Archivio Agosto 2006
A CENA CON HEZBOLLAH
di Gianluca Freda (19/08/2006 - 19:50)
Gli aeroplani israeliani incrociarono sopra le nostre teste per tutto il pomeriggio, lasciando lunghe scie bianche nel cielo azzurro limpido. Hezbollah aveva una sede a J’baa, un piccolo edificio in mezzo a una fila di negozi. All’interno c’erano raccoglitori sugli scaffali, volantini e manifesti sparsi tutt’intorno insieme ad altro armamentario del partito; un portachiavi con l’immagine del leader di Hezbollah, fasce per capelli con slogan e segnalibro in pelle con goffrato il simbolo del partito, un pugno sollevato che agita in aria un Kalashnikov.
L’uomo dietro la scrivania fece una telefonata e annunciò che, per quella sera, avevo un appuntamento a cena con un comandante hezbollah. Mi era stata assegnata una guardia del corpo chiamata Abbas, un uomo accigliato sulla ventina. Forse c’era un problema nella traduzione, ma non riuscii a stabilire se stavo per incontrare il comandante militare o il leader spirituale. Lo chiamavano “Shaykh”, ma per gli hezbollah, gli uomini di Dio e gli uomini d’armi possono essere la stessa cosa.
Era una notte senza luna e io stavo per essere condotto giù per un sentiero che partiva dal centro di J’baa. In qualche angolo lontano era appesa una lampadina nuda, ma ogni passo in avanti era un atto di fede. Sospettavo che mi stessero facendo fare un percorso circolare per evitare che il giorno dopo potessi individuare l’edificio. Gli hezbollah erano ossessionati da segretezza e sicurezza. La nostra destinazione si rivelò essere una casa di tre piani con frammenti di luce che filtravano dalle fenditure nelle porte e nelle persiane.
Mi fecero entrare in una stanza con un grande tavolo, che si alzava solo mezzo metro dal pavimento. Sopra c’era steso un telo di plastica bianco, parecchi uomini facevano avanti e indietro, alcuni portando piatti di cibo. Intorno al tavolo potevano probabilmente inginocchiarsi o sedersi una dozzina di uomini, stringendosi, forse di più. Uno dei tubi fluorescenti che lo illuminavano lampeggiava in modo fastidioso.
Lo Shaykh Muhammad si sedette, con le gambe incrociate, a capotavola. Il suo abito nero cadeva come una piccola tenda intorno al suo corpo seduto. La sua testa barbuta era inclinata a quarantacinque gradi, come se fosse in costante contemplazione, coronata da un turbante bianco e rotondo. Era uno shaykh, un componente del clero sciita e apparentemente vicino al consiglio di governo di Hezbollah. Non riuscii mai a scoprire se era anche un capo militare.
Lo Shaykh sollevò lo sguardo mentre entravo nella stanza e Abbas mi presentò. Lui sorrise bruscamente e fece un cenno con il capo quando pronunciai il saluto islamico, “La pace sia con te”, ma non rispose. Dopo un po’ cominciammo a mangiare, un banchetto di mezzeh; c’erano tahina, salsina di sesamo e baba ghanouj, un puré di melanzane con limone e parsley. Mangiammo il tutto con del pane caldo. I pomodori e i ravanelli in Libano erano appetitosi e molto grandi, al punto spesso di far sembrare piccolo il piatto. Furono serviti anche alcuni falafel, le polpettine di piselli secchi e verdure, leggermente unti. Curiosamente, venne portato anche un piatto di patatine accompagnato da una bottiglia di ketchup.
Intorno al tavolo c’erano circa una dozzina di uomini, tutti fra i venti e i trent’anni: i più non erano rasati e presentavano ciuffi ispidi di peluria; alcuni avevano barbe lunghe e fitte. Sembravano soldati. Mangiavano rumorosamente mentre lo Shaykh sgranocchiava quello che aveva davanti senza parlare. Cercai di apparire amichevole mormorando che la cena era gustosa; “Eccellente”, gli dissi, assestandomi qualche pacca sullo stomaco. Non mostrò il minimo segno d’interesse. Mi stava studiando con attenzione da sopra la montatura marrone vecchio stile dei suoi occhiali. Più tardi scoprii che ogni membro del clero hezbollah portava esattamente gli stessi occhiali, o almeno così sembrava. Non riuscivo a capire quanti anni potesse avere; all’inizio, per via del suo titolo e dei suoi modi pacati, lo giudicai sulla cinquantina. Era un po’ sovrappeso ma sulla sua barba non c’erano tracce di grigio. In seguito venni a sapere che aveva soltanto trentacinque anni.
Quindi arrivò il kebab di montone e l’uomo seduto di fianco a me insistette a riempire oltremisura il mio piatto. Io sorrisi e mangiai senza badare troppo alle buone maniere. Poi, improvvisamente, quando avevo ancora diversi kebab nel mio piatto, Shayk Muhammad picchiò una forchetta sul tavolo e cominciò a recitare quelli che credo fossero versetti del Corano. Poi si voltò verso di me.
