto interessante osservare le scoperte compiute nei diversi campi: il campo del’ipnosi, quello della somministrazione di placebo, quello della suggestione in condizioni di assopimento o sonno leggero. Si potrà scoprire che nelle rilevazioni continuano ad emergere sempre gli stessi ordini di grandezza. 

Si potrà scoprire, ad esempio, che – come sa ogni bravo ipnotista – il numero di persone che possono essere ipnotizzate con la massima facilità – [schiocca le dita] in questo modo – è circa del 20%; e che, sull’altro versante, esiste un numero corrispondente di persone che è estremamente difficile o quasi impossibile ipnotizzare. Nel mezzo, troviamo un’enorme quantità di persone che possono essere ipnotizzate con maggiore o minore difficoltà, che possono essere portate, gradualmente e con un po’ di lavoro, ad uno stato ipnotico; e le stesse percentuali le troviamo, ad esempio, in relazione alla somministrazione di placebo.

Tre o quattro anni fa, all’ospedale generale di Boston, fu fatto un grande esperimento su alcuni pazienti postoperatori: a centinaia di uomini e donne, che soffrivano di sintomi dolorosi di tipo similare dopo essere stati sottoposti ad operazioni difficili, fu consentito di richiedere un’iniezione ogni qualvolta il dolore si faceva insopportabile. Le iniezioni erano nel 50% dei casi di morfina, nel restante 50% dei casi di acqua. Il 20% delle persone sottoposte all’esperimento provò lo stesso sollievo tanto con l’acqua distillata quanto con la morfina. Circa il 20% non provò alcun sollievo con l’acqua distillata, e tra queste due categorie vi erano tutti coloro che provarono un sollievo parziale o occasionale.

Vediamo quindi, ancora una volta, lo stesso tipo di distribuzione. E, similarmente, riguardo a ciò che in MN chiamavo Ipnopedia -  l’isegnamento durante il sonno - non molto tempo fa parlavo con un tale che produce quei dischi che si possono ascoltare nella fase di sonno leggero, sapete, quei dischi per diventare ricchi, per la soddisfazione sessuale, per acquisire fiducia nelle vendite, eccetera. Mi disse che la cosa interessante era che questi dischi venivano venduti con la garanzia “soddisfatti o rimborsati” e che c’era una percentuale di acquirenti compresa tra il 15 e il 20% che scrivevano indignati, dicendo che i dischi non funzionavano e lui doveva restituirgli il denaro. D’altro canto, c’era un altro 20% di persone che scrivevano entusiaste, dicendo che ora erano molto più ricche, che la loro vita sessuale era migliore, ecc. ecc. E questi naturalmente erano clienti da sogno, quelli che compravano altri dischi. Tra gli uni e gli altri c’erano coloro che ottenevano scarsi risultati e dovevano essere incoraggiati con lettere che dicevano “Forza amico, insisti e ce la farai”. Costoro generalmente ottenevano risultati solo sul lungo periodo.

(continua)

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LE VISIONI BARBARICHE

by Gianluca Freda (22/10/2006 - 01:56)



Siete pronti a tutto? Reggetevi, perché state per apprendere qualcosa di sconcertante.
Pare che venerdì sera, su La7, Loredana Bertè, invitata come ospite al programma di Daria Bignardi Le Invasioni Barbariche abbia dichiarato che, durante una delle sue tante visite alla Casa Bianca, avrebbe conosciuto non solo Bush padre e Bush figlio, ma anche Osama Bin Laden, che gironzolava all’interno della residenza presidenziale americana come un amico di vecchia data! E lo era, infatti, visto che, come è noto, la famiglia Bin Laden e la famiglia Bush sono in affari da decenni, ma questo è davvero il colmo! Uno come Michael Moore ha sudato sette camicie per rivelare i legami di affari tra le due famiglie, e poi arriva la Bertè, fresca fresca, e ti porta una testimonianza oculare! Se solo la fonte fosse un po’ meno inattendibile avremmo lo scoop del secolo.   
Purtroppo non solo la fonte è inattendibile, ma è pure avallata da una testimonianza altrettanto poco credibile, quella dell’avvocato Carlo Taormina, il noto mitomane di stanza a Cogne, che ha dichiarato alla Voce della Campania:

"Sono molto amico di Loredana Bertè. Nei suoi frequenti viaggi negli Stati Uniti, ai tempi del matrimonio col famoso tennista svedese Bjorn Borg, Loredana era solita frequentare casa Bush. Vi andava spesso a pranzo o a cena. E fra i commensali più assidui di Bush senior vi era Bin Laden. Era proprio quella l’epoca in cui Bin Laden metteva su, per conto degli Usa, i campi di addestramento in Afghanistan e in Somalia".

A quanto sembra, subito dopo la scioccante dichiarazione, la trasmissione della Bignardi è stata interrotta per la pubblicità, proprio mentre la Bertè iniziava a fornire i dettagli del suo incontro. Finita la pubblicità, della faccenda non si è più parlato. Censura o semplice tentativo di stendere un velo su una sparata inverosimile e imbarazzante? Saebbe bello saperne di più.     

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L'AMERICA CHE MUORE

by Gianluca Freda (20/10/2006 - 21:49)


IL DELIRIO DI BUSH CANCELLA I VALORI DELL’OCCIDENTE

di Danilo Zolo      (da Il Manifesto del 20 ottobre 2006)

Il presidente Bush ha dunque promulgato il Military Commission Act che di fatto legalizza gli orrori di Guantanamo. E si tratta di una normativa che non colpisce soltanto i 14 presunti leader di Al Qaeda e gli oltre 400 detenuti rinchiusi a Guantanamo.

Sono almeno 14.000 gli stranieri sospettati di terrorismo, in gran parte islamici, che gli Stati Uniti tengono in carcere, senza capi di accusa e senza prove. Ma anche questa cifra è incerta. Nessuno sa – nessuno deve sapere – quante sono le persone sospettate di terrorismo che la CIA e le altre istituzioni di intelligence statunitensi detengono e torturano in prigioni segrete, sparse in tutto il mondo. Sono prigioni che proprio questo documento dichiara necessarie for protecting America e quindi legittime.

Oggi i diritti più elementari di migliaia di detenuti vengono cancellati “legalmente” e non più solo di fatto e con provvedimenti arbitrari. La nuova legge li sottopone al giudizio di tribunali militari speciali, le cui sentenze saranno inappellabili. Li priva dell’assistenza di avvocati di fiducia e li giudica sulla base di prove che possono restare segrete. Non solo sopprime qualsiasi limite legale alla detenzione, vietando i ricorsi di habeas corpus, ma consente anche condanne a morte decise sulla base di dichiarazioni ottenute con la tortura.

Infine, e soprattutto, legittima la tortura stessa. Sarà infatti il presidente George W. Bush a decidere caso per caso quali saranno i metodi da adottare negli interrogatori, consentendo, a sua discrezione, l’applicazione di “tecniche pesanti”. E’ noto che questo significa, come è accaduto ad Abu Ghraib, a Bagram, a Polj-Charki, l’uso di torture spietate come quelle termiche, acustiche e luminose che producono sofferenze crudeli e devastanti senza lasciare traccia sui corpi, o come lo schiaffeggiamento e lo scuotimento fisico prolungato che porta al delirio e allo svenimento. Ma può anche accadere che portino alla mutilazione o alla morte dei torturati.

Si tratta di gravssimi crimini di guerra di cui, in base alla terza Convenzione di Ginevra e al Trattato Internazionale contro la Tortura del 1984, i responsabili dovrebbero rispondere di fronte ad un’assise penale nazionale o internazionale: fra questi, anzitutto, i membri dell’amministrazione statunitense, incluso il presidente Bush e tutti i suoi principali collaboratori. Ma è chiaro che questo non avverrà mai.

Non avverrà perché gli Stati Uniti operano ormai come il soggetto di un nuovo “nomos della terra”, che crea ad libitum un nuovo diritto internazionale, ignorando qualsiasi regola che limiti la loro “sovranità imperiale”. Nel giugno scorso il Wall Street Journal ha rivelato che i consiglieri legali della presidenza hanno sostenuto in un lungo documento che il Presidente degli Stati Uniti, come commander in chief, non è tenuto a rispettare le norme internazionali che vietano la tortura.

Il Military Commission Act è dunque in perfetta continuità con una lunga serie di soprusi e di crimini che sovvertono in radice l’ordinamento giuridico internazionale: dalla non adesione al trattato contro le mine antiuomo, al rifiuto del protocollo di Kyoto sulla protezione dell’ambiente, al sabotaggio della Corte Penale Internazionale, alla violazione sistematica delle Convenzioni di Ginevra, alla teoria e alla pratica della guerra preventiva.

Con questo atto il presidente non solo ha infranto la logica stessa del sistema politico degli Stati Uniti e della grande tradizione giuridica e civile del rule of law e della divisione dei poteri. Bush ha lanciato una nuova sfida al mondo intero, in particolare al mondo islamico, accusato di volere la distruzione degli Stati Uniti come emblema della civiltà occidentale e dei suoi valori di libertà e di democrazia.

Il presidente Bush sembra ormai esprimersi personalmente e operare politicamente in forme che lo mostrano sempre più in preda a un odio delirante per i “nemici dell’America”. Ma il delirio, l’odio e le sanguinose guerre d’aggressione possono essere una risposta alla tragedia (con i suoi tanti lati oscuri) dell’11 settembre 2001?

E’ il suo un delirio di violenza, quasi un contagio riflessivo della violenza che le armate statunitensi hanno esercitato in questi anni e continuano ad esercitare nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq. E’ una furia nichilista che incolpa gli altri perché osano difendersi. E’ la malattia mortale di un occidente che nega i suoi stessi valori pretendendo di sconfiggere con metodi terroristici un terrorismo che è esattamente il prodotto del suo delirio di aggressività e di violenza.

