Archivio Luglio 2006
STATI CANAGLIA
di Gianluca Freda (19/07/2006 - 19:33)
IL VERO SCOPO DELLA GUERRA
Articolo di Uri Avnery, fondatore di Gush Shalom (organizzazione del pacifismo israeliano) , tratto da Peacereporter.
Tel Aviv 15 luglio 2006 ,
Il vero scopo della guerra contro il Libano è cambiare il regime in Libano e installare un governo fantoccio.
Questo era lo scopo dell'invasione del Libano di Ariel Sharon, nel 1982. Fallì. Ma Sharon e i suoi allievi della leadership politica e militare non hanno mai davvero rinunciato.
Come nel 1982, anche l'operazione in corso è stata pianificata e viene portata avanti in pieno coordinamento con gli Stati Uniti.
Come allora, non c'è dubbio che sia coordinata con parte dell'élite libanese.
Questo è il punto principale. Il resto è clamore e propaganda.
Alla vigilia dell'invasione del 1982, il Segretario di Stato Alexander Haig disse ad Ariel Sharon che, prima di dare il via all'operazione, era necessario avere una “chiara provocazione”, che sarebbe stata tenuta per buona dal mondo.
La provocazione infatti ebbe luogo - proprio al momento giusto - quando il gruppo terroristico di Abu Nidal cercò di assassinare l'ambasciatore israeliano a Londra. Tutto ciò non aveva alcuna relazione con il Libano, e ancora meno con l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (nemica di Abu Nidal), ma servì allo scopo.
Questa volta, la necessaria provocazione è stata fornita dalla cattura dei due soldati israeliani da parte di Hizbollah. Tutti sanno che non possono essere liberati se non attraverso uno scambio di prigionieri. Ma l'enorme campagna militare, che era pronta a partire da mesi, è stata venduta al pubblico israeliano e internazionale come un'operazione di salvataggio.
(Curiosamente, la stessa identica cosa era avvenuta due settimane prima nella Striscia di Gaza. Hamas e e i suoi alleati hanno catturato un soldato, il che ha fornito la scusa per una massiccia operazione che era stata preparata da molto tempo, e il cui scopo è distruggere il governo palestinese).
Lo scopo dichiarato dell'operazione in Libano è di allontanare Hizbollah dal confine, affinchè sia per loro impossibile catturare altri soldati e lanciare razzi sulle città israeliane. Anche l'invasione della Striscia di Gaza è ufficialmente finalizzata a portare Ashkelon e Sderot fuori dalla portata dei razzi Qassam.
Questo ricorda l'"Operazione Pace per la Galilea”, nel 1982. Allora, si disse alla gente e alla Knesset (il Parlamento israeliano, ndt) che lo scopo della guerra era “allontanare i Katiuscia di 40 chilometri dal confine”.
Questa era una deliberata menzogna. Nel corso degli undici mesi precedenti alla guerra, attraverso il confine non era stato sparato un solo razzo Katiuscia (né un solo colpo). Fin dall'inizio, lo scopo dell'operazione era raggiungere Beirut e installarvi un dittatore collaborazionista. Com ho riferito più di una volta, lo stesso Sharon mi disse così nove mesi prima della guerra, e puntualmente lo pubblicai, con il suo consenso (ma non attribuendolo a lui).
Naturalmente, l'operazione in corso ha anche diversi scopi secondari, che non includono la liberazione dei prigionieri. Chiunque capisce che questo non si può ottenere con azioni militari. Ma probabimente è possibile distruggere una parte delle migliaia di missili che Hizbollah ha accumulato negli anni. A questo scopo, i comandanti dell'esercito sono pronti a mettere in pericolo gli abitanti delle città israeliane che sono esposte ai razzi. Credono che ne valga la pena, come in uno scambio di pedine a scacchi.
Un altro scopo secondario è riabilitare il “potere deterrente” dell'esercito. Questa è una parola in codice per la restaurazione dell'orgoglio ferito dell'esercito, duramente colpito dalle temerarie azioni militari di Hamas nel sud e Hizbollah al nord.
Ufficialmente, il governo israeliano chiede che il governo del Libano disarmi Hizbollah lo allontani dalla zona di confine.
Questo è chiaramente impossibile con l'attuale regime libanese, un delicato mosaico di comunità etnico-religiose. Il minimo shock può far crollare l'intera struttura e gettare lo Stato nell'anarchia totale - in particolare dopo che gli statunitensi sono riusciti a cacciare l'esercito siriano, l'unico elemento che per anni aveva garantito una qualche stabilità.
L'idea di installare un governo collaborazionista in Libano non è cosa nuova. Nel 1955, David Ben Gurion propose di prendere un “funzionario cristiano” e insediarlo come dittatore. Moshe Sharet dimostrò che questa idea si basava sulla completa ignoranza degli affari libanesi e la silurò. Ciò nonostante, 27 anni dopo Ariel Sharon ci riprovò. Bashir Gemayel fu infatti insediato come presidente, solo per essere assassinato poco tempo dopo. Suo fratello, Amin, gli sucedette e firmò un accordo di pace con Israele, ma fu cacciato dall'incarico. (Lo stesso fratello ora sostiene pubblicamente l'operazione israeliana).
