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    I GIACIMENTI DELLA VANVERA

    di Gianluca Freda (22/08/2006 - 21:57)



    Che il giornalismo italiano non sia esattamente un modello di imparzialità e correttezza informativa è cosa nota. Ma mi  capita a volte di imbattermi, quando meno me lo aspetto, in articoli di sapore così beceramente propagandistico e così maleodoranti di difesa d’ufficio, da farmi girare le scatole più del normale. Vorrei pertanto commentare punto per punto la prima parte di questo articolo di Guido Rampoldi, comparso su Repubblica del 20 agosto scorso. L’articolo inveisce a vanvera contro l’annuncio a pagamento che l’UCOII (Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia) ha pubblicato a proprie spese su molti quotidiani italiani per ricordare le vittime del sionismo e denunciare la politica genocida di Israele, suggerendo un parallelo tra stragi israeliane e stragi naziste. L’articolo di Rampoldi inizia così:


    La tesi secondo la quale Israele equivale al Terzo Reich per i metodi con cui tratta i nemici è un'idiozia ricorrente tanto nel conformismo arabo quanto nel pensiero della sinistra radicale.

    Qui Rampoldi, anticipando al lettore la propria raffinata metodologia dialettica, esordisce con un chiaro postulato logico: “Tutti coloro che non la pensano come me, e in particolar modo gli arabi e la sinistra radicale, sono degli idioti. Gli arabi poi, se sono conformisti, sono ancora più idioti. Anch’io sono un conformista, come potete vedere dalle cose che scrivo, ma non essendo arabo, né di sinistra radicale, non sono idiota”. Trattandosi di un postulato, cioè dell’elemento base di un ragionamento, esso non necessita di dimostrazioni né approfondimenti. E’ così e basta.
    Si tratta di una metodologia dialettica che approvo e condivido e che, col permesso di Rampoldi, vorrei utilizzare a mia volta. Dirò dunque, in preambolo e riservandomi il diritto di motivare o non motivare – a mia totale discrezione – quanto affermo, che anche a me le cose che Rampoldi scrive sembrano idiozie senza pari. Pure bestialità. L’unica variante che mi riservo di adottare rispetto alla sua metodologia è la seguente: quando verrà il momento – se mai verrà – di motivare questa asserzione, proverò ad usare, rispetto a lui, argomenti un po’ più solidi.

    Alla confluenza tra queste due culture, l'Unione delle comunità islamiche in Italia ha pubblicato un annuncio a pagamento in cui si suggerisce che da settant'anni il sionismo massacra le popolazioni del Medio Oriente, quasi coltivasse una segreta vocazione genocida.

    Sorvoliamo sulla “confluenza delle culture” dell’Islam e della sinistra radicale (Rampoldi, evidentemente, è convinto che se gli arabi sono così incazzati devono per forza essere comunisti) e andiamoci a leggere l’annuncio pubblicato dall’UCOII, tanto per sapere di cosa stiamo parlando. Si può scaricarlo qui. Come si può vedere, in tutto l’annuncio ci sono soltanto 2 righe che accennano, in modo piuttosto brutale, all’equivalenza tra Israele e nazismo: il titolo e la riga sotto la tabella. Il 99 % dell’articolo è costituito da affermazioni documentate e poco confutabili e perfino da una tabella che dà un’indicazione approssimativa dei massacri compiuti dai sionisti contro palestinesi e libanesi dal 1937 a oggi. L’elenco comprende anche massacri avvenuti prima della costituzione ufficiale dello stato d’Israele (maggio 1948) ad opera di gruppi militanti sionisti come l’Irgun Tsvai Leumi , che operarono durante il mandato britannico sulla Palestina (1931-1948).
    E’ curioso che Rampoldi, dinanzi all’elenco di tanti massacri, rivolga la propria attenzione alle due sole righe che suggeriscono, col tono necessariamente grossolano della sintesi,  un collegamento tra nazismo e atrocità commesse da Israele. Le atrocità reali, quelle che Israele ha indiscutibilmente commesso e continua a commettere nell’indifferenza dei molti Rampoldi del mondo, pur se elencate con acribia, pur se mostruose (basterebbero i soli massacri di Sabra e Chatila e quello più recente di Jenin a giustificare i toni usati dall’UCOII) non lo interessano minimamente. Il nazismo. Il sionismo. La sinistra radicale. Il conformismo arabo. I massimi sistemi. Questi sono gli unici argomenti che Rampoldi prende in esame per redigere i suoi articoli. Del macello quotidiano e reale compiuto da Israele contro i popoli confinanti, non gli importa una cippa. Rampoldi scrive che l’UCOII “suggerisce” che il sionismo massacra le popolazioni mediorientali da settant’anni, come se le date e le cifre della tabella fossero semplici opinioni e non atrocità fin troppo reali e documentate compiute da Israele nel corso degli anni. E’ meglio sorvolare e parlare di teoria che mettere i piedi in concreto in quel mattatoio che, grazie a Israele, è diventato il Medio Oriente.