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SCACCO MATTO AGLI STATI UNITI

by Gianluca Freda (18/10/2006 - 21:16)



            PUBBLICITA'   DELTA  LLOYD


di HENRY MAKOW (da www.savethemales.ca   Traduzione di Carlo Martini per www.comedonchisciotte.org)


Sembra che la Cina abbia avuto la meglio su George Junior ed i neo-con, oltre ad aver fatto fallire i piani di egemonia planetaria del Nuovo Ordine Mondiale, basati sul controllo del petrolio mediorientale e centro-asiatico.

Facendo sì che la sua procuratrice, la Corea del Nord, minacci la Corea del Sud ed il Giappone, la Cina ha salvato l'Iran e scritto l'epitaffio degli Stati Uniti in Iraq. Gli Usa non possono perseguire la loro strategia in Medio Oriente mentre disputano un'altra guerra nell'Asia nord-asiatica.

Quando una flotta navale degli Stati Uniti si precipitava verso l'Iran (a causa della sua ricerca nucleare), la Corea del Nord stava facendo esplodere armi nucleari e minacciando di attaccare il Giappone e gli Stati Uniti! Nulla potrebbe dimostrare meglio il fallimento della politica estera di Bush.

Nei termini della "Grande Scacchiera" di Brzezinski questo è "scacco matto" agli Stati Uniti e ad Israele, fantocci dei banchieri centrali di Londra. Gli Stati Uniti si sono già ritirati dalla provincia di Al Anbar. Il ritiro dal resto dell'Iraq è ora solo una questione di tempo.

Guardo le notizie televisive per capire come tira il vento, non per le "informazioni", e venerdì il vento era nuovo. La CBS aveva un gruppo di mezzibusti dell'élite che affrontava il tema: "Come possiamo uscire dall'Iraq?"

Uno ha detto, e lo sottoscrivo, "la teocrazia potrebbe essere il massimo a cui possiamo sperare; una democrazia liberale è impossibile". Hello?! Gli Stati Uniti possono trarre vantaggio dal mettere gli Ayatollah iraniani al potere!

Giovedì mattina, la Resistenza Irachena ha fatto saltare in aria il principale arsenale statunitense a Baghdad, uccidendo centinaia di soldati e distruggendo miliardi di dollari in armi. Quella era una vera notizia, dunque non è stata riportata.

Come sapete, il Capo di Stato Maggiore dell'esercito britannico ha detto che la Gran Bretagna ha bisogno di andarsene dall'Iraq. Anche i generali statunitensi sono in rivolta, I politici Usa hanno detto che dobbiamo negoziare con l'Iran. Decidete voi. La politica estera statunitense dominata dai neo-con è allo sbando. Tutto quello che resta da fare è salvarsi la faccia. I soldi facili sono stati fatti. E' ora di chiudere i battenti.

E' del tutto possibile che la Cina sia anch'essa controllata dagli Illuminati, e che la rivalità Usa-Cina terminerà alla fine nella guerra mondiale.

Ma nel frattempo spero che i responsabili per il fiasco iracheno saranno ripudiati. I Democratici saranno i beneficiari netti, nonostante siano egualmente responsabili. Potremmo forse tirare un respiro per un paio di anni, mentre i banchieri del Nuovo Ordine Mondiale scoprono altri modi per seppellire la civiltà occidentale e portarsi via la nostra libertà.

Nota: riconosco l'influenza del valido commento di Joseph Ehrlich. Egli si riferisce a Kim Jong-Il come all' "attentatore suicida" della Cina, che desidera fare ogni sacrificio. Nella sua ultima newsletter, egli sottolinea che ci sono stati tre terremoti che hanno afflitto il Giappone dall'ultimo test della Corea del Nord, e che gli scienziati confermano il test come causa.

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BATMAN CONTRO OSAMA

by Gianluca Freda (18/10/2006 - 02:19)


Frank Miller è stato per anni il mio secondo autore di fumetti preferito. Lo separava dalla vetta della mia personale hit-parade fumettistica solo il genio di Alan Moore, l’immenso autore inglese di Watchmen, V for Vendetta, Promethea, Swamp Thing e decine di altre serie a fumetti troppo straordinarie per non meritare il podio. Ma anche Frank Miller ha fatto cose straordinarie. Ha riscritto il mito di Batman con quelle pietre miliari del fumetto di ogni tempo che sono The Dark Knight Returns e Batman: Year One. Ha scritto la miglior saga di Devil di tutti i tempi, Born Again, e ricordo ancora la meraviglia che provai vent’anni fa nel leggere uno dopo l’altro quegli albi americani che Alessandro Distribuzoni mi spediva mensilmente da Bologna. Per un fumetto di supereroi si trattava di storie di una forza narrativa e di un realismo mai visto prima, roba da lasciare letteralmente a bocca spalancata. Abbandonati i supereroi, Frank Miller si inventò un’altra pietra miliare del fumetto, la saga di Sin City, quintessenza dell’hard boiled estremo, così esagerata e improbabile da risultare irresistibile. E poi I 300, la storia meravigliosamente illustrata (insieme alla moglie Lynn Varley) della battaglia delle Termopili. Il nome di Frank Miller è stato per me, almeno fino a pochi minuti fa, sinonimo di genialità pura. “Non ci vorrà mica Frank Miller”, ero solito ripetere di fronte ai problemi di non difficile risoluzione, sostituendo il nome dell’autore americano a quello del più noto (ma non più geniale) ideatore della teoria della relatività generale.

Poi.

Dieci minuti fa vengo a sapere che Frank Miller ha appena scritto e sceneggiato questa roba. Si chiama “Holy Terror, Batman!” ed è una graphic novel di circa 200 pagine in cui Osama Bin Laden, con al seguito il gotha di Al Qaeda al gran completo, attacca Gotham City, scontrandosi con il Cavaliere Oscuro in persona. Miller, parlando di questo suo nuovo lavoro – del quale pare vada molto orgoglioso – ha dichiarato che “si tratta di un’opera propagandistica in cui Batman prende Al Qaeda a calci nel culo”.
Hmmm. Accattivante, davvero.
Da oggi la mia classifica personale degli autori di fumetti preferiti è la seguente:

1 - Alan Moore

2 – Neil Gaiman    

3 – Garth Ennis     

4 – Frank Miller

E gli va ancora bene che Osama, come personaggio dei fumetti, è semplicemente perfetto. Un cattivo che può esistere solo nella fantasia di uno scrittore di romanzi d’appendice, di un autore di comics o di uno sceneggiatore della CIA.   Anche se una volta il vecchio Frank amava scegliere, come cattivi dei suoi fumetti, personaggi come Kingpin e il Joker, decisamente meno inverosimili.
    

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NAZISMO DI RITORNO

by Gianluca Freda (16/10/2006 - 22:51)



ORA POSSIAMO CHIAMARLO GENOCIDIO?
di Paul Craig Roberts

dal Baltimora Chronicle  (Traduzione di Gianluca Freda)

Quand’è che i “danni collaterali” superano così tanto le morti in combattimento che la guerra si trasforma in genocidio?

L’invasione illegale dell’Iraq da parte di Bush è costata la vita a 655.000 irakeni. Questa è la conclusione di una ricerca finanziata dal Centro Studi Internazionali del Massachusetts Institute of Technology e condotta da un gruppo di medici coordinati dagli epidemiologi della Johns Hopkins University. Il numero di questi decessi supera di gran lunga il tasso di mortalità esistente prima dell’invasione. L’invasione illegale di Bush ha innalzato il tasso di mortalità in Iraq da 5,5 morti su ogni 1000 persone all’anno fino a 13,3 su 1000 all’anno. Lo studio è stato pubblicato su The Lancet, la prestigiosa rivista medica britannica, ed è consultabile online sul sito del giornale.

La ricerca utilizza un metodo scientifico conosciuto come “campionamento settoriale”. I ricercatori hanno chiesto i certificati di morte per l’87% dei decessi, e in più del 90% dei casi le famiglie monitorate li hanno forniti. I casi di morte violenta sono circa 601.000, mentre i decessi per malattia e distruzione di infrastrutture civili sono circa 54.000. Le morti violente sono state causate da ferite da arma da fuoco, da raid aerei della coalizione e da autobombe.

Gilbert Burnham, epidemiologo della Johns Hopkins University, afferma: “Siamo molto sicuri di questi risultati”. Ronald Waldman, epidemiologo della Columbia University, sostiene che il metodo di rilevazione utilizzato è “sperimentato e sicuro” e che “questa è la migliore stima sulla mortalità che possediamo”.

Interrogato su questo rapporto, il presidente Bush ha dichiarato: “Non lo ritengo un rapporto credibile”. Bush, com’è noto, non ama la realtà ed è convinto che le notizie sgradite siano “propaganda del nemico”.  Questo è ciò che gli dicono i neocon che tirano i suoi fili e questo è ciò che lui crede.

Quanti di questi 655.000 morti erano “insorgenti” o terroristi?

Probabilmente l’1% e comunque non più del 2%. La “guerra al terrore” di Bush è, di fatto, una guerra contro i civili irakeni.

L’invasione di Bush ha anche scatenato un conflitto tra fazioni o guerra civile, per quanto il regime di Bush insista a negarlo. Perfino Bush è abbastanza sveglio da capire che “portare libertà e democrazia in Iraq” non è compatibile con lo scatenare una guerra civile in Iraq. Bush, fideisticamente, è convinto di stare portando “libertà e democrazia” in Iraq e perciò non può accettare il fatto di aver scatenato una guerra civile.

Le centinaia di migliaia di civili irakeni non sono le sole vittime innocenti dell’aggressione illegale di Bush. Il New York Times (11 ottobre) riferisce che documenti del Ministero per i Veterani mostrano che circa un soldato americano su 5 che abbia prestato servizio in Iraq o Afghanistan ne ha riportato una disabilità almeno parziale.