Ripiegò i suoi occhiali e attaccò un lungo discorso sul colonialismo inglese, la dichiarazione di Balfour (che impegnava la Gran Bretagna alla creazione di uno stato ebraico nel 1918) e il modo in cui le potenze coloniali avevano spartito le terre musulmane dopo la Prima Guerra Mondiale. Mi chiese se sapevo chi era Woodrow Wilson. Io annuii. Quindi tirò fuori un blocco per gli appunti e lanciò un’occhiata a una citazione del Presidente americano sulla diplomazia anglofrancese dopo il collasso dell’Impero Ottomano. “Fu una lotta disgustosa tra Inghilterra e Francia per mettere le mani sulle terre arabe!”, strillò, parafrasando Wilson. Ricordò anche il ruolo dell’MI6 nel rovesciamento del leader iraniano eletto, Mohammed Mosaddeq, nel 1953. L’Inghilterra aveva provocato parecchi danni in questa parte del mondo, mi venne detto.
Ascoltai attentamente e annuii, incerto su quello che avrei dovuto dire. Ero lì per negoziare la possibilità di filmare i combattenti hezbollah in prima linea e questo genere di incontri poteva essere davvero stancante, specie se non c’era nemmeno una birra o un bicchiere di vino per andare avanti. Dopo avere usato ripetutamente la parola araba Inglizi per descrivermi, pensai di interrompere il fiume in piena dichiarando che non ero inglese.
Ero nato in Galles e a tre anni ero partito per gli Stati Uniti. In Medio Oriente non parlavo mai delle mie radici americane e il fatto che lavorassi per la BBC lasciava presumere che fossi inglese. Dissi allo Shaykh che ero gallese e, in modo scherzoso, gli spiegai che anche il Galles era stato colonizzato dagli inglesi per circa cinquecento anni, un’occupazione molto più lunga di quella degli israeliani o di chiunque altro sulle terre arabe.
Lo Shaykh Muhammad rimase in silenzio per un istante. “Avete una Resistenza?”, chiese, utilizzando il termine che gli hezbollah usano per descrivere se stessi. Risposi che alcuni nazionalisti gallesi avevano bruciato le case che alcune famiglie inglesi usavano come residenze per le vacanze in Galles.
Muhammad sembrò compiaciuto ma suggerì che non era abbastanza. Poi chiese se c’era un esercito repubblicano gallese sul modello dell’IRA. “Non ancora”, risposi. “Tuttavia dovrebbe essercene uno”. Adesso la conversazione era godibile e speravo potesse aiutare i nostri rapporti per i giorni seguenti. Ma poi Muhammad prese il mio biglietto da visita, che gli avevo consegnato in precedenza. Improvvisamente mi chiese: “Ha bisogno di assistenza militare?”
L’uomo dietro la scrivania fece una telefonata e annunciò che, per quella sera, avevo un appuntamento a cena con un comandante hezbollah. Mi era stata assegnata una guardia del corpo chiamata Abbas, un uomo accigliato sulla ventina. Forse c’era un problema nella traduzione, ma non riuscii a stabilire se stavo per incontrare il comandante militare o il leader spirituale. Lo chiamavano “Shaykh”, ma per gli hezbollah, gli uomini di Dio e gli uomini d’armi possono essere la stessa cosa.
Era una notte senza luna e io stavo per essere condotto giù per un sentiero che partiva dal centro di J’baa. In qualche angolo lontano era appesa una lampadina nuda, ma ogni passo in avanti era un atto di fede. Sospettavo che mi stessero facendo fare un percorso circolare per evitare che il giorno dopo potessi individuare l’edificio. Gli hezbollah erano ossessionati da segretezza e sicurezza. La nostra destinazione si rivelò essere una casa di tre piani con frammenti di luce che filtravano dalle fenditure nelle porte e nelle persiane.
Mi fecero entrare in una stanza con un grande tavolo, che si alzava solo mezzo metro dal pavimento. Sopra c’era steso un telo di plastica bianco, parecchi uomini facevano avanti e indietro, alcuni portando piatti di cibo. Intorno al tavolo potevano probabilmente inginocchiarsi o sedersi una dozzina di uomini, stringendosi, forse di più. Uno dei tubi fluorescenti che lo illuminavano lampeggiava in modo fastidioso.
Lo Shaykh Muhammad si sedette, con le gambe incrociate, a capotavola. Il suo abito nero cadeva come una piccola tenda intorno al suo corpo seduto. La sua testa barbuta era inclinata a quarantacinque gradi, come se fosse in costante contemplazione, coronata da un turbante bianco e rotondo. Era uno shaykh, un componente del clero sciita e apparentemente vicino al consiglio di governo di Hezbollah. Non riuscii mai a scoprire se era anche un capo militare.
