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    L'ULTIMO ARTICOLO DI BRAD WILL

    di Gianluca Freda (29/10/2006 - 16:35)

    Tradotto dal Comitato Chiapas "Maribel" – Bergamo
    Fotografie tratte da NarcoNews
     
    MORTE A OAXACA
    Un’altra morte nella resistenza di mesi a Oaxaca, Messico
    di Brad Will
     
    alba del 16 ottobre
    Ieri sono andato a fare un giro con la brava gente di Oaxaca - veramente camminavo da tutto il giorno. Nel pomeriggio mi hanno mostrato dove le pallottole hanno colpito il muro. Hanno contato il numero di pallottole che potevano. Mi ha ricordato il portone della casa di amadou diallos, ma là c'erano i graffiti prima che cominciasse la sparatoria. Una pallottola che non avevano contato era ancora nella sua testa. Aveva 41 anni, Alejandro Garcia Hernandez, sulla barricata del quartiere ogni notte. Quella notte era uscito per raggiungere sua moglie e i figli per far passare un'ambulanza. Un camioncino ha tentato di proseguire. Lui s'è preso la pallottola quando ha detto loro che non potevano passare. Non l'avevano mai fatto. Quei militari in abiti civili hanno sparato.
    Un giovane che vuole essere chiamato solamente Marco era con loro quando sono avvenuti gli spari. Una pallottola gli ha trapassato la spalla. Era sotto shock quando l'abbiamo incontrato. 19 anni, non l'aveva ancora detto ai suoi. Ha detto di essere stato sulle barricate ogni notte e che ci sarebbe ritornato non appena le ferite si fossero chiuse.
    Solo giorni prima c'era stata una delegazione di senatori in visita per verificare l'ingovernabilità dello stato. Ci hanno provato. La voce è girata per fermare il resto del governo. In dozzine sono usciti dal centro della città con bastoni e bombole di vernice. Hanno preso tre autobus e sono andati per tutta la mattina nei palazzi del governo ad informarli che erano chiusi. Abbiamo apprezzato la loro cooperazione volontaria. Quando sono ripartiti dopo l'ultima fermata, sono comparsi tre uomini armati che hanno cominciato a sparare. Due autobus erano già stati portati via. 10 minuti di battaglia con lancio di pietre razzi e urla. Un ferito alla testa. Un altro alla gamba. Sono andati da soli all'ospedale mentre continuava la battaglia. Un appello alla radio e sono arrivate persone da tutte le parti. Gli uomini amati erano intorno all'edificio. Sono andati via. Forse dentro. Non è sicuro. Allerta. Sono stati avvistati dei poliziotti in borghese appostati intorno all'ospedale e la gente è corsa a proteggere i feriti.
    Cosa si può dire di questo movimento. Questo momento rivoluzionario. Si sa che si sta costruendo, crescendo, plasmando. Lo puoi sentire. Cercando disperatamente una democrazia diretta. In novembre la APPO terrà una conferenza a livello statale per la formazione di un'Assemblea Statale del Popolo di Oaxaca (AEPO). In questo momento sono 11 gli stati, tra i 33 stati messicani, ad aver dichiarato la formazione di assemblee popolari come la APPO. Alcune dall'altra parte negli Stati Uniti - I marines sono tornati in mare anche se la polizia federale che ha devastato Atenco resta nelle vicinanze - Nel nuovo accampamento in Messico è iniziato uno sciopero della fame. Il senato può espellere URO. Chi sarà il prossimo nessuno lo sa. E' un puntino luminoso attraverso un vetro pronto a bruciare o mostrare la strada. E' chiaro che questo è più di uno sciopero, più dell'espulsione di un governatore, più di un blocco, più di una coalizione di settori. E' una vera rivolta di popolo. Dopo decenni di PRI regolato da corruzione, frode e pallottole la gente è stanca. Lo chiamano il tiranno. Parlano di distruggere questo autoritarismo. Non puoi non sentire il bisbiglio della giungla Lacandona nelle strade. Ad ogni angolo di strada decidono di resistere insieme. Lo vedi sui loro volti. Indigeni, donne, bambini. Così coraggiosi. In allerta nella notte. Orgogliosi e risoluti.
    Ho camminato dalla barricata di Alejandro con un gruppo di simpatizzanti che venivano da una zona di periferia, ad un mezz'ora di distanza. Procedevo con gente furiosa, diretta verso l'obitorio. Sono entrato e l’ho visto. Non ho visto molti cadaveri nella mia vita. Ti opprimono. Un mucchio di cadaveri senza nome in un angolo. Il numero del morto, chi era più o meno. Niente refrigerazione. L'odore. Hanno dovuto aprirgli il cranio per estrarre la pallottola. Sono tornato con lui e con gli altri.
    Ed ora Alejandro aspetta nello zocálo, come gli altri nei loro presidi, aspetta ad un punto morto, un cambiamento, una via d'uscita, una strada per proseguire, una soluzione… sperando che la terra si muova e si apra, aspettando che arrivi novembre per potersi sedere coi suoi cari nel Giorno dei Morti, per condividere cibo, bibite e canti… aspetta che la piazza si consegni a lui e scoppi… da solo aspetterà fino alla mattina ma questa notte spera che il governatore e i suoi prezzolati se ne vadano e non ritornino mai… una morte in più, un martire in più in una guerra sporca… un'occasione in più per piangere e sentire il dolore… un'occasione in più per conoscere il potere e la sua malvagità… una pallottola più cattiva nella notte… un’altra notte sulle barricate… alcuni fanno un falò, altri si coricano a dormire, ma tutti stanno con lui mentre si riposa per un'altra notte nella sua guardia"…
     
     
    Gli assassini di Brad Will, fotografati e identificati da El Universal.
    Da sinistra: Juan Carlos Soriano Velasco (maglietta rossa),
    poliziotto detto “El Chapulín”; Manuel Aguilar (giacca scura),
    capo del personale del municipio, e Avel Santiago Zárate
    (camicia rossa), dirigente della sicurezza pubblica.
     
     
    (Qui c'era una fotografia poi eliminata perché controversa)

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    SER LIBRE NO ES FÁCIL...

    di Gianluca Freda (29/10/2006 - 14:00)



    La rivolta della città messicana di Oaxaca inizia il 22 maggio di quest’anno, quando gruppi di insegnanti istituiscono un piantone rivendicando aumenti salariali. Al centro della protesta si pone la Sezione 22 del Magistero Democratico, una corporazione che da 26 anni rivendica miglioramenti per l’educazione ed il salario. Parte della sua strategia sono gli scioperi che si realizzano ogni anno nella vigilia del rinnovo del contratto. Constatando l’indifferenza e l’inadempienza del governo, il 22 maggio i maestri di Oaxaca istituiscono un presidio nello Zócalo della città, che occupa quasi 40 isolati. Bloccano il Palazzo del Governo, il Congresso statale, la Procura Statale, la Protezione Civile e molti altri enti. Venerdì 2 giugno Ulises Ruiz Ortiz, governatore dello stato di Oaxaca, intima ai maestri di tornare al lavoro il lunedì successivo, minacciando di denunciarli per abbandono della funzione. Ruiz è un autentico emblema della corruzione dell’apparato di potere messicano. Esercita la sua carica da un albergo di lusso di Città del Messico, delegando il governo al suo braccio destro Jorge Franco Vargas, già picchiatore dell’università statale Benito Juarez. Ruiz è un governatore virtuale.Non conosce la città che governa, non ci vive nemmeno, le sue attività principali consistono nell’appaltare opere pubbliche a parenti e amici e nel finanziare la campagna elettorale di Roberto Madrazo, candidato presidenziale del Pri (poi trombato alle elezioni del 2 luglio scorso, quelle vinte con l’imbroglio da Felipe Calderón). I maestri di Oaxaca rifiutano l’ultimatum e rafforzano i presìdi. Il 14 giugno, un paio di settimane prima delle elezioni presidenziali, Ruiz ordina alla polizia di sgomberare il centro della città dai presìdi dei maestri in lotta.