A oggi più di 100.000 soldati americani, veterani di queste guerre, hanno ottenuto il sussidio d’invalidità. Benché gli Stati Uniti non possano schierare in territorio irakeno più di 150.000 uomini alla volta, fino ad oggi sono un milione e mezzo i soldati che hanno servito in Iraq, 567.000 dei quali sono stati congedati, e tra questi 100.000 ricevono il sussidio di invalidità.

Paul Sullivan, direttore del Programma per i Veterani d’America, dice che l’attuale numero di feriti produrrà circa 400.000 veterani colpiti da disabilità tra il 30% e il 100%. A quanto sembra, una delle più gravi forme di disabilità è lo stress post-traumatico, che non conta come ferita fisica.

Quale vantaggio ha ottenuto l’America dalle guerre illegali di Bush, che hanno ucciso 655.000 irakeni, un numero imprecisato di afghani e hanno reso disabili quasi 400.000 soldati?

Secondo il National Intelligence Estimate americano e secondo quasi tutti gli esperti di questioni mediorientali, l’invasione di Bush ha radicalizzato il Medio Oriente musulmano, ha creato legioni di aspiranti terroristi, ha tolto credibilità ai governanti-fantoccio degli USA, ha messo in pericolo Israele e distrutto la reputazione americana.

Stiamo parlando di oltre un milione di vittime provocate dalle spudorate menzogne di Bush, Cheney, Rumsfeld, Rice, la cabala neoconservatrice assetata di sangue che occupa il gabinetto di Bush, e dai loro funzionari della propaganda piazzati nei media, soprattutto The Weekly Standard, Fox News, National Review, CNN e la pagina editoriale del Wall Street Journal. Il regime di Bush ha ingannato l’America e il mondo con le menzogne secondo le quali Saddam avrebbe avuto armi di distruzione di massa che i terroristi potevano rivolgere contro l’Occidente. Pronunciando discorsi che menzionavano continuamente l’Iraq in relazione all’11 settembre, il regime di Bush ha creato l’impressione diffusa, tuttora prevalente tra gli americani, che l’Iraq fosse responsabile dell’11 settembre.

Che razza di governo è quello capace di distruggere le vite di oltre un milione di persone, uccidendole o rendendole disabili, senza nessuna ragione valida?

Lo stesso governo che licenzia i propri avvocati quando svolgono il proprio dovere costituzionale. All’avvocato della Marina Ten. Cmdr. Charles Swift era stato assegnato il compito di ottenere contro Salim Hamdan una pronuncia di colpevolezza prima che questi fosse portato di fronte al tribunale militare incostituzionale che Bush ha creato per i detenuti di Guantanamo. Invece, il Cmdr. Swift fece il suo dovere e difese il proprio cliente, vincendo la causa presso la Corte Suprema. L’amministrazione Bush si vendicò bloccando la promozione el Cmdr. Swift, cosa che distrusse la sua carriera e lanciò a tutti gli avvocati militari e governativi il terribile messaggio che gli scrupoli costituzionali, nel regime di Bush, sono dannosi per la carriera. Chiunque difenda la Costituzione americana è nemico di Bush e el suo regime neocon.

Il regime di Bush sta procedendo esattamente come procedette il regime nazista.

Primo, eliminare dal governo ogni persona che possieda coscienza e integrità morale. Secondo, ridefinire il dovere come ossequio verso il leader. “Chi non è con noi è contro di noi” è una formula che non lascia spazio al dovere verso la Costituzione americana. Il patriottismo, ridefinito, non è più lealtà verso il paese e la sua Costituzione ma lealtà verso il capo del governo.

Gli americani sono troppo superficiali e distratti per rendersi conto del grave pericolo che il regime neoconservatore di Bush rappresenta per la libertà americana e per la stabilità del mondo. Le manovre dei neoconservatori per ottenere l’egemonia sul popolo americano e sul mondo intero sono simili alle manovre di Hitler. Hitler usò la superiorità razziale come giustificazione del diritto della Germania di sopraffare altri popoli e del diritto dell’elite nazista di dominare il popolo tedesco.

I neoconservatori usano invece la “eccezionalità americana” e la “guerra al terrore”. Non c’è una differenza concreta. A Hitler non interessava delle vite che falciava nei suoi maneggi per la supremazia più di quanto ai neoconservatori interessi dei 655.000 irakeni uccisi, dei 100.000 soldati americani resi invalidi e dei 2747 morti.

Quando Bush, il Decisionista, reclama poteri incostituzionali e utilizza i “signing statements” [1] per negare la legge americana ogni volta che la legge americana intralcia la sua leadership, somiglia molto a Hitler, il Fuhrer, che il 20 febbraio 1938 dichiarava al Reichstag: “Un uomo che abbia un senso del dovere così profondo da assumere la guida del proprio popolo, non risponde alle comuni leggi parlamentari né ad alcuna particolare concezione democratica, ma solo alla missione che gli è stata assegnata. E chiunque interferisca con questa missione è un nemico del popolo”.

“Sei con noi o contro di noi”.


[1] I “signing statements” sono delle dichiarazioni interpretative che il Presidente emette al momento della ratifica di una legge, potendo così aggirare le leggi approvate dal Congresso ogni qualvolta lo ritenga opportuno.



Paul Craig Robert è stato Assistente Segretario al Tesoro nell’amministrazione Reagan. E’ stato Associate Editor della pagina editoriale del Wall Street Journal e Contributing Editor del National Review. E’ coautore de La Tirannia delle Buone Intenzioni.

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LA GUERRA DEI POVERI

by Gianluca Freda (11/10/2006 - 21:47)

Non so in quanti lo hanno già visto, comunque questo filmato immortala i famosi “eroi di Nassiriya” in “missione di pace”, quelli a cui verranno presto dedicate una fiction televisiva e una cospicua porzione dei soldi ricavati dalle nostre tasse. Eccoli qua, gli eroi di Nassiriya: un branco di cazzoni sanguinari e semianalfabeti, che sparacchiano a casaccio contro tutto quel che gli capita a tiro; che strillano “porcoddio”, sghignazzando sguaiatamente come ubriachi all’osteria mentre svuotano i caricatori a casaccio; che abbaiano “annichiliscilo!” al compagno che punta le sue armi contro bersagli umani, incitandolo alla strage. Così cazzoni, ma così cazzoni che – come si vede nel filmato – nel delirio di onnipotenza bellica rischiano di farsi fuori l’uno con l’altro, prendendo di mira postazioni amiche e mettendosi a giracchiare sulla traiettoria delle mitragliatrici con cui i compagni sono intenti a fare bisboccia. Il dispendio di retorica e di scenografie hollywoodiane sulle missioni militari ha bisogno, in Italia, di essere più massiccio che altrove per giustificare, di fronte ai contribuenti, lo spreco di denaro pubblico a cui ci condanna il servilismo dei nostri governi verso gli USA. Sono pochi, infatti, i paesi con eserciti così impreparati, così sciatti, così repellenti a vedersi, quasi più repellenti della guerra stessa.
Una saggia massima recita: felice è quel paese che non ha bisogno d’eroi. Bene, noi di questi serial killer da bar sport abbiamo meno bisogno di un’unghia incarnita. Siamo decisamente felici. Il paese più felice del mondo.    


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L'ATOMICA COREANA

by Gianluca Freda (09/10/2006 - 18:58)



Solo dieci anni fa non avrei mai pensato di dirlo, ma oggi in un mondo in cui non siano i soli Stati Uniti - e i  loro alleati - a possedere armamenti nucleari, ma anche qualcuno dei paesi del cosiddetto "asse del male", mi sento molto, molto, molto più tranquillo.
Sono felice che la Corea del Nord abbia sperimentato l'atomica. Spero che l'Iran segua il suo esempio al più presto, prima di diventare oggetto di sperimentazione. 

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ANNA

by Gianluca Freda (09/10/2006 - 01:57)




I FIGLI DELLE “SPETZOPERATIONS” CECENE

di Anna Politkovskaya
da Novaya Gazeta del 19 maggio 2002
(Traduzione di Gianluca Freda)


Pensate ancora di dover sostenere la guerra in Cecenia perchè si sta cercando di raggiungere un obiettivo affinché le cose non peggiorino? In Russia siamo ormai arrivati al punto che ogni scolaro sa che in Cecenia c’è la “pulizia” e gli adulti non si curano più di fare precisazioni.

“Zachistka” [sono così chiamate le operazioni di rastrellamento nei villaggi ceceni, NdT] in questo senso significa selezionare qualcuno o qualcosa e noi, di sicuro, preferiamo non stare troppo a indagare chi o che cosa. Per aver attribuito questo significato a questa vecchia parola dobbiamo ringraziare la guerra in Cecenia e gli alti ufficiali militari che quotidianamente ci aggiornano in televisione sulle ultime notizie dalla Cecenia, ghetto della Russia, detto anche, in termini popolari, “Zona di Operazioni Anti-Terrorismo”.

Siamo al marzo 2002 e al trentesimo mese della seconda guerra cecena. “Zachistka”, se dobbiamo credere ai militari, è esattamente l’obiettivo delle attuali “misure speciali”. Dallo scorso novembre a oggi, assurde ondate di misure speciali hanno spazzato la Cecenia: Shali, Kurchaloy, Tsotsan-Yurt, Bachi-Yurt, Urus-Martan, Grozny; e poi ancora Shali, ancora Kurchaloy; Argun ancora e ancora; Chiri-Yurt.

Città e villaggi vengono assediati per giorni; le donne piangono; le famiglie cercano disperatamente di evacuare i propri figli adolescenti – non importa verso dove purché sia lontano dalla Cecenia; i vecchi dei villaggi inscenano manifestazioni di protesta. Finalmene veniamo rallegrati dal generale Moltenskoy in persona, nostro presunto comandante in capo del “Fronte Contro il Terrorismo”, addobbato di nastri e medaglie, là sullo schermo televisivo, pieno di adrenalina, in carne e ossa; e invariabilmene stagliato su uno sfondo di cadaveri e di villaggi “ripuliti”.