    Come ha spiegato il presidente dell'Ucoii l'annuncio nasce per reazione ai resoconti omissivi o mendaci con i quali gran parte dell'informazione italiana ha seguito la guerra del Libano. Ma se quest'accusa può essere pertinente, certo non aiuta la verità combattere tante bugie con un'enorme menzogna.

    L’”enorme menzogna”, naturalmente, fa parte del postulato di cui sopra. Rampoldi non si sente obbligato a spiegare ai suoi lettori perché mai paragonare i massacri compiuti dagli Israeliani in Libano e in Palestina a quelli nazisti sia un’operazione così peregrina. E’ così perché lo dice lui. Deus vult. Con molta onestà, tuttavia, Rampoldi riconosce che il modo in cui i media italiani hanno seguito l’aggressione israeliana al Libano è stato, a dir poco, ripugnante, con il solito vezzo servile di mettere aggressori e aggrediti sullo stesso piano. Nonostante ciò, Rampoldi non si sente minimamente obbligato ad ovviare, almeno in parte, alla disinformazione dilagante dicendo un po’ di cose vere e corrette su ciò che sta davvero avvenendo in Medio Oriente. Macché. Se proprio deve scrivere un articolo lo scrive per dire quanto sono idioti gli arabi e la sinistra radicale a pensare che tra un migliaio di civili macellati come animali dai nazisti e un migliaio di civili macellati come animali dagli israeliani possa non esserci, all’esame autoptico, una sostanziale differenza. Che colpa ne ha lui se il giornalismo italiano è uno schifo? Che cos’ha da spartire, lui, con un giornalista? 

    L'Ucoii è un gruppo di dignitari islamici che afferma di rappresentare la maggioranza delle moschee italiane: fosse anche così darebbe voce soltanto ad una piccola frazione dell'immigrazione dai Paesi musulmani. 

    L’UCOII è un’associazione legalmente costituita (da comuni cittadini di religione islamica SUNNITA, non da “dignitari”) che rappresenta 122 organizzazioni musulmane sul suolo italiano e circa il 30% dei musulmani in Italia, sparsi su un’ottantina di moschee e su circa 300 luoghi di culto “privati”, cioè che non hanno ancora lo status di moschea. Rampoldi sembra sottintendere, in questo brano, che se la maggioranza dei musulmani in Italia fosse libera di parlare senza rischiare, solo per questo, l’espulsione, il carcere, il rapimento da parte dei servizi segreti o, peggio ancora, le reprimende di Rampoldi, non direbbe mai e poi mai che i massacri di Israele somigliano molto a quelli nazisti. Macchè, figuriamoci. Sono cose che solo agli arabi conformisti e alla sinistra radicale possono venire in mente.

    E dunque potremmo liquidare la sua iniziativa come un'espressione di stupidità nel complesso minoritaria, anche se non solitaria in Europa (qualche anno fa perfino il Nobel Saramago ha sostenuto che la cittadina palestinese di Ramallah è la nuova Auschwitz).

    E’ interessante il sollievo che Rampoldi esibisce nell’affermare che le idee dell’UCOII sono minoritarie. Il passo sembra implicare che tutto ciò che è minoritario è necessariamente anche stupido. O comunque degno di essere “liquidato”, come se le maggioranze avessero il sigillo divino della verità impresso a fuoco sulle labbra. Bene, ho fatto un piccolo sondaggio tra i miei amici e conoscenti musulmani (9 persone). Tra essi solo 2 sapevano che cosa fosse l’UCOII. Ma tutti, all’unanimità, hanno affermato di condividere il contenuto dell’annuncio anti-israeliano. Caro Rampoldi, quando gli arabi possono parlare liberamente – come fanno con me – dicono cose che gli scribacchini neanche immaginano. Tra i miei amici arabi le sue opinioni sono in netta minoranza. Si consideri liquidato.
    Per quanto riguarda Saramago, lascio parlare lui, limitandomi a condividere:

    “ Quello che io ho detto, e che i media non hanno riprodotto con piena fedeltà, è che a Ramallah era presente lo spirito di Auschwitz. Non sono stato l'unico a dirlo: in Israele era scoppiata un'enorme polemica sette-otto anni fa, quando un intellettuale ebreo, per giunta askhenazita, accusò l'esercito di essersi trasformato in esercito “ebraico-nazista”. Comunque, pochi giorni dopo la mia affermazione l'esercito israeliano ha invaso la striscia di Gaza e la Cisgiordania e mi ha dato ragione. Un'amica, ex-direttrice della Cineteca israeliana, mi ha detto: puoi chiamare noi israeliani come vuoi, anche fascisti, ma non pronunciare mai la parola Auschwitz. Ecco, io le ho risposto che la parola Auschwitz è diventata il muro dietro il quale gli israeliani si proteggono. Per un fenomeno di perversione linguistica hanno trasformato Auschwitz in autogiustificazione, nella parola che li assolve qualunque cosa facciano. Voglio dirlo molto seriamente: gli ebrei hanno sofferto grandi persecuzioni, anche prima dei lager, ma io non riesco a capire come questa loro sofferenza non gli abbia insegnato a non far soffrire gli altri. Coloro che hanno sofferto sono morti e l'unico modo francamente umano di rispettare coloro che sono morti sarebbe non ripetere i crimini di cui essi sono stati vittime.” 
    (Intervistato da Maria Serena Palieri per l’Unità del 25/02/2003)

    Ma se vogliamo essere onesti dobbiamo riconoscere che l'eguaglianza tra Israele e nazismo è radicatissima nel Mediterraneo musulmano, soprattutto nel ceto medio erudito.

    Veramente è discretamente diffusa anche nel ceto erudito israeliano, come spiegava Saramago nell’intervista citata. A Rampoldi è mai capitato di leggere qualche articolo di Ury Avnery (ne ho pubblicato uno sul sito qualche giorno fa)? O di Gilad Atzmon? Ha mai letto “I fiori di Galilea” di Israel Shamir? Ha mai ascoltato le voci dei refuseniks, i giovani israeliani che hanno preferito il carcere al servizio militare? Riporto un passo dell’intervista ad Atzmon citata sopra. Alla domanda se si possa paragonare Israele alla Germania nazista, Atzmon risponde:

    “Se si deve fare un confronto, sono gli israeliani a vincere il campionato della ferocia, e i motivi sono ovvii. La Germania nazista era una tirannia, Israele è una democrazia guidata da un governo di centro-sinistra di unità nazionale. Ciò significa che non abbiamo nessuno strumento oggettivo per sapere quanti tedeschi approvavano i crimini nazisti (anzitutto i tedeschi non erano informati di tali crimini; secondo, non vigeva alcun sistema di sondaggio indipendente e obbiettivo nella Germania di allora); invece, gli israeliani approvano collettivamente i delitti del loro governo in Libano, e questo fatto è documentato in modo schiacciante da diversi sondaggi.”

    Un equivoco così grossolano non nasce tanto da una diffusa ignoranza, senza la quale sarebbe impossibile paragonare la brutalità coloniale cui spesso ricorre l'esercito israeliano ai metodi d'un regime che realizzò il genocidio con una radicalità mai tentata nella storia umana. In realtà chi pretende che Israele sia nazista non esprime un giudizio storico, fondato su somiglianze del resto impossibili, ma un giudizio di valore per il quale lo Stato ebraico sarebbe malvagio quanto il nazismo.