    La repressione viene attuata con violenza inaudita. Lo sgombero inizia alle 4 di mattina ad opera di circa 2500 poliziotti ministeriali che entrano nell’accampamento dei maestri, aggredendo i manifestanti e sparando lacrimogeni di fabbricazione USA. Diversi manifestanti vengono uccisi nell’aggressione, almeno cinque donne denunciano aggressioni sessuali da parte dei poliziotti, il che esacerba gli animi e spinge i maestri di Oaxaca, appoggiati adesso dalla gran parte della popolazione, a resistere. Gli scontri durano per tutta la mattina. Il popolo di Oaxaca combatte per il controllo dello Zócalo contro la Polizia Preventiva Federale (PFP), l’Unità di Polizia per le Operazioni Speciali e la Polizia Ministeriale. I manifestanti difendono palmo a palmo gli isolati dello Zócalo erigendo barricate e utilizzando come armi machete, pali e pietre e proteggendosi con gli scudi e i caschi strappati agli assalitori. Vengono organizzate brigate di maestri per assistere la gente con acqua, aceto e coca-cola, per contrastare gli effetti dei lacrimogeni. Alle 9.30 della mattina la polizia si ritira e lo Zócalo torna nelle mani dei manifestanti. Da allora la popolazione di Oaxaca si è riunita in un comitato di lotta permanente chiamato APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca) che oggi aggrega più di 350 organizzazioni di tutto lo stato e ha la sua voce di lotta in Radio Plantón, che si può ascoltare anche su internet all’indirizzo www.asambleapopulardeoaxaca.com ).


    Venerdì scorso era scaduto l’ultimatum di 72 ore che la APPO aveva dato al governatore Ruiz per presentare le dimissioni. Ruiz, ovviamente, ha rifiutato e la risposta della APPO è stata il rafforzamento delle barricate, il blocco delle principali vie di comunicazione e il boicottaggio delle principali catene commerciali. Questo ha scatenato la reazione del governo statale che ha dato via libera ai paramilitari, integrati da poliziotti in borghese e funzionari governativi, per la repressione della rivolta. Il sodalizio tra il governatore Ruiz (Pri) e il partito di governo (Pan) è stato reso necessario dalla debolezza di quest’ultimo. Infatti, il prossimo 1° dicembre dovrebbe aver luogo il passaggio di poteri tra l’attuale presidente, Vicente Fox, e il neoeletto (con l’imbroglio) Felipe Calderón. L’insediamento del nuovo presidente del Pan è giustamente contestato, tanto che Lopez Obador – il candidato di sinistra “sconfitto” da Calderón alle presienziali – il 20 novembre prossimo ha intenzione di proclamarsi pubblicamente “presidente legittimo”, appoggiato dalle numerose manifestazioni di piazza che da luglio si susseguono in tutto il paese. In questa situazione il Pan ha un disperato bisogno dell’appoggio del Pri ed ecco spiegato il supporto fornito dal governo statale alla repressione della lotta di Oaxaca.


    Da ieri all’aeroporto di Oaxaca continuano ad arrivare voli carichi di agenti del PFP incaricati di eprimere la rivolta. Sono attesi circa 4000 uomini, un piccolo esercito. Ieri la violenza dei paramilitari e della polizia governativa ha già fatto quattro morti tra i manifestanti, tra cui l’attivista newyorchese di Indymedia Bradley Roland Will, alla cui morte il Manifesto di oggi ha dedicato la prima pagina. Will è stato ucciso mentre cercava di documentare la resistenza del popolo di Oaxaca sulle barricate allestite in Santa Lucia del Camino. QUI  potete vedere alcune delle immagini girate da Brad Will negli ultimi giorni. Un altro degli uccisi è il maestro Emilio Alonso Fabian, la cui uccisione è documentata da questo filmato di Indymedia. Ci sono decine di feriti e centinaia di persone arrestate o scomparse. Il presidente Fox ha intenzione di reprimere nel sangue la rivolta di Oaxaca, per rendere chiaro a tutti il destino che attende chi osa alzare la testa contro la ferocia dello stato e dei suoi interessi. L’APPO sul suo sito ha lanciato un appello alla resistenza:


    Facciamo appello a tutte le organizzazioni solidali, a tutti i fronti, alla società civile del Messico e del mondo perché intraprendano mobilitazioni pacifiche allo scopo di impedire questo bagno di sangue al quale anche il governo federale di Vicente Fox ha dato il proprio supporto.

    Facciamo appello alle organizzazioni per i diritti umani nazionali e internazionali, alla stampa nazionale e internazionale perché vengano nella città di Oaxaca a constatare la violenza che sta generando il governo di Ulises Ruiz al quale si sono aggiunti Vicente Fox e Calderón.  


    Aggiornamenti su:

    www.asambleapopulardeoaxaca.com

    www.ipsnet.it/chiapas/unotiz06.htm  (in italiano)

    mexico.indymedia.org/Oaxaca 

    www.jornada.unam.mx/2006/10/29/index.php   (sito de La Jornada)

    narconews.com
                                     


                                                  

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    IL RITORNO DEL GRANDE STATISTA

    di Gianluca Freda (27/10/2006 - 21:05)



    Ed ecco che Berlusconi torna ad auspicare l’inciucio, come già aveva fatto nell’immediato dopo elezioni, seguito a ruota da tutti i membri della sua ex-coalizione. Perfino quelli come Casini, che lo rinnegavano fino a pochi giorni or sono, preparandosi a portare a compimento il regicidio, ora hanno cambiato idea. La prospettiva di un immondo pastone di governo, in cui le poltrone di destra e di sinistra si rimescolino in un armonico concordato tra i culi destinati ad occuparle, è così allettante per tutti da spingere perfino i reprobi dell’UDC a riesumare l’antico vassallaggio verso il cavaliere. Il quale è ormai politicamente così bollito da non poter più sperare, nonostante i proclami e nonostante la caduta verticale di consenso verso il governo Prodi, di vincere un’eventuale tornata di elezioni anticipate. Lo sa benissimo e sa che se il broglio elettorale non è andato a buon fine neppure mentre era al governo - con Pisanu nella stanza dei bottoni e i  neocon americani che avevano ancora la forza e la voglia di assisterlo – figuriamoci se potrebbe funzionare oggi. Molto meglio un bell’inciucio bipartisan, che consentirebbe alla sua spompata coalizione allo sbando di leccarsi le ferite su comode poltrone, che alleviano le rivalità e consentono di tirare il fiato mentre si torna a fare progetti per il futuro.