Il generale riporta alcuni “significativi successi” recentemente conseguiti. Ma Basayev non è ancora finito come Khattab [Shamil Basayev era il presunto capo del terrorismo ceceno, ucciso nel luglio scorso. Ibn-al-Khattab, il suo luogotenente, fu ucciso nel marzo 2002, NdT]... e sapete benissimo che qualcosa non quadra, perché da bambini siete andati a scuola e conoscete abbastanza l’aritmetica da saper addizionare le cifre dei combattenti nemici che dice di aver catturato durante l’ultimo inverno. Dovrebbero essere un intero reggimento. E lo stesso nella campagna militare dell’anno passato.

Allora, quanti combattenti sono ancora rimasti? Cosa implica esattamente uno “zachistka”? Qual’è la verità e chi è disposto a dirla? In cosa si sono in realtà traformate queste misure speciali? Qual’è il loro vero obiettivo? Ultimo e più importante, quali risultati hanno dato?


I SUOI OCCHI ERANO COSI’ CALMI

- Mi sono sentito sollevato quando ci hanno portati fuori per spararci.

- Sollevato? E i tuoi genitori? Non hai pensato a loro e a quanto si sarebbero disperati?

Mahomed Idigov, recentemente portato fuori per essere sparato, ha 16 anni.

E’ allievo di decimo grado della Scuola n°2 di Starye Atagi, nella provincia di Grozny. Porta i suoi jeans preferiti, un adorato registratore a cassette e una pila di cassette di musica pop che ama ascoltare. E’ un tipico ragazzo di 16 anni. L’unica cosa sconcertante di lui sono i suoi occhi, che hanno la calma fissità di quelli di un adulto. Non si intonano con il suo acne giovanile e la sua goffaggine di adolescente.

C’è qualcosa di sbagliato anche nel modo misurato in cui Mahomed parla di ciò che gli è stato fatto. Nel corso di uno “zachistka” è stato sottoposto allo stesso tipo di tortura con cavi elettrici degli adulti. Mentre erano sotto tortura, gli uomini pregavano gli ufficiali russi di non torturare il ragazzo e torturare invece loro al suo posto.

- Niente da fare - fu la risposta – i ragazzini ci danno ottime informazioni contro il terrorismo.

  Quando gli domando dei suoi genitori, Mahomed si ferma per un attimo. Le sue sopracciglia si inarcano finalmente come quelle di un bambino nel tentativo di non piangere. Ci riesce, e replica in modo chiaro e diretto, come quando si parla di qualcosa che è finito,

- Anche altre persone sono state uccise.

Infatti. Perché mai Mahomed avrebbe dovuto avere più fortuna di altre persone? Tutti sono nella stessa situazione. Lo “zachistka”di Starye Atagi – dal 28 gennaio al 5 febbraio – è stato la seconda volta che la città è stata “ripulita” nel 2002, e la ventesima volta dall’inizio della seconda guerra cecena.

E’ soggetta a “misure speciali” quasi ogni mese. La spiegazione ufficiale è plausibile: con una popolazione di circa 15.000 abitanti, Starye Atagi è una delle più grandi città della Cecenia. Si trova a 20 chilometri da Grozny e a 10 dal cosiddetto “Ponte del Lupo”, come i soldati russi chiamano l’entrata della gola di Argun. E’ considerato una zona rischiosa, piena di terroristi wahabiti e di loro simpatizzanti.

Ma che cos’ha a che fare tutto questo con Mahomed? La mattina del 1° febbraio, quando il ventesimo “zachistka” era nella sua fase più feroce, alcuni uomini mascherati prelevarono il ragazzo dalla sua casa di Nagornaya Street, lo gettarono come un tronco in un camion militare e lo portarono ad un “punto di smistamento”, dove fu torturato.

- Faceva molto freddo quel giorno. Prima ci fecero mettere “contro il muro” per diverse ore, che significa stare con le mani alzate e le gambe divaricate di fronte al muro. Se provi ad abbassare le braccia vieni immediatamente picchiato. Qualunque soldato che ti venga vicino può picchiarti. Mi sbottonarono la giacca, tirarono fuori il maglione e lo tagliarono a strisce con un coltello, come la giacca di un clown.

- Perché?

- Solo per farmi sentire di più il freddo. Lo vedevano che stavo tremando.

Non riesco a sopportarlo. Mahomed è troppo distaccato. Non riesco a sopportare quello sguardo calmo e pensoso mentre mi racconta la sua orribile storia. Vorrei che almeno questo bambino piangesse e mi desse qualcosa da fare. Allora potrei consolarlo.

- Ti hanno picchiato molto?

- Tutto il tempo. Sui fianchi. Poi mi hanno buttato a terra e mi hanno trascinato nel fango tenendomi per il collo.

- E perché? Sapevi perché lo stavano facendo?    

- Così. Per divertimento.      

- Ma cercavano di farti confessare qualcosa?     

- Per un giorno intero non mi chiesero nulla. Mi colpivano e basta. Mi portarono all’interrogatorio la sera. Interrogarono tre di noi. Mi mostrarono una lista e chiesero: “Quali di queste persone sono combattenti? Dove vanno a farsi curare le ferite? Chi è il dottore? Di chi è la casa in cui dormono? Chi tra i tuoi vicini gli fornisce il cibo?”. Io risposi “non lo so”.                  

- E loro cosa dissero?     

- Dissero, “Hai bisogno di un aiuto?”, e mi torturarono con la corrente elettrica. E’ questo che intendevano per aiuto. Mi collegarono a dei cavi e girarono una manopola, come quella di un telefono. Più la giravano, più forte era la corrente che mi passava attraverso. Mi chiesero anche dove fosse mio fratello, “il wahabita”.           

- E’ davvero un wahabita? 

- No, certo che no.           

- Tu che gli dicesti?      

- Non dissi niente.          

- E loro che fecero?      

- Mi fecero passare ancora la corrente attraverso.          


LA GUERRA E’ PERDUTA     

- Faceva male?      

La testa di Mahomed, sul suo collo sottile, crolla al di sotto delle spalle, nelle ginocchia ad angolo. Non vuole rispondere, ma è una risposta di cui ho bisogno.

- Faceva molto male, allora.      

- Sì, molto.    

- E’ per questo che ti sentisti sollevato quando ti portarono fuori per spararti?        

Mahomed trema come se avesse la febbre alta. Dietro di lui c’è una schiera di bottigliette medicinali con contagocce, siringhe, batuffoli d’ovatta, tubi.

- Per chi è questa roba? E’ per me. Mi hanno lesionato i reni e i polmoni.    

Nella stanza ci sono molte persone, ma è silenziosa come se fossimo in un bunker disabitato e insonorizzato. Gli uomini sono completamente immobili. Da qualche parte fuori dalla casa degli Idigov inizia il fuoco di sbarramento dell’artiglieria notturna, ma nessuno muove neanche un muscolo al suo rimbombo irregolare che sembra il suono di tamburi a un funerale.

Mi rendo conto che questa guerra, che per forza d’abitudine continuiamo a chiamare “operazione antiterrorismo”, è stata perduta. Non si può continuarla solo per la temporanea gratificazione di un gruppo di individui che sono impazziti molto tempo fa. Il silenzio è rotto dal padre di Mahomed, Isa, un uomo emaciato il cui viso è profondamente segnato dalla sofferenza.

- Sono stato ferito servendo nell’esercito sovietico. Ho combattuto a Sakhalin. So come vanno le cose. Durante l’ultimo “zachistka” hanno preso mio figlio maggiore. Lo hanno picchiato e poi lo hanno lasciato andare e io ho deciso di mandarlo più lontano che potevo, da persone che conosco, perché fosse al sicuro. Avevo forse torto? Nel corso di questo “zachistka” hanno storpiato il mio secondogenito, Mahomed. Cosa devo fare? Il mio figlio più piccolo ha già undici anni. Quanto tempo passerà prima che inizino a prendersela con lui? Nessuno dei miei figli sa tenere un fucile. Non bevono e non fumano”.

- Come possiamo vivere così? Non lo so come. So solo che tutto questo è inaccettabile.

Io lo so come siamo arrivati a questo: tutto il nostro paese si è preso per mano per seguire la guida dei nostri grandi uomini di stato (e non solo la Russia, ma anche l’Europa e l’America), e ora, all’inizio del ventunesimo secolo, accettiamo senza un sussurro che dei bambini vengano torturati in un ghetto europeo contemporaneo bugiardamente chiamato “zona di operazioni anti-terrorismo”. I bambini di questo ghetto non dimenticheranno mai ciò che abbiamo fatto.


TI E’ NATO UN BAMBINO MORTO?

“Zachistka” ebbe inizio il 28 gennaio. A sera molti soldati e veicoli corazzati circondavano il villaggio. All’alba sulle strade c’era uno sciame di APC con i numeri di serie coperti dal fango. Molto bassi, come se si stessero avvicinando per atterrare, alcuni elicotteri sorvolavano il villaggio, e le tegole, come foglie d’acero nel vento d’autunno, volavano via dai tetti, lasciandoli nudi. La mattina del 29 gennaio, Liza Yushayeva, che era al nono mese di gravidanza, entrò nel travaglio. Ciò accade spesso senza preavviso e senza tener conto dei tempi e dei parametri delle “spetzoperations” organizzate dal generale Vladimir Moltenskoy, che comanda le United Grouping in Cecenia. I parenti di Liza andarono a chiedere ai militari, che stavano nel vicino posto di blocco, di lasciar passare la donna incinta per portarla all’ospedale, ma loro non diedero il permesso per molto tempo. Le donne li insultavano ad alta voce, dicevano anche voi avete madri, mogli, sorelle. Ma loro rispondevano che erano venuti lì per uccidere quelli che erano vivi, non per aiutare quelli che dovevano nascere.