    Con questo ardito giro di parole, Rampoldi sta tentando di spiegare a noi ignoranti che tra la Germania del 1933 e lo stato d’Israele del 2006 esistono alcune lievi differenze. Si tratta, come chiunque può capire, di un’intuizione storicistica di straordinaria portata che senza l’ausilio di un erudito come Rampoldi nessuno di noi sarebbe stato neppure in grado di concepire. Riprendendomi dallo stordimento generato dall’assalto delle infinite prospettive interpretative che questa rivelazione mi spalanca, vorrei far presente a Rampoldi quanto segue:
    il colonialismo non è ciò che caratterizza l’operato di Israele, così come il genocidio non era il fulcro del sistema nazista. Esisteva un “colonialismo” di stampo (per così dire) “israeliano” nell’operato nazista – nel senso di una progressiva occupazione e sottomissione delle nazioni europee confinanti e non – così come esiste una pulsione al genocidio, di stampo nazista, nell’agire israeliano (non saprei come altro chiamare le atrocità che avvengono quotidianamente nella striscia di Gaza). Scusate se sono brutale, ma non ho più voglia di misurare le parole. Quando parliamo di nazismo intendiamo un apparato politico-economico-militare che giustifica l’autoritarismo militare interno, il brutale espansionismo esterno e il proprio ruolo di governo sulla base di teorizzazioni di superiorità razziale.Questo è esattamente ciò che accade in Israele. Esiste un apparato politico ed economico che è integrato in quello militare, come dimostra il fatto che quasi tutti i primi ministri israeliani vengono dalla militanza negli alti ranghi di Tsahal, l’esercito di Israele. Esiste un autoritarismo militare interno – i refuseniks e i pacifisti presi a mitragliate ne sanno qualcosa – un po’ meno marcato di quello nazista, ma solo perché possiede strumenti di persuasione propagandistica più capillari e potenti (la televisione, in primis). Esiste un espansionismo verso l’esterno. Esiste, soprattutto, una teorizzazione di stampo razziale alla base di tutto questo, di cui poco si parla, ma di cui è possibile avere qualche notizia leggendo questo articolo. Avete letto? Bene. Si tenga presente che il Concilio Talmudico non rappresenta soltanto l’ideologia feroce dei coloni ebraici di Gerusalemme e della West Bank, ma anche quella di gran parte degli alti ufficiali dell’esercito israeliano, che nell’ideologia talmudica ricevono la propria formazione. Un esercito i cui capi operano nel convincimento che “non si deve esitare ad uccidere civili e bambini palestinesi” quale altro esercito vi ricorda?
    Se mai un’organizzazione come l’UCOII si fosse sognata di proferire un millesimo delle bestialità sanguinarie che per “Yesha” sono il pane quotidiano, i giornali l’avrebbero distrutta, il Parlamento l’avrebbe messa fuori legge e i suoi dirigenti sarebbero stati giustamente sbattuti fuori dal paese a calci nel deretano. Perché i giornalisti come Rampoldi, che operano nell’informazione, non pensano mai ad assestare qualche poderoso calcio nel culo anche a questi schifosi rabbini nazisti? Perché Israele non pensa neppure lontanamente a metterli fuori legge?
     Cito il pensiero di un ebreo intelligente, Israel Shamir, non perché io lo condivida al 100% (diciamo all’80), ma per dimostrare come siano spesso gli stessi ebrei a sentirsi infangati dalle nefandezze compiute in nome del popolo ebraico:

    “Nel 1880 circa, Dostoyevsky profetizzò: se e quando gli ebrei prenderanno il potere, ci spelleranno vivi.
    In Palestina, questa profezia si avvera. Non è questione di innati caratteri ebraici: un ebreo può essere buono e fare il bene, un ebreo può pentirsi, ma 'gli ebrei' no, perché questo corpo politico esiste precisamente per combattere gli indigeni, siano palestinesi o di altrove. Ideologicamente, uno Stato ebraico farà la cosa ebraica, ossia combatterà i nativi e la Chiesa, sia cristiana o islamica. 'Se gli antichi ebrei tornassero', scrisse Simone Weil, 'distruggerebbero le nostre chiese e ci massacrerebbero tutti'. 'La tradizione ebraica è occultamente etnocentrica e disumanizza gli estranei con un piacere insuperato', ha scritto Ed Herman. Nello Stato ebraico, gli ebrei antichi sono tornati, e la tradizione ebraica è diventata assoluta. Sicchè Hamas aveva ragione a non riconoscere lo Stato ebraico: un simile Stato non può diventare un vicino sopportabile. Questo Stato dev'essere smantellato, come lo fu lo Stato extraterritoriale degli 'Assassini' che un tempo controllarono il Medio Oriente”.


    Non condivido l’ultimo pensiero e vorrei che la politica israeliana non stesse facendo di tutto per farmi cambiare idea.

    (Gianluca Freda)

          

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