    Berlusconi e i suoi vassalli sanno bene che una caduta del governo Prodi, in questo momento, non sarebbe affatto la loro salvezza, ma la loro rovina definitiva. Una crisi di governo, con la  prevedibile ennesima sconfitta del centrodestra alle future elezioni pur di fronte ad un centrosinistra così impopolare e logorato, sarebbe per l’avventura politica berlusconiana una definitiva pietra tombale. Il centrodestra si ritroverebbe in un vicolo cieco, con un elettorato deluso e sconfitto, con una dirigenza senza più appeal. Il ritorno alle urne, se da un lato renderebbe certamente evidente il disgusto e la delusione degli elettori di sinistra verso l’attuale leadership dell'Unione, renderebbe anche più palese l’assoluta inesistenza di una leadership all’interno del centrodestra. Le elezioni anticipate, insomma, farebbero molto più male ai pretendenti al trono che ai sovrani decaduti. Il che è l’ennesimo, ottimo motivo per sperare che il governo Prodi cada alla svelta, prima di fare ulteriori danni al paese e alla sinistra italiana.

    Ogni mattina è per me un’esperienza dolorosa e desolante aprire il giornale e leggere le ultime cazzate sparate da questo o quel ministro o sottosegetario del governo Prodi,  le nuove calate di brache, i terribili progetti che la maggioranza ha in cantiere e su cui vorrebbe impostare – dio ce ne scampi – la politica dei prossimi anni. La finanziaria cambia faccia ogni giorno e ormai per capire quale sarà il suo aspetto definitivo occorrerebbe la divinazione di un aruspice. Il programma elettorale con cui l’Unione si era presentata agli elettori viene messo sotto i piedi ogni giorno e ormai nessuno se ne stupisce o se ne lamenta più. Ad esempio, dalla lettura della relazione tecnica che accompagna il disegno di legge della Finanziaria si può ricavare l’intenzione del governo di tagliare 50.000 docenti alla scuola, taglio denunciato dalle organizzazioni sindacali e non ancora smentito dal governo. Il che equivale ad una conferma indiretta, una conferma poco coraggiosa e poco limpida. Ma non si doveva invertire la rotta rispetto ai drammatici anni della scuola morattiana? Tra i tanti orrori nascosti tra le pieghe della finanziaria c’è il cosiddetto ddl Lanzillotta, che liberalizza obbligatoriamente i servizi pubblici locali (trasporti, rifiuti, ecc. ad esclusione della rete idrica). Voglio proprio vedere se neppure su questo i membri della cosiddetta “sinistra radicale” – ammutoliti dopo aver affondato il deretano nel velluto delle poltrone -  troveranno qualcosa da dire.

    Oppure: Piero Fassino, intervistato da Repubblica, fissa l’agenda del nascente partito democratico, ispirata ai più tetri parametri liberisti-riformisti. La solita riforma delle pensioni, leggi ennesima batosta ai pensionati, diventata ormai un appuntamento fisso con qualunque governo; riforma degli ammortizzatori sociali “compatibile con i cambiamenti del mercato del lavoro”, vale a dire niente consolidamento dei diritti dei lavoratori precari, semmai qualche spicciolo di elemosina statale in più; “più mobilità e flessibilità nella pubblica amministrazione”, e ti pareva, così potranno licenziare i dipendenti entrati tramite concorso e ficcarci i loro raccomandati tramite le agenzie interinali; liberalizzazioni radicali su servizi pubblici, energia e professioni, e speriamo che quando dicono “liberalizzazioni” non intendano “privatizzazioni” cioè svendita all’ingrosso agli imprenditori loro sodali di quel poco di pubblico che è rimasto in Italia. Del resto, se le liberalizzazioni di cui Fassino parla venissero fatte col coraggio da leone dimostrato in occasione della protesta dei tassisti, il mio consiglio sarebbe di rinunciare in partenza e di evitare altre figure barbine.

    Questo presunto governo di sinistra non mostra di voler attuare una discontinuità neanche minima rispetto alle politiche di destra del governo Berlusconi. La riforma Castelli, nonostante le proteste dei magistrati,  non è stata abrogata e l’Unione ha già spiegato in Senato di non volerne la cancellazione neppure in relazione al punto critico della separazione delle carriere. Il ddl Mastella si è limitato a prendere tempo, rinviando tale separazione al 31 luglio prossimo, cosa che ha fatto annunciare a Magistratura Democratica l’inizio di una “vertenza dura e senza sconti” contro il governo, in un tono tornato alla durezza degli anni più bui del berlusconismo. Non parliamo delle politiche del lavoro, sulle quali il governo ha deciso di seguire la strada populistica e inutile della redistribuzione – sempre che ci sia - di pochi spiccioli, continuando ad ascoltare sempre e solo le ragioni dell’impresa, senza minimamente toccare la mostruosa precarizzazione del lavoro se non creata, perlomeno santificata dalla legge Biagi, che peggiora le condizioni di vita delle persone senza giovare alle aziende.

    E potremmo continuare su mille altre temi: il rifiuto, espresso da Amato, di intervenire su quegli autentici gulag per immigrati che sono i cpt, vero orrore nazista in un paese che non potrà mai dirsi democratico finché tali strutture permarranno sul territorio; la totale assenza di una politica abitativa, con il problema della casa diventato autentica emergenza sociale da quando l’edilizia popolare è morta e molti comuni non fanno nemmeno più i bandi per le case; il permanere di un’impostazione xenofoba e antiaraba nell’indole del governo, come si è visto nell’appoggio bipartisan offerto alle stronzate della Santanchè, a cui fa riscontro l’ostinazione nel sostenere la politica genocida di USA e Israele; la vergogna del segreto di stato posto sul rapimento di Abu Omar,  estremo tentativo di salvare il culo ai vertici criminali dei nostri servizi segreti; l’indulto salva-criminali-politici; e così via.