Alla fine, quando ai soldati sbollì la rabbia, le trattative ripresero, ma Liza non riuscì a percorrere quei 300 metri, che erano la distanza che la separava dal dottore, anch’egli circondato da truppe nella sua “cella di zachistka”. Così le trattative continuarono, si cercò di ottenere un veicolo, ma intanto il tempo passava. Finalmente Liza fu portata in ospedale. Ma una volta lì lo trovarono interamente circondato da altri soldati che fecero mettere Liza e il suo autista improvvisato contro il muro, come dei combattenti quando vengono catturati: mani sulla testa, gambe divaricate. Yushayeva sopportò “il muro” per un po’ di tempo e poi perse i sensi. Ben presto nacque un bambino, ma era morto.

Pensate ancora di dover sostenere questa guerra perchè si sta cercando di raggiungere un obiettivo affinché le cose non peggiorino? Le cose non possono più peggiorare. Abbiamo perso il senso della morale e del limite che avevamo appreso in tempi meno tumultuosi, e qualcosa di più vile e ripugnante di quanto avremmo mai potuto immaginare è eruttato dai recessi più tetri delle nostre anime.

- Hai mai provato a dare alla luce un bambino morto perché non ti è stato consentito di farlo nascere vivo? – chiede di punto in bianco, come un colpo di proiettile, una donna che si è affacciata alla stanza di Mahomed.

- Se conosci la risposta, sei ancora una persona felice.


Anna Politkovskaya da Stariye Atagi

       
 


           

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I GULAG AMERICANI

by Gianluca Freda (08/10/2006 - 13:54)


ORA CHE ANCHE VOI POTETE ESSERE CONSIDERATI “NEMICI COMBATTENTI”...

di Heather Wokusch   

(da www.commondreams.org   Traduzione di Gianluca Freda)

Poiché il Congresso ha recentemente conferito a Bush il potere di identificare anche i cittadini americani come “illegittimi nemici combattenti” e quindi di incarcerarli a tempo indefinito senza accuse, vale la pena di esaminare i dati relativi all’abuso sui prigionieri da parte del governo, nonché alla costruzione di nuovi penitenziari statali.

Da governatore del Texas (1995-2000) Bush autorizzò l’esecuzione di 152 prigionieri, diventando così il governatore più assassino della storia degli Stati Uniti. Gli appartenenti a minoranze etniche, molti dei quali non avevano la possibilità di accedere ad una rappresentanza legale degna di questo nome, costituirono un’ampia percentuale delle persone messe a morte da Bush, e, in un caso particolarmente significativo, Bush fece giustiziare un immigrato che non aveva neppure potuto parlare con un membro del consolato del suo paese (come richiesto dalla Convenzione di Vienna sulle Relazioni Consolari, firmata anche dagli USA). La giustificazione di Bush: “Il Texas non ha firmato la Convenzione di Vienna, quindi perché dovrei rispettarla?”.

Da governatore, Bush s’infischiò anche della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Minori, decidendo di far giustiziare condannati minorenni, una pratica attualmente condivisa solo da Iran, Pakistan, Arabia Saudita e Yemen. Significativamente, nel 1998 un buon 92% dei minorenni che Bush spedì nel braccio della morte appartenevano a minoranze etniche.

Le condizioni delle prigioni texane durante il regno di Bush erano tristemente note, tanto che il giudice federale William Wayne Justice scriveva: “Molti detenuti hanno rilasciato credibili testimonianze sul perpetuarsi di violenze, stupri ed estorsioni all’interno del sistema carcerario e sul fatto che di queste condizioni abnormi essi stessi sono stati vittime”.

Ad esempio, nel settembre 1996, fu videoregistrato un raid contro i detenuti di una prigione del Texas in cui le guardie carcerarie fecero uso di pistole stordenti e di un cane da attacco contro i prigionieri, che vennero poi trascinati nelle loro celle a faccia in giù.

I finanziamenti ai centri d’igiene mentale furono così scarsi durante il regno di Bush che le prigioni texane avevano un gran numero di detenuti con problemi psichici. Questi detenuti finirono nei bracci della morte, in violazione di ogni standard dei diritti umani. Ad esempio, un prigioniero di nome Emile Duhamel, affetto da gravi turbe psichiche e con un QI di 56, morì nella cella di un braccio della morte texano nel luglio 1998. Le autorità sostennero il decesso per “cause naturali”, ma è più probabile che Duhamel sia stato ucciso dall’ondata di caldo estivo che nelle celle senza aria condizionata superava i 38 gradi. Nessuno sa quanti altri prigionieri del Texas siano morti per simili trascuratezze durante il governatorato di Bush.

Da presidente, Bush presiede a una popolazione carceraria che supera i due milioni di persone, conferendo all’America il triste primato di paese con la più alta percentuale di propri cittadini dietro le sbarre rispetto a qualsiasi altro paese del mondo. Se si tiene conto (secondo le stime del 2003) che gli USA hanno tre volte più prigionieri pro capite dell’Iran e sette volte più della Germania, si deve concludere che il paese somiglia più a un Gulag che alla Terra della Libertà.

La Casa Bianca ha anche insabbiato le indagini sui circa 760 stranieri (per la maggior parte musulmani) che il governo USA ha arrestato dopo l’11 settembre, ufficialmente per violazione delle leggi sull’immigrazione. Amnesty International riporta che questi detenuti hanno dovuto subire “una serie di abusi verbali e psicologici da parte di ufficiali carcerari” e la negazione di “diritti umani fondamentali”.

E poi, naturalmente, c’è Guantanamo, dove gli USA tengono rinchiusi centinaia di detenuti in massima segretezza, senza che ad essi sia consentito di accedere alle corti di giustizia, alla difesa legale o al diritto di ricevere visite familiari. Si aggiungano le migliaia di afghani e irakeni che gli USA hanno imprigionato (tra cui un’ampia percentuale di civili innocenti), le innumerevoli prigioni segrete USA sparse per il globo e si vedrà come la carcerazione sia la merce nazionale più esportata.

Se Abu Ghraib ha fatto sdilinquire molti membri del governo in dichiarazioni d’indignazione e di protesta, vale la pena di ricordare che la Casa Bianca di Bush ha boicottato alla grande la Convenzione Internazionale Contro la Tortura, specialmente la proposta di istituire ispezioni di volontari all’interno delle prigioni e dei centri di detenzione dei paesi firmatari, come gli Stati Uniti.

Mettete insieme tutte queste cose e capirete che l’approvazone del Military Commission Act avvenuta la scorsa settimana è preoccupante per chi vive negli Stati Uniti. Come ha recentemente notato Bruce Ackerman sul Los Angeles Times, questa legge “autorizza il presidente a detenere cittadini americani quali nemici combattenti anche se essi non hanno mai lasciato gli Stati Uniti. E una volta gettati nelle prigioni militari, essi non potranno aspettarsi un processo tenuto da loro pari né alcuna protezione dalla Carta ei Diritti [Bill of Rights]”. I criteri assai vaghi con cui si viene ientificati come “nemici combattenti” (aver preso parte ad “atti ostili contro gli Stati Uniti”) non sono d’aiuto. Questa definizione si applica anche a chi protesta conro la guerra? O a chi critica Bush? Non è chiaro.

Nel 2002 l’ex ministro della giustizia John Ashcroft chiese la possibilità di detenere a tempo indeterminato cittadini americani considerati “nemici combattenti”, e benché all’epoca fosse stato ampiamente criticato, il Congresso è andato avanti e ha esaudito le sue richieste la scorsa settimana. Ashcroft aveva anche richiesto l’istituzione di campi d’internamento statali e, per accontentarlo, il governo USA ha erogato nel gennaio 2006 un finanziamento di 385 milioni di dollari alla Halliburton per la costruzione di centri di detenzione da utilizzare per “flussi inattesi di migranti o per ospitare persone dopo un disastro naturale o per nuovi programmi che richiedano ulteriori spazi detentivi”. Nuovi programmi che richiedano ulteriori spazi detentivi. Hmmm.

La sventurata approvazione del Military Commission Act, la costruzione di campi d’internamento nazionali, i molti esempi di “effetti collaterali” della cosiddetta “guerra al terrorismo” condotta dal governo e noi ignoriamo, a nostro rischio, questi crescenti assalti alle nostre libertà civili.

Idee d’Azione:

1 - Leggersi il Military Commission Act reperibile QUI. Scoprire come hanno votato i candidati al Congresso della vostra zona riguardo a questa legge e sollevare la questione quando a novembre verranno a chiedere il vostro voto.

2 – Per maggiori informazioni sugli abusi perpetrati dagli USA contro i prigionieri, vedere il rapporto della BBC “Torture Inc. America’s Brutal Prisons”. Testi e video sono reperibili QUI. Se volete saperne di più sui diritti dei detenuti, consultate il sito dell’American Civil Liberties Union

 3 – Per intraprendere azioni relativamente alle “condizioni dei prigionieri di Guantanamo Bay e altri detenuti incarcerati nell’ambito della Guerra al Terrorismo”, consultare www.cageprisoners.com


 
Heather Wokusch è autrice di The Progressives' Handbook: Get the Facts and Make a Difference Now (Volumi 1 e 2). Il suo sito è www.heatherwokusch.com          

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ATTENTO AL TFR!

by Gianluca Freda (08/10/2006 - 00:33)

Inviato da Giuseppe Freda

Ciao Gianluca

Leggendo il tuo articolo "FINANZIARIA: L'ITALIA SCHIOPPA" mi pare di cogliere un'imprecisione là dove dici: "Scippo del TFR, da cui lo stato pensa di ricavare 5 miliardi di euro (sfruttando la distrazione dei lavoratori che, per disinformazione, ne hanno lasciato inoptata la destinazione)".
La riforma del tfr, in vigore dall'1.1.08, lascia ai lavoratori 6 mesi (a decorrere dall'1.1.08) per optare.
Dunque al momento non dovrebbero esservi fondi inoptati.
Così la sapevo io, e così mi pare che la faccenda stia, come risulta dalla pagina http://www.rassegna.it/2006/attualita/articoli/finanziaria10.htm  :


Tfr

Si anticipa di sei mesi l’entrata in vigore della riforma (il primo luglio 2007 anziché il primo gennaio 2008) che nel giro di sei mesi farà confluire nei fondi pensione tutte le liquidazioni di chi non dirà esplicitamente di volerla mantenere in azienda. Con la manovra appena varata dall'esecutivo a luglio 2007 (con effetto retroattivo al 1 gennaio), laddove il dipendente scegliesse di non conferire la propria liquidazione a un fondo previdenziale privato, per il 65% andrebbe a finire in un fondo della tesoreria centrale dello Stato.


