Archivio Settembre 2006
LA FINE DEL DOLLARO
di Gianluca Freda (01/09/2006 - 13:23)
IL BLUES DEL DECLINO DEL DOLLARO
di Jamey Hecht
Le ordinarie teorie economiche non possono spiegare la riduzione dell’attività industriale americana né la trasformazione degli Stati Uniti in un paese la cui specialità è il consumo e che si affida alle importazioni dall’estero per poter sostenere questo ruolo. In ogni caso, un modello imperiale come quello dell’antica Roma può consentirci di comprendere questo processo, individuandolo come conseguenza economica di una specifica organizzazione politica e militare.
(Emmanuel Todd, Dopo l’impero: la dissoluzione del sistema americano, Net, 2005)
25 agosto 2006, ore 15.12 – L’economia degli Stati Uniti sta precipitando giù per la collina. Esaminate questi tre grafici. Nel primo, “Commercio di Beni e Servizi degli Stati Uniti: Bilancia dei Pagamenti”, le uniche colonne importanti sono le prime due a sinistra: “Periodo” e “Totale”. Scorrendo il grafico, i valori (espressi in milioni di dollari) si muovono su e giù come un’onda, con i numeri negativi che iniziano a diventare molto consistenti alla fine degli anni ’80 e verso la fine degli anni ’90. Dopodichè iniziano i guai seri e il volgere del millennio segna una nuova accelerazione del deficit commerciale. Consumiamo molto di più di quanto produciamo [clicca sul grafico per ingrandire].
http://www.bea.gov/bea/newsrel/trade_glance.htm
Dunque gli Stati Uniti non ricavano molto denaro dal commercio internazionale di beni e servizi. Ma allora da dove vengono i nostri soldi?
Li prendiamo in prestito:
La Fed li stampa dal nulla (e li presta al Tesoro, a interesse):
http://www.economagic.com/em-cgi/daychart.exe/form
Altri paesi comprano il debito degli Stati Uniti, sotto forma di Buoni del Tesoro, per diverse ragioni:
- Per proteggere le loro valute da “attacchi speculativi” da parte di grandi investitori statunitensi. George Soros fece crollare la sterlina inglese nel 1992 con un attacco simile. Si acquista una grande quantità di valuta della vittima, togliendola dal mercato e rendendola così difficilmente reperibile e più pregiata. Poi la si rimette sul mercato a quel valore più alto, ricavandone un grosso profitto e facendone crollare nuovamente il valore. Se la Banca Centrale di un paese detiene dollari a sufficienza, altri possessori di dollari saranno riluttanti a far crollare la valuta di quel paese, dal momento che esso possiede abbastanza dollari da immettere sul mercato per rappresaglia. E se la valuta di quel paese si indebolisce fino a un livello spiacevole, esso può usare le proprie riserve di dollari per ritirare dal mercato parte della propria valuta, facendone risalire il valore.
- Per evitare di essere rispediti all’Età della Pietra a suon di bombe. Vedi questo intervento di Peter Dale Scott.
- Per preservare il valore delle enormi riserve di dollari di cui sono già pieni.
La Cina vuole che la propria valuta rimanga debole e a buon mercato così che i consumatori americani e del resto del mondo continuino a poter acquistare prodotti cinesi con il prezzo in yuan. Se un articolo costa 1 yuan, uno yuan più debole significa un articolo più economico. E più economici sono gli articoli cinesi sugli scaffali di Wal-Mart e di Target, maggiore sarà il numero che ne verrà consumato, maggiore la quantità che ne verrà prodotta. Ma tutto questo arricchisce i cinesi, avvicinando il giorno in cui avranno abbastanza reddito pro capite da potersi permettere di acquistare essi stessi i frutti del proprio lavoro. A quel punto, per i cinesi non sarà più necessario avere un’America piena di soldi liquidi desiderosa di acquistare prodotti cinesi. Fino a quel momento, comunque, le economie dei grandi possessori di Buoni del Tesoro USA, e in particolar modo la Cina, il Giappone e la Corea del Sud, devono assicurarsi che l’America possieda un portafogli pieno di dollari con cui pagare le loro esportazioni. Acquistando debito USA, essi stanno prestando denaro allo Zio Sam in modo che egli possa continuare a pagare ciò che loro gli vendono. E’ un sistema perverso, perché equivale a un’ammissione che questo “debito” è in realtà una relazione strutturale permanente, non un prestito insoluto che potrà un giorno essere ripagato.