    Coloro che credono sia prudente turarsi il naso e tenersi questo governo per 5 anni per timore di un ritorno berlusconiano, riflettano su questo: Berlusconi in questo momento è debole. Non ha una coalizione. La sua leadership è mal tollerata dai suoi alleati. I suoi elettori sono delusi da un’esperienza di governo indecorosa che è troppo recente per essere già dimenticata. Non avremo mai più un Berlusconi così debole. Cinque anni di governo Prodi gli daranno il tempo di riorganizzarsi, come è già accaduto in passato. I mezzi propagandistici non gli mancano di certo. Nel frattempo la sinistra si sarà resa così impopolare con le sue indecenti “riforme”, con i suoi litigi, con il suo servilismo verso americani e giudei, con la sua corruzione che nessun elettore di questo paese avrà più la forza di votarla. Nessun naso umano può contenere un così alto numero di mollette.  La caduta di Prodi, oggi, ci darebbe un’occasione irripetibile di liberarci di Berlusconi, indebolire l’aberrante “sinistra riformista” asservita alle banche europee, rafforzare quelle “forze di svolta” che sono presenti, ma isolate e nettamente minoritarie, nel Parlamento. Non avremo mai più un’occasione simile. Sono il tempo, l’avidità e la pavidità di questa sinistra che giocano a favore di Berlusconi e rischiano di rimetterlo in sella. Lui lo sa ed è per questo che propone inciuci dilatori,  prendendosi pure del “grande statista” da alleati che fino a ieri lo trattavano da scemo di guerra.
    Questo governo indegno deve cadere al più presto e la sua caduta, oggi,  potrebbe essere l’inizio di una reazione a catena liberatrice. La sua sopravvivenza potrà solo perpetuare la nostra decadenza per chissà quanti altri lustri. E’ l’ultimo treno prima che sulla Repubblica Italiana e sulla sua breve avventura scenda una notte che potrebbe essere molto buia. Sarebbe bello non perderlo.                

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    SANTANCHE' QUESTO E' PER TE

    di Gianluca Freda (26/10/2006 - 00:05)



    Nell’ottobre 2005 Daniela Santanchè, la nota parlamentare di AN, salutò gli studenti che protestavano a Roma contro la riforma Moratti sollevando l’ossuto ditino medio della mano e rivolgendolo sogghignando, sculettante e sfottente, al loro indirizzo. Vorrei pertanto dedicare alla Santanchè, le cui recenti traversie mi hanno profondamente scosso, lo stesso simpatico saluto, in segno d’empatia e di fraterna solidarietà umana.

    Parliamo ora di cose serie.

    Daniela Santanchè è autrice di un volume – del quale non cito il titolo perché la pubblicità gratuita la faccio solo ai libri che mi piacciono – che si inserisce in quell’ampio filone secondo il quale la responsabilità dei maltrattamenti delle “donne islamiche” non sarebbe da attribuire ai cretini che le maltrattano, ma al Corano, a Maometto, ad Allah e all’intera storia della genìa non occidentale. Un po’ come se io incolpassi l’intera cultura occidentale, da Talete a Popper, dell’esistenza della Santanchè e la invitassi all’espiazione. E’ curioso notare come, nell’ottica santanchiana (santanchena? Santanchistica? Insomma, di quella tipa lì) i bruti che menano e maltrattano le mogli islamiche non sono personalmente responsabili della moralità delle loro azioni. Sono la loro religione e la loro cultura che gli fanno fare queste brutte cose. Un consiglio agli amici misogini di religione islamica: miei cari, vi conviene convertirvi al più presto ad una religione diversa, che potrete scegliere tra un’ampia gamma di culti certificati e garantiti (avventismo, scintoismo, culto di Baal, ecc.). Dopodichè potrete rompere le ossa di vostra moglie in santa pace – come molti mariti occidentali già fanno con successo – senza che la Santanchè venga a sfracassarvi i maroni. Date retta, fate un affare.  

    Ordunque, armata della sua cultura e delle sue formidabili argomentazioni – quindi praticamente nuda come Giovanna D’Arco – la Santanchè si è recata qualche sera fa in non so quale programma televisivo a spiegare all’imam di Segrate com’è fatto e che cosa dice il Corano. L’imam, comprensibilmente irritato, le ha dato – a ragion veduta - dell’ignorante, chiamandola in sostanza col suo nome di battesimo. Apriti cielo. L’intero mondo politico italiano, da Rauti a Diliberto, si è schierato a coorte in difesa della povera Santanchè, brutalizzata dall’imam sciovinista. Il giorno dopo, sulle pagine del Corriere, Magdi Allam ha spiegato – con la consueta competenza e accendendo una fiammella di speranza nei cuori di molti italiani – che nella lingua imamica dare dell’ignorante a un’ignorante equivale a una fatwa, una condanna a morte. Risultato: la Santanchè è stata immediatamente dotata di scorta armata (pagata coi soldi indovinate di chi) dimostrando per l’ennesima volta che in Italia non capire una mazza di niente è un’attività estremamente profittevole e redditizia.

    E’ una fortuna per l’Italia che io non abbia ancora deciso di adire il cursus honorum che conduce alla professione di imam. Se lo facessi e poi dichiarassi pubblicamente tutto ciò che penso della Santanchè e dei suoi scritti, dispensando qualche consiglio sugli insospettati usi alternativi a cui possono prestarsi, lo stato italiano sarebbe costretto a dotare la nota parlamentare di AN di un incrociatore da guerra e di almeno una ventina di postazioni antimissile, con un notevole aggravio dell’entità della manovra finanziaria.

     La tesi della Santanchè e dei suoi seguaci è che le “donne islamiche” – intese come categoria kantiana che spazia dalle nigeriane, alle pakistane, alle cittadine degli Emirati, senza distinzione, abbracciando praticamente l’intero orbe terracqueo -  sarebbero costrette a portare il velo dalla prepotenza dei mariti, ideologicamente avallata, a sua volta, dal dettato coranico. Gli basterebbe leggere un’intervista come questa per capire che stanno dicendo un cumulo di cazzate. O ascoltare ciò che potrebbero spiegargli le molte donne musulmane che abitano nelle nostre città e per le quali il velo è un abito come un altro e fa parte delle semplici abitudini di abbigliamento. Gli basterebbe saper distinguere un Hijab da un Burqa. Gli basterebbe conoscere un po’ di storia della cultura su cui pretendono di erudire gli imam per sapere che il velo non è legato alla tradizione religiosa e non nasce affatto con Maometto, ma esisteva già molti secoli prima, come dimostrano le attestazioni della sua presenza nell’impero persiano o i quadri occidentali che raffigurano Madonne e sante velate.

    In Tunisia, quando Tunisi si chiamava ancora Cartagine e neppure gli antenati di Maometto avevano ancora emesso i primi vagiti, già Tertulliano – rimproverando le giovinette vezzose che si toglievano il velo dal volto – scriveva: «Noi vi ammoniamo… a non deviare dalla disciplina del velo, neppure un attimo, perché non potete rifiutarlo… a giudicarvi saranno le donne dell´Arabia [la penisola arabica, all´epoca pagana, cristiana o giudaica] che coprono non solo la testa, ma anche la faccia, così interamente che preferiscono guardare con un occhio solo che prostituire l´intera faccia. Una donna dovrebbe guardare piuttosto che essere guardata». Maometto non prescrisse il velo, lo accettò come si accetta un capo d’abbigliamento di uso comune in voga da secoli.
    Del resto, se i seguaci della Santanchè fossero in grado di leggere, ascoltare, distinguere, conoscere, non sarebbero seguaci della Santanchè.