Inoltre lo scippo è alle imprese, non ai lavoratori. Attualmente le imprese iscrivono in bilancio la voce tfr a debito, e a debito dovrebbe iscriverla anche lo Stato o l'INPS che dir si voglia (i soldi restano dei lavoratori). E' questo il motivo per cui molti ritengono che l'UE dovrebbe bocciare questa voce della finanziaria, giacchè la finanziaria stessa la considera... un'entrata !!!! : ))
Ti dò un'altro link, dove è esposta la riforma (tuttora in vigore) della previdenza complementare:
 
Dunque secondo me quella tua frase dovrebbe essere mutata in "Scippo del TFR, da cui lo stato pensa di ricavare 5 miliardi di euro (sfruttando la distrazione dei lavoratori che, per disinformazione, ne LASCERANNO inoptata la destinazione)."
Ove dovesse viceversa risultare per certa la tua attuale versione... ebbene, sarebbe la (ennesima) catastrofe, perchè io sono uno di coloro che non ha optato per alcunchè !!!!  : ((((
In questo caso, fammi sapere.....
Un bacione


Naturalmente hai ragione su tutto. La colpa è mia che per la fretta ho messo nel testo un passato prossimo (hanno lasciato) al posto di un futuro anteriore (avranno lasciato). Anch'io, del resto, al momento non ho optato per un bel niente e se le cose stessero come il mio post, rileggendolo, sembra in effetti far intendere, sarei inguaiato. :))
Per fortuna per decidere cosa fare del TFR, se lasciarlo in azienda o destinarlo ai fondi pensione, c'è tempo fino a fine 2007.
Ciao.

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DIETRO LE QUINTE

by Gianluca Freda (07/10/2006 - 00:34)

THE MAKING OF “LA GRANDE PALLA DELLE MISSIONI APOLLO”  (parte 1)


“Appena un mese prima, gli astronauti dell’Apollo 11 Buzz Aldrin e Neil Armstrong avevano lasciato il loro collega, Michael Collins, a bordo del modulo Columbia e avevano camminato sulla Luna, anticipando di cinque mesi l’obiettivo del presidente Kennedy di portare un uomo sulla Luna prima che finisse il decennio. Il vecchio falegname mi chiese se credessi che fosse accaduto davvero. Certo, risposi, l’ho visto in televisione. Lui non era d’accordo; disse che non ci aveva creduto neanche per un attimo, che “quei tipi della televisione” potevano far sembrare reali cose che non lo erano. Allora pensai che fosse matto. Ma durante i miei otto anni a Washington ho visto alla TV cose che mi hanno spinto a chiedermi se non fosse solo in anticipo sui tempi”.
                                                                      (Bill Clinton, dall’autobiografia My life, 2004)  

“Frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora”
                                                                          (Guglielmo di Occam)


OMBRE SULLA LUNA



Secondo la NASA, la foto qui sopra raffigurerebbe l’ombra del LEM che si avvicina alla superficie lunare. A giudicare dalle dimensioni, è più probabile che si tratti dell’astronave di Galactus. Infatti, raffrontando le proporzioni dell’ombra con quelle dei crateri, l’ombra in questione dovrebbe essere lunga una settantina di chilometri, chilometro più, chilometro meno. Se mai vi capitasse, vivendo sulla luna, di farvi un giro col parapendio, rischiereste di oscurare mezzo emisfero. Evitatelo.


Del resto non sono solo le ombre dei trabiccoli terrestri a essere smisurate, sulla Luna. Le ombre di queste montagne, se fossero vere, sarebbero lunghe qualche migliaio di chilometri. Ciò è vagamente risibile. Già immagino Paolo Attivissimo e i suoi seguaci prodursi in complesse spiegazioni astronomiche sulla propagazione dei raggi luminosi in assenza di atmosfera. Da seguace di Guglielmo di Occam e del suo rasoio, vorrei provare a dare al fenomeno una spiegazione un po’ meno complessa. Ad esempio quella che vedete qui sotto.





Questi enormi modelli della superficie lunare sono noti come LOLA (Lunar Orbit and Letdown Approach Simulator) e vennero realizzati a metà degli anni ’60 all’interno del Langley Research Center in Virginia, che, guarda caso, si trova ad un tiro di schioppo dalla sede centrale della CIA.

Il LRC è anche il centro in cui si tennero le “esercitazioni” degli astronauti delle missioni Apollo. Leggi: è probabilmente il luogo in cui vennero ripresi la maggior parte dei filmati e delle fotografie delle finte missioni lunari. Quando c’è di mezzo la CIA, le esercitazioni tendono a trasformarsi in realtà e viceversa. Qualcosa del genere avvenne anche l’11 settembre 2001, quando una serie di esercitazioni militari che “simulavano” un attacco aereo al World Trade Center, si trasformarono come per magia, in un attacco reale. Il modello che vedete nella terza foto, debitamente illuminato, servì a girare i filmati degli atterraggi e dei decolli del modulo lunare. La sagoma di questa enorme sfera è visibile – come ho già fatto notare in altri articoli – sullo sfondo di moltissime fotografie delle missioni Apollo. La vicinanza dell’illuminazione alla superficie del modello è, ovviamente, la causa della lunghezza delle ombre. Pregasi notare il mastro pittore, che svolge il suo lavoro stando in piedi su un sistema di rotaie anzichè su una comune impalcatura. Perché le rotaie? Ma ovviamente per far scorrere il carrello con cui si giravano i piani sequenza degli “avvicinamenti alla superficie lunare”, come si usava ad Hollywood in quell’epoca, quando la Steadicam non era ancora stata inventata. 



Questi sono i cameramen del LRC in azione.


GUARDA MAMMA, SENZA FILI!


Bella questa foto del modulo di comando Columbia, vero? Ma... che è quel coso, simile a un’antenna, che spunta dal modulo? Sarà mica un filo che lo tiene appeso? Eddai, ragazzi, mica si pretende che diventiate Kubrick, ma un minimo di realismo negli effetti speciali...


Ecco così va meglio. Niente fili e la foto è un po’ più convincente. Già. Ma come avranno fatto a scattarla gli astronauti dell’Apollo, centrando il soggetto con tale perfezione? L’hanno scattata dal Lem in avvicinamento? Se la sono fatta scattare da un turista di passaggio?


Niente di tutto ciò. Si tratta di un antichissimo trucco hollywoodiano, cioè di un modellino incastonato in un vetro e poi fotografato su uno sfondo che riproduce la superficie lunare. Lo potete vedere qui sopra in una foto del Natonal Film Board of Canada. Se chiedete a Paolo Attivissimo, vi spiegherà che tutti questi modellini rappresentano solo un’esercitazione e non dimostrano un bel niente. Sì, vabbè, ma qualcuno saprebbe spiegarmi perché mai, per andare sulla Luna, uno dovrebbe esercitarsi con le miniature?


TENETE PULITO IL VOSTRO SATELLITE


La foto qui sopra, scattata al solito Langley Research Center, è piuttosto eloquente e la lascio parlare da sé. Inutile dire che si tratta della solita “esercitazione”. Anche qui, non si capisce perché mai si sia sentita la necessità di far svolgere l’esercitazione sullo sfondo di quel curioso pannello nero. Perfezionismo? E’ interessante notare che quella specie di lettiera per gatti stesa in terra a simulare il suolo lunare, oltre a essere straordinariamente simile al suolo lunare visto nelle vere (si fa per dire) foto delle missioni Apollo, ha uno spessore di pochi centimetri. Il che spiegherebbe perchè i poveri astronauti (almeno quelli della prima missione), ogni volta che piantavano in terra la bandiera americana, erano costretti a reggerla con le mani perché non cascasse.




Più tardi si pensò di rimediare a questo increscioso inconveniente nel modo che vedete qui sopra. L’uomo delle foto è Gene Cernan (Apollo 17) che si esercita a piantare la bandiera su un apposito supporto, assai più professionale. Cernan, nel 1999, ha pubblicato un libro intitolato The Last Man on the Moon, in cui afferma che durante la sua passeggiata sulla Luna aveva l’impressione di essere osservato da altre persone. Ettelocredo! Nella foto ci sono sua moglie e sua figlia, venute a trovarlo sul lavoro, senza contare i tecnici, i fotografi e i cameramen. Alla stazione di Lambrate, nell’ora di punta, c’è meno gente. 


Sempre a proposito di esercitazioni, qui c’è un altro astronauta che si esercita a scendere la scaletta del LEM. Praticamente la NASA non ha lasciato nulla al caso. I suoi astronauti si sono esercitati a fare proprio tutto. Piantare bandiere, salire e scendere scalette, saltellare qua e là appesi a fili di metallo, passeggiare su lettiere per gatti curiosamente identiche alla superficie lunare... si sono dimenticati solo un paio di esercitazioni, su questioni del tutto secondarie. 
Ad esempio, NESSUNO SI E’ MAI CURATO DI TESTARE IL MODULO LUNARE prima della missione dell’Apollo 11, nè di fare le prove del ritorno a terra. In pratica, nonostante il programma spaziale avesse avuto già i suoi incidenti e i suoi morti, gli ingegneri della NASA avrebbero mandato tre uomini sulla Luna su un modulo lunare mai messo alla prova. La NASA afferma che i suoi tecnici erano così sicuri del buon funzionamento del LEM che non c’era nessun bisogno di fare delle prove. Ebbè, certo. E poi si sarebbe portato via del tempo a esercitazioni ben più importanti: piantare bandiere, scendere scalette, giocare coi modellini del Columbia e zompettare per un hangar  appesi a una fune come mortadelle. Prima le cose serie, perbacco.