Lo Shaykh sollevò lo sguardo mentre entravo nella stanza e Abbas mi presentò. Lui sorrise bruscamente e fece un cenno con il capo quando pronunciai il saluto islamico, “La pace sia con te”, ma non rispose. Dopo un po’ cominciammo a mangiare, un banchetto di mezzeh; c’erano tahina, salsina di sesamo e baba ghanouj, un puré di melanzane con limone e parsley. Mangiammo il tutto con del pane caldo. I pomodori e i ravanelli in Libano erano appetitosi e molto grandi, al punto spesso di far sembrare piccolo il piatto. Furono serviti anche alcuni falafel, le polpettine di piselli secchi e verdure, leggermente unti. Curiosamente, venne portato anche un piatto di patatine accompagnato da una bottiglia di ketchup.
Intorno al tavolo c’erano circa una dozzina di uomini, tutti fra i venti e i trent’anni: i più non erano rasati e presentavano ciuffi ispidi di peluria; alcuni avevano barbe lunghe e fitte. Sembravano soldati. Mangiavano rumorosamente mentre lo Shaykh sgranocchiava quello che aveva davanti senza parlare. Cercai di apparire amichevole mormorando che la cena era gustosa; “Eccellente”, gli dissi, assestandomi qualche pacca sullo stomaco. Non mostrò il minimo segno d’interesse. Mi stava studiando con attenzione da sopra la montatura marrone vecchio stile dei suoi occhiali. Più tardi scoprii che ogni membro del clero hezbollah portava esattamente gli stessi occhiali, o almeno così sembrava. Non riuscivo a capire quanti anni potesse avere; all’inizio, per via del suo titolo e dei suoi modi pacati, lo giudicai sulla cinquantina. Era un po’ sovrappeso ma sulla sua barba non c’erano tracce di grigio. In seguito venni a sapere che aveva soltanto trentacinque anni.
Quindi arrivò il kebab di montone e l’uomo seduto di fianco a me insistette a riempire oltremisura il mio piatto. Io sorrisi e mangiai senza badare troppo alle buone maniere. Poi, improvvisamente, quando avevo ancora diversi kebab nel mio piatto, Shayk Muhammad picchiò una forchetta sul tavolo e cominciò a recitare quelli che credo fossero versetti del Corano. Poi si voltò verso di me.
Ripiegò i suoi occhiali e attaccò un lungo discorso sul colonialismo inglese, la dichiarazione di Balfour (che impegnava la Gran Bretagna alla creazione di uno stato ebraico nel 1918) e il modo in cui le potenze coloniali avevano spartito le terre musulmane dopo la Prima Guerra Mondiale. Mi chiese se sapevo chi era Woodrow Wilson. Io annuii. Quindi tirò fuori un blocco per gli appunti e lanciò un’occhiata a una citazione del Presidente americano sulla diplomazia anglofrancese dopo il collasso dell’Impero Ottomano. “Fu una lotta disgustosa tra Inghilterra e Francia per mettere le mani sulle terre arabe!”, strillò, parafrasando Wilson. Ricordò anche il ruolo dell’MI6 nel rovesciamento del leader iraniano eletto, Mohammed Mosaddeq, nel 1953. L’Inghilterra aveva provocato parecchi danni in questa parte del mondo, mi venne detto.
Ascoltai attentamente e annuii, incerto su quello che avrei dovuto dire. Ero lì per negoziare la possibilità di filmare i combattenti hezbollah in prima linea e questo genere di incontri poteva essere davvero stancante, specie se non c’era nemmeno una birra o un bicchiere di vino per andare avanti. Dopo avere usato ripetutamente la parola araba Inglizi per descrivermi, pensai di interrompere il fiume in piena dichiarando che non ero inglese.
Ero nato in Galles e a tre anni ero partito per gli Stati Uniti. In Medio Oriente non parlavo mai delle mie radici americane e il fatto che lavorassi per la BBC lasciava presumere che fossi inglese. Dissi allo Shaykh che ero gallese e, in modo scherzoso, gli spiegai che anche il Galles era stato colonizzato dagli inglesi per circa cinquecento anni, un’occupazione molto più lunga di quella degli israeliani o di chiunque altro sulle terre arabe.
Lo Shaykh Muhammad rimase in silenzio per un istante. “Avete una Resistenza?”, chiese, utilizzando il termine che gli hezbollah usano per descrivere se stessi. Risposi che alcuni nazionalisti gallesi avevano bruciato le case che alcune famiglie inglesi usavano come residenze per le vacanze in Galles.
Muhammad sembrò compiaciuto ma suggerì che non era abbastanza. Poi chiese se c’era un esercito repubblicano gallese sul modello dell’IRA. “Non ancora”, risposi. “Tuttavia dovrebbe essercene uno”. Adesso la conversazione era godibile e speravo potesse aiutare i nostri rapporti per i giorni seguenti. Ma poi Muhammad prese il mio biglietto da visita, che gli avevo consegnato in precedenza. Improvvisamente mi chiese: “Ha bisogno di assistenza militare?”
Tratto da A cena con i terroristi. Incontri con gli uomini più ricercati del mondo, di Phil Rees, Nuovi Mondi Media, 2006.






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