    Il velo è un’imposizione solo nei luoghi dominati da un integralismo fascista – come in certe zone dell’Algeria o nell’Afghanistan talebano – ma in questi casi l’imposizione di un abbigliamento “distintivo” non riguarda solo le donne, ma anche gli uomini, che sono costretti a portare barba e tonaca per seguire “l’esempio del Profeta”. Ciò ha ben poco a che fare con la religione e la cultura musulmana e moltissimo con la cultura fascista di qualsiasi latitudine. Nel 95% del mondo islamico il Hijab non è altro che un capo d’abbigliamento femminile di uso comune e tradizionale. In alcune zone è un vezzo modaiolo. A Tunisi, dove le donne di norma girano tranquillamente in bikini, a partire dal 2000 la moda del velo è andata diffondendosi a macchia d’olio. Si tratta di un velo bianco leggero che le donne di Tunisi indossano anche in spiaggia, quando fanno il bagno, stretto intorno al capo come una cuffietta da nuotatore. Dall’estate scorsa il velo bianco è diventano nero, in omaggio a Hezbollah e all’eroica resistenza opposta all’aggressione israeliana.

    In alcuni paesi è stata proprio la barbarie occidentale a liberare – e spesso finanziare - quelle forze fasciste che impongono forme d’abbigliamento obbligatorie per uomini e donne. L’Iraq di Saddam Hussein era il paese più laico e socialmente avanzato del Medio Oriente prima che le guerre, gli embarghi e i genocidi americani lo rendessero l’inferno che è oggi. Un inferno nelle mani delle forze più retrograde del paese la cui violenza è notoriamente finanziata dagli USA, sotto il comando di John Negroponte, già regista degli squadroni della morte in Nicaragua. Ho già pubblicato su questo blog alcuni articoli tratti dal blog di Riverbend, una ragazza irakena che racconta come la situazione per le donne irakene sia diventata molto difficile e pericolosa solo dopo l’invasione americana. E’ da allora che andare in giro senza il velo, o anche solo andare in giro e basta, è diventato una scommessa contro la morte.    



    A questo si aggiunga che l’incredibile violenza e stupidità degli europei e le loro crociate contro il velo stanno spingendo molte donne musulmane, che mai si sarebbero sognate di farlo in circostanze normali, a coprirsi il volto in segno di protesta e di affermazione di identità culturale. La violenza culturale dell’Europa colonizzata dal nichilismo americano, laido e ripugnante, è così ben integrata nel nostro costume che nemmeno riusciamo più a percepirla. Che cosa è più osceno: una cultura che impone alle sue donne di coprirsi o una che impone loro di scoprirsi, denudarsi, al cinema come nella pubblicità, nello spettacolo come nei percorsi di carriera? Non è forse indecente e violenta una società che misura il livello di libertà delle sue donne dalla loro possibilità di strapparsi tutto di dosso, anche a costo di non possedere più altra dote che il proprio corpo, anche a costo di fare violenza alle tradizioni non omologate e di calpestare e disprezzare un costume altrui vecchio di millenni?  

    Se proprio vogliamo fare le pulci alla cultura araba, potremmo al limite dire che l’uso del velo è rivelatore di una mentalità patriarcale in cui la figura femminile – che del nucleo familiare è origine e punto d’aggregazione emotivo – si adegua ad un’immaginario maschile che la “chiude” verso l’esterno e la proietta verso l’interno nel ruolo di moglie e madre; laddove nelle società capitalistiche l’abbigliamento femminile “aperto” è indice invece della necessità di dirigere anche la donna verso il ruolo sociale di attore della produzione, a scapito del ruolo familiare. Non c’è dubbio che il velo sia comunque espressione – pur antichissima – di una struttura sociale di cui è il maschio l’artefice e che relega la donna al ruolo, senz’altro limitante, di madre e di moglie. Ma lo stesso avviene nelle società occidentali, dove l’”apertura” del ruolo e dell’abbigliamento femminile è il risultato di un’impostazione della società intorno alla produzione e alla fabbrica nella cui edificazione (all’epoca della rivoluzione industriale) le donne non hanno svolto alcun ruolo progettuale attivo, semmai quello passivo di ingranaggi di supplemento.



    La Santanchè, che biasima il velo come espressione dell’asservimento della donna musulmana all’immaginario del maschio e al suo potere sociale, farebbe bene a darsi un’occhiata allo specchio. Per chi crede, la Santanchè, di indossare quei tailleur attillati, quei tacchi a spillo, quelle scollature vertiginose, quei braccialetti, quel trucco, quelle perline? Per se stessa? Per le altre donne? Come fa a non vedere che anche il suo abbigliamento è il segno dell’asservimento a un immaginario maschile, benché di segno opposto, di un maschio che non vuole la donna nel ruolo di mater familias ma in quello più redditizio di lavoratrice di fabbrica, di operaia, di impiegata, di integrazione della forza-lavoro? O di parlamentare, sulla cui scollatura l'ex ministro Gasparri si china laido ad annusare le poppe? La differenza con la cultura musulmana sta nel fatto che l’immaginario arabo limita – e dunque definisce - l’identità femminile ai ruoli interni al nucleo familiare, facendo del velo il punto di demarcazione tra la famiglia e l’esterno; l’immaginario maschile occidentale ANNULLA l’identità femminile, togliendole ogni velo, ogni confine e dunque ogni definizione; sbattendola nuda come un verme sui manifesti giganti che pubblicizzano calze, creme e divani, abbandonandola da sola, sola col proprio corpo e nient’altro, un pezzo di carne senza identità al servizio del metodo di produzione capitalistico.

    Le donne arabe sanno di essere donne, non ingranaggi. Basta parlare con qualcuna di loro per vedere la differenza. Tristi o felici, con o senza velo, trovano la definizione di ciò che sono nel ruolo antico che svolgono, quello di fulcro della famiglia e quindi della loro società, che sulla famiglia è fondata. Parlano della loro genealogia (come facevano, tanto tempo fa, le nostre nonne), raccontano storie antiche, amano chiacchierare – nel bene o nel male – dei loro paesi d’origine, di cui si sentono le pietre fondanti. Hanno già un’identità. Non sono costrette a cercarla negli acquisti, nel lavoro, nell’apprezzamento di superiori che nel concepire la femminilità non vanno oltre l’anatomia. Non sono costrette, quando l’inconsistenza di ciò che sono appare intollerabile, a suggellare la propria evanescenza dissolvendosi nel buio di una discoteca o nei fumi farmacologici dei tranquillanti. Non sono costrette - come estremo rifugio – a elemosinare un surrogato di identità dalle presenze in TV, dai battibecchi queruli, dal ruolo di vittima che sanno ritagliarsi tarando mediaticamente la propria incompetenza in funzione di una prevedibile reazione. A volte penso che non siano affatto le donne musulmane, ma proprio le donne pseudo-emancipate come la Santanchè quelle a cui piace essere menate. Più che piacergli, ne hanno bisogno. Senza aggressioni, senza scontri, senza minacce, non hanno identità, non sono niente. Senza un imam che la minaccia, chi si ricorderebbe più che esiste una Santanchè? Mi menano, ergo sum.    