Altro giro, altra esercitazione. Quello che vedete è un falso cratere lunare, creato sempre a scopo didattico all’esterno del solito LRC. Il falso cratere somiglia moltissimo a quello vero (si fa per dire) fotografato sulla luna (si fa sempre per dire) che vedete qui sotto.


Per ricreare all’esterno della struttura una superficie lunare su cui poter eseguire le loro riprese, i direttori del LRC avevano fatto cospargere il terreno di una mistura di sabbia e carbone che aveva reso felici i gatti del vicinato, ai quali non pareva vero di poter espletare le proprie funzioni su un terreno così soffice e comodo. Per ripulire il sito dagli escrementi felini venivano impiegate apposite squadre di operatori ecologici. La foto qui sotto l’ho trovata su un sito internet, priva di indicazioni. E' probabile che si tratti - in questo caso - solo di un fotomontaggio burlesco,anche se, a questo punto, non mi stupirei di nulla.



(Fine prima parte – Continua)

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IN MEMORIA

by Gianluca Freda (04/10/2006 - 22:15)



MASSACRARE BAMBINI: LA POLITICA QUOTIDIANA DI ISRAELE

di Joe Quinn    (da www.rense.com, traduzione di Gianluca Freda)

Nelle sole ultime 8 settimane, il governo sionista di Israele e il suo apparato militare hanno assassinato 228 palestinesi, 37 dei quali erano bambini. I nomi di quasi tutti questi bambini sono stati completamente rimossi dai media occidentali, mentre allo stesso tempo quasi tutti conoscono il nome dell’unico soldato israeliano la cui cattura (ad opera di presunti militanti palestinesi) fu usata a giugno come pretesto dal governo israeliano per aggredire il Libano e massacrare 1300 civili.

La morte di qualunque bambino è una tragedia oltre ogni immaginazione, ma quando ci si trova di fronte ad un premeditato sterminio di massa di bambini da parte di membri della milizia israeliana, su ordine dei loro leader politici, e con il supporto pieno e consapevole (politico e militare) delle amministrazioni Bush e Blair, al lutto si aggiunge un senso di rabbia. E tuttavia, a quanto pare, non possiamo fare nulla per fermarli. Possiamo fare poco più che denunciare, pubblicamente e nel modo più esplicito possibile, la malvagità di questi uomini e donne che non dovrebbero avere nessuna parte nell’evoluzione della razza umana. Infatti, sotto il loro comando, la razza umana sembra destinata a un futuro di morte, guerra e sofferenza su scala inimmaginabile.

I politici israeliani responsabili della morte di 37 bambini palestinesi nelle ultime 8 settimane, sarebbero felici di vedere i nomi e le brevi vite delle loro vittime cancellati dalle pagine della storia, ma noi non possiamo e non vogliamo permettere che ciò accada. Qui sotto ci sono i nomi di questi bambini, le cui vite innocenti sono state recise dalle azioni di uomini che semplicemente non sono esseri umani. Sono animali.
 

Bara Nasser Habib, 3 anni (colpito al corpo e alla testa da uno shrapnel, Gaza City, 26 luglio)

Shahed Saleh Al-Sheikh Eid, 3 giorni  (morto dissanguato dopo un raid aereo,
Al-Shouka, 4 agosto)

Rajaa Salam Abu Shaban, 3 anni (morto per fratture alla testa dopo un raid aereo, Gaza
City, 9 agosto)

Jihad Selmi Abu Snaima, 14 anni (ucciso da un proiettile, Al-Shoukha, 10 settembre)

Khaled Nidal Wahba, 15 mesi (morto per le ferite riportate dopo un raid aereo, 10 luglio)

Rawan Farid Hajjaj, 6 anni (ucciso con sua madre e sua sorella durante un raid aereo, Gaza City, 8 luglio)

Anwar Ismail Abdul Ghani Atallah, 12 anni (ucciso con un colpo alla testa, Erez, 5 luglio)

Shadi Yousef Omar, 16 anni (ucciso con un colpo al petto sparato dalle truppe israeliane, Beit Lahya, 7 luglio)

Mahfouth Farid Nuseir, 16 anni (ucciso da un missile mentre giocava a pallone,
Beit Hanoun, 11 luglio)

Ahmad Ghalib Abu Amsha, 16 anni (ucciso da un missile mentre giocava a pallone,
Beit Hanoun, 11 luglio)

Ahmad Fathi Shabat, 16 anni (ucciso da un missile mentre giocava a pallone, Beit
Hanoun, 11 luglio)

Walid Mahmoud El-Zeinati, 12 anni (morto per ferite da shrapnel, Gaza City, 11
luglio)

Basma Salmeya, 16 anni (uccisa durante un raid aereo israeliano, 12 luglio, Jabalia)

Somaya Salmeya, 17 anni (uccisa in un raid aereo israeliano, 12 luglio, Jabalia)

Aya Salmeya, 9 anni (uccisa in un raid aereo israeliano, Jabalia, 12 luglio)

Yehya Salmeya, 10 anni (uccisa in un raid aereo israeliano, Jabalia, 12 luglio)

Nasr Salmeya, 7 anni (ucciso in un raid aereo israeliano, Jabalia, 12 luglio)

Huda Salmeya, 13 anni (uccisa in un raid aereo israeliano, Jabalia, 12 luglio)

Eman Salmeya, 12 anni (ucciso in un raid aereo israeliano, Jabalia, 12 luglio)

Raji Omar Jaber Daifallah, 16 anni (morto di ferite a shrapnel dopo il lancio di un missile,
Gaza City, 13 luglio)

Ali Kamel Al-Najjar, 16 anni (ucciso dal proiettile di un carro israeliano,
Campo profughi di Al-Maghazi, 19 luglio)

Ahmed Ali Al-Na'ami, 16 anni (ucciso dal proiettile di un carro israeliano,
Campo profughi di Al-Maghazi, 19 luglio)

Ahmed Rawhi Abu Abdu, 14 anni (ucciso da un missile teleguidato, campo profughi di Al Nusairat, 19 luglio)

Mohammed 'awad Muhra, 14 anni (colpito al petto da un proiettile israeliano,
campo profughi di Al-Maghazi, 20 luglio)

Fadwa Faisal Al-'arrouqi, 13 anni (morto per ferite da shrapnel, Gaza City, 20 luglio)

Saleh Ibrahim Nasser, 14 anni (ucciso da fuoco di artiglieria, Beit Hanoun, 24 luglio)

Khitam Mohammed Rebhi Tayeh, 11 anni (ucciso da fuoco di artiglieria, Beit Hanoun, 24 luglio)

Ashraf 'abdullah 'awad Abu Zaher, 14 anni (ucciso con un colpo alla schiena, Khan Younis, 25
luglio)

Nahid Mohammed Fawzi Al-Shanbari, 16 (ucciso da fuoco di artiglieria, Beit Hanoun, 31 luglio)

'Aaref Ahmed Abu Qaida, 14 anni (ucciso da fuoco di artiglieria, Beit Hanoun, 1 agosto)

Anis Salem Abu Awad, 12 anni (ucciso in un raid aereo, Al-Shouka, 2 agosto)

Ammar Rajaa Al-Natour, 17 anni (ucciso da un missile teleguidato, Al Shouka, 5 agosto)

Kifah Rajaa Al-Natour, 15 anni (ucciso da un missile teleguidato, Al Shouka, 5 agosto)

Ibrahim Suleiman Al-Rumailat, 13 anni (ucciso da un missile teleguidato, Al Shouka, 5 agosto)

Ahmed Yousef 'abed 'aashour, 13 anni (ucciso da un missile, Beit Hanoun, 14 agosto)

Mohammed 'abdullah Al-Ziq, 14 anni (ucciso da un missile teleguidato, Gaza City, 29 agosto)

Nidal 'abdul 'aziz Al-Dahdouh, 14 anni (ucciso da un colpo di mitragliatrice, Gaza City, 30 agosto)

Jihad Selmi Abu Snaima, 14 anni (ucciso da fuoco di artiglieria, Rafah, 10 settembre)

Avrete notato che uno dei nomi della lista, quello di Aref Abu Qaida, è evidenziato. Aref aveva 16 anni e il 1° agosto aveva appena finito di giocare a pallone con i suoi amici. Un suo amico, Sharif  Harafin, 15 anni, che era con lui, racconta cosa è accaduto:

“Avevamo appena finito di giocare a pallone. Io avevo in mano la palla. Stavo tornando a casa mia e Aref stava tornando a casa sua. Ho sentito una forte esplosione e poi l’ho visto fatto a pezzi. Il suo petto era stato squarciato da un razzo. La gente raccoglieva i pezzi del suo corpo. Ho pianto molto”.

Molti degli altri bambini, compreso quello di appena 3 giorni, sono stati ammazzati in modi simili dallo stato sionista. Ogni comune essere umano dovebbe sollevarsi conro i metodi brutali e inumani dello stato di Israele. Il massacro dei palestinesi, giovani e vecchi, da parte degli israeliani va avanti da quasi 100 anni. Se non ci ribelliamo adesso e non rifiutiamo questi atti inumani compiuti in nome della stupida guerra al terrorismo che molti occidentali tacitamente approvano, entro 10 anni non ci saranno più palestinesi rimasti vivi, e anche tu avrai preso parte al genocidio.