Dal punto di vista americano, un dollaro debole dovrebbe rendere le esportazioni USA succosamente competitive, restringendo il deficit commerciale. Invece mentre il dollaro continua a indebolirsi, il deficit commerciale continua a crescere (con fluttuazioni non significative). Ciò potrebbe essere legato non tanto alla competitività dei prezzi americani, quanto alla pura e semplice assenza di beni americani. Questo è particolarmente spiacevole in casa nostra, visto che i beni d’importazione sui nostri scaffali diventano più costosi man mano che il dollaro si indebolisce e non ci sono abbastanza beni di produzione nazionale disponibili come alternativa.
Come c’era da aspettarsi, il Cato Institute (liberista e di destra) fotografa la situazione con quest’immagine:
Alcuni affermano che il nostro deficit commerciale (o “current account deficit”) è responsabile della perdita di valore del dollaro. Hanno capito tutto a rovescio. E’ il flusso di dollari degli investimenti stranieri (il “capital account”) nell’economia statunitense che determina il deficit commerciale. Le maggiori rendite su capitale dell’economia americana, rispetto all’Europa o al Giappone, hanno fatto sì che negli ultimi 20 anni gli investitori stranieri acquistassero stock, bond e altri titoli USA. Inoltre, alcuni governi stranieri, soprattutto la Cina, il Giappone e altri stati asiatici, hanno progressivamente incrementato i loro acquisti di dollari USA come supporto di sicurezza alle loro valute.
Riascoltiamo: “E’ il flusso di dollari degli investimenti stranieri (il “capital account”) nell’economia statunitense che determina il deficit commerciale”. Quindi gli USA possono permettersi di acquistare beni d’importazione stranieri solo perché investitori stranieri ci prestano il denaro. Fantastico! E perché lo fanno? “Le maggiori rendite su capitale dell’economia americana, rispetto all’Europa o al Giappone, hanno fatto sì che negli ultimi 20 anni gli investitori stranieri acquistassero stock, bond e altri titoli USA.”. Sì, ma quelle “maggiori rendite” dipendevano da un’infrastruttura produttiva in espansione che adesso sta soffocando per gli alti prezzi delle materie prime (rame, ferro, cemento, ecc.) e su una crescita produttiva che ora è stagnante. Oggi il tasso di crescita produttiva degli USA è dell’1,8%, mentre la Cina ha una media dell’8,7% all’anno fin dal 2000.
Emmanuel Todd è d’accordo:
Gli investitori stranieri hanno perso miliardi negli USA nel corso degli anni ’90, ma l’economia USA ha perso un intero decennio. Ancora nel 1990 gli Stati Uniti esportavano 35 miliardi di dollari di tecnologia avanzata in più di quanta ne importassero. Ora la bilancia commerciale è negativa anche in questo settore. Gli USA sono rimasti enormemente indietro nel campo delle comunicazioni mobili. La finlandese Nokia è grande quattro volte la Motorola. Più di metà dei satelliti per le telecomunicazioni vengono lanciati con i razzi europei Ariane. L’Airbus sta per surclassare il Boeing. Il più importante mezzo per trasporto persone della moderna economia globale verrà prodotto soprattutto in Europa.
Via via che l’avventurismo militare degli Stati Uniti gli aliena le simpatie delle persone, delle famiglie, degli investitori e dei governi di tutto il mondo, per costoro diverrà sempre più attraente la prospettiva di affrontare le difficoltà economiche conseguenti ad un crollo del dollaro pur di conquistare una nuova libertà dall’egemonia di tale moneta. E’ già possibile acquistare petrolio senza bisogno di utilizzare dollari americani. Presto potrebbe essere possibile operare sui mercati finanziari mondiali senza più quell’oceano di biglietti verdi che sta per essere risucchiato nel grande buco nero della Storia.
(tratto da www.fromthewilderness.com. Traduzione di Gianluca Freda)






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