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    L'ULTIMA RIVOLUZIONE (PARTE 2)

    di Gianluca Freda (25/10/2006 - 01:27)


    L'ULTIMA RIVOLUZIONE  (Parte 2)
    di Aldous Huxley
    Conferenza tenuta al Berkeley Language Center il 20 marzo 1962
    Traduzione di Gianluca Freda


    Sulla base di ciò che ho detto fin qui, penso si possa vedere chiaramente che le popolazioni umane possono essere classificate a seconda del loro grado di suggestionabilità. Ho il forte sospetto che questo 20% che abbiamo visto sia una percentuale presente in tutti i casi, e sospetto anche che non sarebbe difficile identificare e distinguere coloro che sono estremamente suggestionabili da coloro che non sono suggestionabili affatto e stabilire chi siano, invece, coloro che stanno a metà strada. E’ evidente che se nessuno fosse suggestionabile, le società organizzate non sarebbero possibili; e se tutti fossero fortemente suggestionabili, allora una dittatura sarebbe assolutamente inevitabile. E’ una vera fortuna che ci troviamo ad avere una maggioranza di persone moderatamente suggestionabili, che ci preservano dalla dittatura ma consentono la costituzione di una società organizzata. Ma, una volta appurato che esiste questo 20% di persone altamente suggestionabili, risulta chiaro che ciò rappresenta un problema di enorme rilevanza politica; ad esempio, qualsiasi demagogo che riesca a far presa su un ampio numero di questo 20% di persone e ad organizzarle, avrà la possibilità di rovesciare qualunque governo in qualunque paese.

    Dopo tutto credo che abbiamo avuto, in anni recenti, il più incredibile esempio di ciò che si può fare grazie a metodi efficienti di suggestione e persuasione nella persona di Hitler. Chiunque abbia letto, ad esempio, la “Vita di Hitler” di Alan Bullock, non può fare a meno di provare un’atterrita ammirazione per questo genio infernale, che conosceva bene le debolezze umane, meglio, credo, di chiunque altro, e che sapeva sfruttarle con tutte le risorse che aveva a disposizione. Egli conosceva, intuitivamente, quella verità pavloviana per cui un condizionamento eseguito in uno stato di stress o di affaticamento va più in profondità di un condizionamento eseguito in altri momenti. Ecco perché tutti i suoi discorsi più importanti venivano pronunciati di sera. Egli lo dice in modo molto esplicito nel Mein Kampf : il motivo era che a sera la gente è più stanca e quindi meno in grado di resistere alla persuasione di quanto potrebbe fare durante il giorno. Con le tecniche che usava era riuscito a scoprire intuitivamente, e procedendo per tentativi, molte di quelle debolezze che oggi, grazie all’approccio scientifico, conosciamo molto meglio di lui.

    Resta il fatto che questa differenza di suggestionabilità, questo diverso grado di resistenza all’ipnosi, deve essere preso in attenta considerazione in ogni discorso che riguardi i governi democratici. Se esiste davvero un 20% di popolazione che può essere suggestionato fino a fargli credere qualunque cosa, allora dobbiamo stare estremamente attenti a impedire l’ascesa di demagoghi che potrebbero guidare queste persone su posizioni estreme, organizzandole in grandi eserciti privati, molto, molto pericolosi, che potrebbero arrivare a rovesciare il governo.

    Nel campo della persuasione oggi sappiamo molte più cose che in passato e ovviamente possediamo strumenti che possono moltiplicare la voce e le immagini dei demagoghi in maniera allucinante. Parlo della TV e della radio. Hitler faceva un uso massicio della radio, poteva parlare simultaneamente a milioni di persone. Questo crea uno scarto enorme tra i demagoghi antichi e quelli moderni. Il demagogo antico poteva suggestionare tante persone quante poteva raggiungerne la sua voce urlata a squarciagola, non di più; ma il demagogo moderno può raggiungerne letteralmente milioni allo stesso tempo e moltiplicando le proprie immagini può produrre quella sorta di effetto allucinatorio che è di enorme importanza nell’ipnosi e nella suggestione.

    Dopo di che si può pensare a molti altri metodi, i quali, grazie al cielo, non sono ancora stati usati, ma che ovviamente potrebbero esserlo. Tra essi c’è, ad esempio, il metodo farmacologico, una delle cose di cui parlavo in MN. Avevo inventato una droga immaginaria chiamata SOMA, che naturalmente non può esistere nei termini in cui la presentavo nel romanzo, essendo allo stesso tempo uno stimolante, un narcotico e un allucinogeno; il che è piuttosto improbabile per una sostanza stupefacente. Ma il punto è che utilizando più sostanze si potrebbero ottenere anche oggi i risultati che descrivevo. E la cosa più interessante di queste nuove sostanze chimiche, di queste droghe che modificano la mente, è questa: nel corso della storia l’uomo ha sempre provato una forte attrazione per quelle sostanze chimiche in grado di alterare la mente, ha sempre desiderato prendersi una vacanza da se stesso. La cosa più straordinaria di tutte è che ogni narcotico, stimolante, sedativo o allucinogeno di cui aveva bisogno era già stato scoperto in natura fin dall’alba dei tempi. Neppure una di queste droghe naturali è stata scoperta dalla scienza moderna.

    La scienza moderna possiede sistemi molto più efficaci per estrarre i princìpi attivi di queste droghe e ha scoperto, naturalmente, molti metodi per sintetizzare droghe estremamente potenti, ma la scoperta vera e propria dell’esistenza in natura di queste sostanze fu fatta dall’uomo primitivo, dio solo sa quanti secoli or sono. Per esempio in alcune abitazioni del neolitico, ritrovate durante scavi in Svizzera, sono state rinvenute foglie di papavero, il che significa che già a quell’epoca l’uomo conosceva questo narcotico antico, potente e pericoloso, molto prima che esistesse l’agricoltura. Sembra proprio che l’uomo fosse tossicodipendente molto prima di diventare contadino, il che è un modo piuttosto curioso di commentare la natura umana.

    Ma la differenza tra le antiche droghe, le tradizionali generatrici di stati mentali alterati, e le nuove sostanze sta nel fatto che le prime erano estremamente nocive mentre le seconde non lo sono. Voglio dire che perfino droghe legali come l’alcool non sono del tutto innocue, come ben si sa; le altre droghe, quelle illegali come l’oppio e la cocaina, l’oppio e i suoi derivati, sono davvero molto nocive. Generano rapidamente dipendenza e in certi casi portano in breve tempo alla degenerazione fisica e alla morte.

    La cosa più notevole è che una gran parte di queste sostanze che alterano la mente producono effetti enormi sul piano mentale del nostro essere, ma quasi nessuno sul piano fisiologico. Si hanno, ad esempio, effetti enormi con l’LSD-25 o con la psilocibina – una sostanza recentemente sintetizzata – che è il principio attivo del fungo sacro messicano. Si possono ottenere enormi effetti sulla mente senza produrre effetti fisiologici più seri di quelli che si otterrebbero bevendo un paio di cocktail. E questo è un effetto davvero straordinario.