 

     

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FINANZIARIA: L'ITALIA SCHIOPPA

by Gianluca Freda (03/10/2006 - 02:41)

Poichè ho votato per il centrosinistra, non credo di avere oggi il diritto di fare troppo lo schizzinoso. A dire la verità io non avevo votato per "il centrosinistra", bensì per Rifondazione Comunista, nella speranza che fosse in grado di mettere, al centrosinistra e ai suoi prevedibili intrallazzi, qualche robusto bastone tra le ruote. Speranza vana. Ma non è il momento di fare sottili distinguo e di cercare giustificazioni puerili. Diciamo, a grandi linee, che ho votato per il centrosinistra e che, dunque, la responsabilità della legge finanziaria e delle conseguenze belle o brutte che da essa deriveranno ricade anche sulle mie spalle. Poichè le mie spalle non sono robustissime, cercherò di alleggerirle dicendo quali sono i punti della legge finanziaria presentata dal governo che ritengo positivi. Allora: niente più condoni vergognosi per evasori fiscali e palazzinari abusivi. Una serie di misure volte – se non a favorire i ceti medio-bassi – perlomeno a sferrare qualche batosta anche su quelli medio-alti. E’ il "mal comune mezzo gaudio" che, se non altro, fa sentire i ceti deboli un po’ meno isolati e quindi un po’ meno deboli.

Basta. Fine dei lati positivi.

E’ poco, anzi pochissimo, anche se è più che sufficiente per invitare gli autori di finanziarie ben più indecorose, che oggi riscoprono la piazza e la incitano alla protesta, a farsi quella protesta da soli, passi lunghi, ben distesi e tanti cari auguri. E’ il vostro turno di consumare le scarpe con le marce antigovernative, cari forzisti e leghisti, e non mi dispiacerebbe che, in corso d’opera, vi ci scappasse qualche manganellata celerina sulla cervice, come a molti di noi, a suo tempo, è capitato, tra i vostri sberleffi.

Detto ciò, non si può negare che questa finanziaria di centrosinistra sia una schifezza assoluta. Non provino, gli elettori di Berlusconi, a farmi eco. Solo gli antiberlusconiani hanno diritto di dire peste e corna di questa finanziaria, chi ha votato per il nano e la sua cricca farà bene a tenere il becco chiuso, visti i disastri del quinquennio trascorso.

Ciò non toglie, tuttavia, che la finanziaria varata dal governo Prodi sia – veramente - una porcheria indescrivibile. Resa anche più intollerabile da certe sparate sfottenti e beffarde, tipo "è una finanziaria dalla parte dei più deboli" (Prodi) o "è una svolta sociale" (Bertinotti). Se aprire la ciabatta a vanvera fosse fonte di consenso politico, la sinistra italiana dominerebbe l’intera Via Lattea. Tanto per cominciare, le dimensioni della manovra sono inutilmente imponenti. 33,4 (Trentatrè-virgola-quattro) miliardi di euro. L’obiettivo dichiarato – e a mio avviso impossibile – di raggiungere il 2,8 del rapporto deficit/PIL. Il tutto nel tentativo di farsi belli con una Commissione Europea che più di destra non si può, fossilizzata sui parametri economici e indifferente ai diritti. Si sarebbe potuto andarci più cauti, far notare le responsabilità del precedente governo e chiedere una maggiore gradualità nel rientro. Invece niente, la sottomissione del nostro governo ai diktat delle banche europee non ammette le mezze misure. Tutto questo alla faccia dei rifondaroli di governo (mea culpa), che dopo aver sbraitato e scalpitato per ottenere un ridimensionamento (contenuto) a 30 miliardi, hanno prevedibilmente deciso di calare le brache per non esporre ad inutili rischi le loro poltrone.

Dice Padoa Schioppa che, dei suddetti 33,4 miliardi, la manovra punterà a investirne quasi 18,8 (1,2 % del PIL) in interventi per lo sviluppo sostenibile e la qualità sociale. Tra questi interventi vi sarà il famoso taglio del 5% del cuneo fiscale, che andrà per il 60% a vantaggio delle imprese e per il 40% a vantaggio dei lavoratori. Nelle intenzioni del governo, quel 60% delle imprese dovrebbe tradursi in investimenti produttivi (fabbriche, uffici, ecc.). Ciò è una pia illusione. Le imprese italiane non hanno motivo di investire quel denaro in strutture, vista la carenza di domanda interna, né lo sgravio è di entità sufficiente a rendere più competitive le loro merci sui mercati esteri. Quei soldi finiranno, come al solito, in speculazioni finanziarie sui mercati esteri, ingrassando le borse e non restituendo un centesimo al paese nè una frazione di punto alla crescita del PIL.

Qualcuno dirà che, in compenso, il 40% di taglio del cuneo destinato ai lavoratori aumenterà il loro potere d’acquisto e potrà far ripartire l’economia. Mi auguro che quel qualcuno stia scherzando. I lavoratori, con quei pochi, miserabili talleri in più nel portafogli, si troveranno a far fronte alle seguenti contingenze:

  1. 1 - Crescita esponenziale delle tasse locali, dovuta al taglio di 4,6 miliardi a comuni e regioni.
  2.  
  3. 2 - Crescita esponenziale dei costi di servizi essenziali (scuole, sanità, ecc.) e peggioramento della loro qualità dovuta allo stesso motivo.
  4.  
  5. 3 - Introduzione di un ticket sul pronto soccorso per le "prestazioni non urgenti" attualmente in vigore in 12 regioni. Si pagheranno 23 euro per i cosiddetti codici bianchi, che rappresentano il 10-15% degli arrivi al pronto soccorso e 41 euro complessivi se alla visita seguono esami diagnostici. Solo i casi di traumi e avvelenamento saranno esentati dal ticket.
  6.  
  7. 4 - Aumento esponenziale dei prezzi della benzina per auto e del gasolio per il riscaldamento, oltre a prevedibili, ulteriori rincari delle bollette energetiche. Ciò, ovviamente, non è un effetto dalla finanziaria, ma è un dato di fatto di cui si sarebbe dovuto tener conto, che impedisce all’elemosina del taglio del cuneo fiscale di avere una qualsiasi rilevanza nella ripresa dei consumi.
  8.  
  9. 5 - Scippo del TFR, da cui lo stato pensa di ricavare 5 miliardi di euro (sfruttando la distrazione dei lavoratori che, per disinformazione, ne hanno lasciato inoptata la destinazione). Il 65% di questi 5 miliardi verrà trasferito all’INPS, regalandogli un po’ di respiro, ma per far questo verrà sottratto alle imprese. Ciò priverà le imprese di una parte dei vantaggi ottenuti con il taglio del cuneo fiscale, essendo il TFR una posta del loro stato patrimoniale.
  10. 6 - Mantenimento dei tagli alla scuola pubblica previsti da Letizia Moratti e indegno ripristino dei fondi alle scuole private paritarie.

Oltre ai lavoratori dipendenti, verranno colpiti in modo indiscriminato, con l’aumento dei contributi, tutti i lavoratori autonomi e parasubordinati, con un’aumento generalizzato di aliquota che non distingue il ricco commerciante di gioielli dal gestore di una piccola merceria.

Uniche consolazioni: l’aumento del bollo per i proprietari dei detestabili SUV (circa 2 euro per kw), il taglio del 30% della retribuzione di ministri e sotosegretari e l’ascesa della tassazione sulle rendite al 20%, con l’eccezione dei c.d. "bond infrastrutture" sui quali il governo spera, evidentemente, di attirare l’attenzione dei risparmiatori. Misure moralmente apprezzabili (per i soggetti sociali che, finalmente, prendono di mira) ma economicamente troppo esigue per avere una qualunque rilevanza sullo stato delle finanze pubbliche. Nonché troppo simboliche per iniziare a bastonare davvero, come meriterebbe, quella classe sociale di mangiapane a ufo ricchi sfondati che negli ultimi 25 anni ha portato questo paese alla rovina.

Per colmo della beffa, pare che una discreta percentuale dei soldi raccolti con questo gioco delle tre carte – che dà agli italiani l’illusione di essere un pelino più ricchi mentre li rende rimarchevolmente più poveri – servirà a finanziare le cosiddette "missioni di pace" all’estero, termine con cui si è soliti designare le sanguinarie spedizioni di energumeni in divisa contro gli indigeni di lontani paesi. Gli energumeni massacrano e torturano, finanziati coi soldi delle nostre tasse, finché qualcuno degli indigeni, stufo della manfrina, non decide – vivaddio - di ricambiargli il favore. Anche su questo argomento, i membri del partito che ho incautamente votato, nonostante i proclami preelettorali, non hanno trovato, alla fine, nulla da obiettare. Solo una parola: vergogna.

Insomma: se il governo desidera tirar fuori il paese dal fosso di recessione in cui è sprofondato, gli oboli elargiti attraverso il taglio del cuneo fiscale serviranno poco. Occorrerebbe, invece, la capacità e la volontà di imporre politiche economiche coraggiose, sganciate dalle imposizioni taglieggiatrici della Banca Centrale Europea. Occorrerebbe una politica di VERO sostegno salariale alle fasce più deboli contro lo strapotere delle imprese e una politica industriale di tutela delle imprese – le pochissime rimaste, ormai - dallo stesso strapotere che credono di poter gestire a proprio vantaggio, col risultato di sprofondare in abissi debitori che arricchiscono piccoli gruppi di speculatori, devastando l’intero habitat sociale. Occorrerebbe il potenziamento della ricerca e dell’istruzione, in un paese semianalfabeta in cui il livello medio di preparazione scientifica va costantemente abbassandosi, mettendoci definitivamente fuori da ogni speranza di competizione a livello europeo e di ripresa economica. Occorrerebbe rivalorizzare la cultura e l’impegno universitario in un paese in cui i laureati – quelli che hanno fortuna – sono costretti a cuocere hamburger da McDonald’s o emigrare all’estero.

Per dirla in una sola parola: per tirare l’Italia fuori dal fosso, occorrerebbe, piuttosto urgentemente, un governo.

Dio solo sa dove mai potremo pescarne uno.

 

 

 

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