    E’ vero anche che le case farmaceutiche stanno producendo una grande quantità di queste nuove droghe meravigliose e la cura è quasi peggio della malattia. Ogni anno la nuova edizione dell’annuario di medicina contiene un capitolo sempre più lungo dedicato alle malattie iatrogeniche, cioè ai malanni provocati dai dottori. Ed è un fatto che molte di queste droghe meravigliose siano molto pericolose. Producono effetti straordinari e in condizioni critiche si dovrebbe sì usarle, ma con la massima cautela. Ma esiste anche un’intera categoria di droghe che influiscono sul sistema nervoso centrale, producendo enormi effetti sedativi, di euforia e di stimolazione dei processi mentali, senza creare alcun danno visibile al corpo umano, e questo rappresenta per me la più straordinaria delle rivoluzioni. Nelle mani di un dittatore queste sostanze potrebbero essere utilizzate, in un modo o nell’altro, in modo da non generare complicazioni fisiche e il risultato, come si può immaginare, sarebbe un’euforia che renderebbe le persone completamente felici anche nelle circostanze più abominevoli.

    Queste cose sono possibili. La cosa straordinaria è che si possono fare anche con le vecchie droghe comuni. Anni fa un mio compagno di stanza, dopo aver letto il Paradiso perduto di Milton, commentò: “La birra ha fatto più di Milton per giustificare l’atteggiamento di Dio verso l’uomo”.  E la birra è senz’altro una droga molto primitiva se paragonata alle altre. Possiamo dire senz’altro che alcuni stimolanti psichici e certi nuovi allucinogeni possono fare molto più di Milton e di tutti i teologi messi insieme per far apparire più tollerabile il terrificante mistero della nostra esistenza. Ecco un’enorme area in cui la rivoluzione definitiva potrebbe funzionare molto bene, un’area in cui sarebbe possibile ottenere un controllo notevole non attraverso il terrore, ma facendo sembrare più gradevole la vita. Gradevole fino al punto – come dicevo prima – da spingere gli esseri umani ad apprezzare una condizione che, secondo standard umani decorosi e ragionevoli, non dovrebbero apprezzare affatto. Io credo che questo sia perfettamente realizzabile.

    Vorrei anche parlare, molto brevemente, delle recenti scoperte nel campo della neurologia, riguardo l’impianto di elettrodi nel cervello. Queste tecniche sono state sperimentate su larga scala su cavie animali e in alcuni casi anche su pazienti affetti da demenza incurabile. Chiunque abbia osservato il comportamento di topi con elettrodi inseriti in diversi centri cerebrali esce da questa esperienza con una forte preoccupazione sul destino che potrebbe attenderci se mai a un dittatore venisse in mente di utilizzare questi metodi. Non molto tempo fa ho osservato alcuni di questi topi in un laboratorio dell’UCLA: c’erano due gruppi, il primo con elettrodi piantati nei centri del piacere. Questi topi avevano una barra, collegata all’elettrodo con un cavo, che poteva essere premuta e che generava per qualche istante una blanda corrente elettrica che stimolava i centri del piacere. I topi premevano questa barra circa 18.000 volte al giorno. Se un giorno gli si impediva di premerla, il giorno successivo la premevano 36.000 volte, continuando finché non crollavano completamente esausti. Non mangiavano, non si interessavano più all’altro sesso, ma semplicemente continuavano a premere questa barra.

    I topi più interessanti erano quelli ai quali l’elettrodo era stato impiantato a metà strada tra i centri del piacere e quelli del dolore. Il risultato era un incrocio tra l’estasi più meravigliosa e allo stesso tempo una sensazione di tormento. Si vedevano i topi guardare la barra come se stessero pensando “essere o non essere questo è il problema”. Alla fine si avvicinavano e poi si ritraevano con questo [incomprensibile nell’audio, NdT], aspettavano un po’ e poi premevano la barra di nuovo. Era questa la cosa straordinaria.

    In un recente numero di Scientific American ho notato un articolo molto interessante sulle sperimentazioni con elettrodi eseguite sul cervello delle galline. La tecnica è molto ingegnosa: gli si infila nel cervello una specie di spinotto con una vite sopra e in questo modo l’elettrodo può essere avvitato sempre più in profondità nella corteccia cerebrale. In qualsiasi momento si possono eseguire dei test in relazione alla profondità, che varia di poche frazioni di millimetro, sui punti che si stanno stimolando. Queste creature non vengono stimolate via cavo, ma viene loro applicato un radioricevitore miniaturizzato, che pesa meno di 30 grammi, con cui possono ricevere segnali a distanza. In pratica, mentre stanno correndo per il cortile, si può schiacciare un pulsante e l’area specifica del cervello in cui è stato impiantato l’elettrodo verrà stimolata. Si assiste così a quel fantastico fenomeno per cui una gallina che dorme si alza all’improvviso e inizia a correre, oppure una galina in movimento all’improvviso si accovaccia e si addormenta; o una gallina si accovaccia e inizia a comportarsi come se stesse covando un uovo o un gallo da combattimento cade preda della depressione.

    Il controllo totale che si esercita con questi congegni è terrificante e in quei pochi casi in cui è stato sperimentato su esseri umani gravemente ammalati i risultati sono stati altrettanto rimarchevoli. L’estate scorsa, in Inghilterra, parlavo con Grey Walters, che è il più eminente esperto della tecnica EEG in Inghilterra. Mi diceva di aver visto, all’interno di alcuni manicomi, dei pazienti incurabili con qusti affari infilati nella testa, e questi pazienti soffrivano di depressione incontrollabile. Avevano questi elettrodi inseriti nei centri cerebrali del piacere e quando si sentivano veramente male schiacciavano un bottone sulla batteria che avevano in tasca e i risultati – così mi ha raccontato – erano stupefacenti. La bocca inclinata all’ingiù improvvisamente si risollevava e queste persone si sentivano gioiose e felici. Un’altra tecnica straordinaria che oggi è a nostra disposizione.

    E’ ovvio che al momento queste tecniche non vengono utilizzate se non in via sperimentale, ma credo sia importante capire cosa sta succedendo per prendere confidenza con ciò che è già successo e quindi usare un po’ d’immaginazione per estrapolare e proiettare nel futuro ciò che potrebbe succedere. Cosa potrebbe succedere se queste tecniche fantastiche e poderose fossero usate da persone senza scrupoli dotate di autorità? Cosa mai succederebbe, che razza di società potremmo ottenere?

    Ciò è particolarmente importante se si pensa che, guardando alla storia passata, fino ad oggi abbiamo sempre permesso a questi progressi tecnologici che modificano profondamente la nostra vita sociale e individuale di coglierci di sorpresa.  Mi sembra sia stato tra la fine del 18° e l’inizio del 19° secolo che le nuove macchine hanno consentito lo sviluppo dell’industria. Non era oltre le possibilità umane osservare ciò che stava accadendo, proiettarlo nel futuro e magari prevenire le terribli conseguenze che avrebbero devastato l’Inghilterra, buona parte dell’Europa Occidentale e questo paese per sessanta o settant’anni, gli orribili abusi del sistema industriale. E se una certa dose di previdenza fosse stata applicata in quel momento al problema e se la gente avesse prima cercato di capire cosa stava succedendo e poi usato l’immaginazione per capire cosa poteva succedere e quindi avesse elaborato gli strumenti per far sì che le peggiori applicazioni della tecnica non avessero luogo, allora credo che l’occidente si sarebbe risparmiato circa tre generazioni di miseria terribile imposta ai poveri di quell’epoca.

    La stessa cosa vale per i progressi tecnologici odierni. Dobbiamo pensare ai problemi dell’automazione e – in modo più approfondito – a quelli che potrebbero sorgere grazie a queste tecniche, che potrebbero davvero contribuire a questa rivoluzione definitiva. Il nostro compito è di essere consapevoli di ciò che sta accadendo e di usare la nostra immaginazione per capire cosa potrebbe succedere, in che modo si potrebbe approfittarne e infine, se possibile, di provvedere affinché gli immensi poteri che oggi possediamo grazie a queste scoperte scientifiche e tecnologiche vengano usati a beneficio dell’umanità e non per la sua degradazione.           




                   



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    L'ATOMICA SU BAGHDAD

    di Gianluca Freda (23/10/2006 - 19:59)

    Ciò che potete vedere in questo video sono gli effetti dell’attacco sferrato della resistenza irachena ad un’installazione militare americana - denominata Camp Falcon - straripante di armi e munizioni di ogni genere. L’attacco è avvenuto l’11 ottobre scorso e la notizia è stata censurata da quasi tutti i media occidentali. E si capisce. Stando a ciò che leggo su questo sito, l’attacco avrebbe provocato almeno 300 morti tra militari, agenti della CIA e contractors americani e almeno un miliardo di dollari di danni in armamento militare. Diversa invece – ma non c’è molto da stupirsi – la versione dei siti dell’esercito americano, come questo, secondo i quali l’attacco non avrebbe provocato vittime. Ciò è quasi certamente falso. Come si vede dal filmato di Al Jazeera – ripreso da una telecamera fissa notturna a Baghdad - il rogo derivante dall’esplosione è enorme ed è visibile da molti chilometri di distanza. Difficile credere che un’installazione di quelle dimensioni fosse deserta. In particolare al minuto 3:57 del filmato si vede un "flash" spaventoso, che nonostante la distanza riempie all’improvviso tutto lo schermo; dopo di che sopra il sito dell’attacco compare un piccolo "fungo". Alcuni pensano perfino che nel deposito fosse stivata, tra le altre cose, un’arma atomica tattica – quelle che gli USA avevano accusato Saddam di avere, ha ha – il che spiegherebbe il tipo di esplosione che si vede nel filmato. Atomica o no, si tratta comunque, fino ad oggi, dell’attacco più grave mai portato dalla resistenza irakena ad un’installazione americana. Le armi fornite dai russi, se Dio vuole, a qualcosa cominciano a servire.

    A questo indirizzo trovate le foto degli effetti dell’esplosione.

     

     

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    L'ULTIMA RIVOLUZIONE

    di Gianluca Freda (23/10/2006 - 00:56)


    Aldous Huxley è il grande scrittore, morto nel 1963, autore di molti testi celeberrimi. Tra essi tutti ricorderanno Le porte della percezione, nel quale Huxley, dopo aver sperimentato su di sé gli effetti della mescalina, elaborava un’affascinante teoria sull’espansione della mente indotta dalle droghe e su come l’assunzione di stupefacenti potesse rivelare i segreti meccanismi della mente umana. Molti anni prima, nel 1932, Huxley aveva scritto Brave New World (Mondo Nuovo) il romanzo che è – insieme a 1984 di Orwell – la distopia più conosciuta e profetica della letteratura del Novecento. Girando per internet, mi sono imbattuto nel file audio di una conferenza che Huxley tenne, pochi mesi prima di morire, al Berkeley Language Center. Le cose che Huxley disse in quell’occasione mi sono sembrate di straordinaria attualità, così – non sapendo se il testo sia mai stato tradotto in italiano - ho pensato di tradurlo e pubblicarlo sul blog, in due parti.
    Il file audio della conferenza – con la magia della voce di Huxley dal vivo – può essere ascoltato QUI (serve Real Player).



    L’ULTIMA RIVOLUZIONE  (parte 1)
    di Aldous Huxley
    Testo della conferenza tenuta al Berkeley Language Center il 20 marzo 1962
    Traduzione di Gianluca Freda

    [...] Possiamo dire che nel passato tutte le rivoluzioni hanno avuto come obiettivo essenziale quello di modificare l’ambiente allo scopo di modificare l’individuo. Ci sono state rivoluzioni politiche, rivoluzioni economiche e – all’epoca della riforma protestante – una rivoluzione religiosa. Tutte queste rivoluzioni non miravano direttamente all’essere umano, ma a ciò che gli stava intorno. Attraverso una modifica dell’ambiente circostante si poteva ottenere – o eliminare – un effetto sull’essere umano.

    Oggi credo che ci troviamo di fronte a ciò che potrebbe essere definita la rivoluzione definitiva, l’ultima rivoluzione, quella in cui l’uomo può agire in modo diretto sulla mente e sul corpo dei suoi simili. Inutile dire che la possibilità di esercitare un certo tipo di azione diretta sulla mente e sul corpo degli esseri umani è esistita fin dall’alba dei tempi. Ma era generalmente di natura violenta. Le tecniche del terrorismo sono note da tempo immemorabile e i popoli le hanno sempre impiegate con maggiore o minore raffinatezza, a volte con la più terribile crudeltà, altre con una certa dose di abilità acquisita attraverso una serie di prove ed errori, per scoprire quali fossero i modi migliori di sfruttare la tortura, la carcerazione e le costrizioni di ogni genere.

    Ma come diceva, credo, Metternich molti anni fa, con le baionette si può fare di tutto tranne che sedercisi sopra. Se si vuole controllare una popolazione per un lungo periodo di tempo occorre che vi sia una certa misura di consenso, essendo difficile che il terrorismo puro e semplice possa funzionare a tempo indefinito. Esso può anche funzionare per molto tempo, ma io credo che prima o poi sia necessario introdurre un elemento di persuasione, un elemento che spinga le persone ad essere consenzienti a ciò che gli viene fatto.

    Io penso che la natura della rivoluzione definitiva che abbiamo di fronte sia precisamente questa: siamo sul punto di sviluppare una serie di tecniche che consentiranno all’oligarchia al potere – che è sempre esistita e probabilmente sempre esisterà – di spingere le persone ad amare la propria schiavitù. Questa è, io credo, una rivoluzione di malvagità definitiva, ed è un problema al quale mi sono interessato per molti anni e su cui ho scritto 30 anni fa un romanzo, Mondo Nuovo, che descrive una società in cui vengono utilzzati tutti gli strumenti disponibili – e alcuni degli strumenti che allora immaginavo sarebbero stati disponibili nel futuro – prima di tutto per standardizzare la popolazione, appiattendo le fastidiose diversità tra gli esseri umani, per creare, diciamo così, modelli di esseri umani prodotti in serie e organizzati in un sistema di classi basato sulla conoscenza scientifica. Da allora mi sono interessato sempre di più a questo problema e ho notato con crescente raccapriccio che un gran numero delle previsioni che sembravano pura fantasia quan