La previsione adesso è che se le forze aeree israeliane riescono a far piovere colpi abbastanza pesanti sulla popolazione libanese – paralizzando porti e aereoporti, distruggendo le infrastrutture, bombardando i quartieri residenziali, interrompendo l'autostrada Beirut- Damasco eccetera – il popolo libanese si infurierà con Hizbollah e farà pressione sul governo libanese per soddisfare le richieste di Israele. Dal momento che l'attuale governo non può neanche sognare di fare una cosa del genere, verrà instaurata una dittatura, con il supporto di Israele.
Questa è la logica militare. Io ho i miei dubbi. Si può supporre che la maggior parte dei libanesi reagirà come farebbe chiunque altro al mondo: con furore e odio contro l'invasore. Così accadde nel 1982, quando gli sciiti del sud del Libano, fino ad allora docili come zerbini, si sollevarono contro gli occupanti israeliani e crearono Hizbollah, che è diventata la forza più potente del Paese. Se ora l'élite libanese viene assimilata ai collaboratori di Israele, sarà cancellata dalla faccia della terra. (Peraltro, i razzi Qassam e Katiuscia hanno fatto sì che la popolazione israeliana facesse pressione sul nostro governo per arrendersi? Piuttosto il contrario).
La politica statunitense è piena di contraddizioni. Il Presidente Bush vuole “cambi di regime” in Medio Oriente, ma l'attuale regime libanese è stato istituito solo di recente, sotto la pressione americana. Nel frattempo, Bush è riuscito solamente a fare a pezzi l'Iraq e scatenare una guerra civile. Potrebbe ottenere la stesso risultato in Libano, se non ferma in tempo l'esercito israeliano. Inoltre, un devastante attacco contro Hizbollah potrebbe far crescere la furia non solo in Iran, ma anche fra gli sciiti in Iraq, sul cui sostegno si fondano tutti i programmi di Bush per un regime filo-statunitense.
Dunque qual è la risposta? Non per caso, Hizbollah ha condotto il suo raid di rapimento dei soldati in un momento in cui i palestinesi hanno un gran bisogno di aiuto. La causa palestinese è popolare in tutto il mondo arabo. Mostrando che sono amici nel momento del bisogno, mentre gli altri arabi falliscono miseramente, Hizbollah spera di accrescere la sua popolarità. Se un accordo fra Israele e Palestina fosse già stato raggiunto, Hizbollah non sarebbe altro che un fenomeno libanese, irrilevante per la nostra situazione.
Ameno di tre mesi dal suo insediamento, il governo di Olmert e Peretz è riuscito a trascinare Israele in una guerra su due fronti, i cui obbiettivi sono irrealistici e i cui risultati non possono essere previsti.
Se Olmert spera di essere visto come Mister Macho-Macho, uno Sharon bis, rimarrà deluso. Lo stesso vale per i disperati sforzi di Peretz di essere preso sul serio come PP Mister Sicurezza. Chiunque capisce che questa campagna - sia a Gaza che in Libano - è stata pianificata dall'esercito e imposta dall'esercito. Chi prende decisioni in Israele, adesso, è Dan Halutz. Non è un caso che il lavoro in Libano sia stato affidato alle Forze aeree.
La gente non è entusiasta della guerra. Si è rassegnata, in uno stoico fatalismo, perchè è stato detto che non c'è alternativa. E infatti, chi può essere contrario? Chi è che non vuole liberare i “soldati rapiti”? Chi non vuole rimuovere i Katiuscia e riabilitare la deterrenza? Nessun politico osa criticare l'operazione (ad eccezione dei membri arabi della Knesset, ignorati dal pubblico ebraico). Sui media, i generali regnano incontrastati, e non solo quelli in uniforme. Non esiste praticamente ex generale che non sia stato invitato dai media a commentare, spiegare e giustificare, tutti con una voce sola.
(A titolo d'esempio: la più seguìta televisione israeliana mi ha chiesto un'intervista , dopo aver sentito che avevo preso parte a una manifestazione contro la guerra. Ero abbastanza sorpreso. Ma non per molto - un'ora prima della trasmissione, un contrito conduttore ha chiamato per dire che c'era stato un terribile errore - in realtà volevano invitare il professor Shlomo Avineri, un ex direttore generale del Foreign Office, su cui si può contare per giustificare qualsiasi atto del governo, qualunque esso sia, in forbito linguaggio accademico.
“Inter arma silent Musae” - quando parlano le armi, le muse tacciono. O, piuttosto: quando rombano i cannoni, il cervello smette di funzionare.
E solo un pensiero: quando lo Stato di Israele fu fondato, nel mezzo di una guerra cruedele, un poster tappezzava i muri: “Tutto il paese - un fronte! Tutto il popolo - un esercito!”
Sono passati 58 anni, e lo stesso slogan è valido come lo era allora. Che cosa ci dice, questo, su generazioni di statisti e generali?
Tel Aviv 15 luglio 2006 ,
Il vero scopo della guerra contro il Libano è cambiare il regime in Libano e installare un governo fantoccio.
Questo era lo scopo dell'invasione del Libano di Ariel Sharon, nel 1982. Fallì. Ma Sharon e i suoi allievi della leadership politica e militare non hanno mai davvero rinunciato.
Come nel 1982, anche l'operazione in corso è stata pianificata e viene portata avanti in pieno coordinamento con gli Stati Uniti.
Come allora, non c'è dubbio che sia coordinata con parte dell'élite libanese.
Questo è il punto principale. Il resto è clamore e propaganda.
Alla vigilia dell'invasione del 1982, il Segretario di Stato Alexander Haig disse ad Ariel Sharon che, prima di dare il via all'operazione, era necessario avere una “chiara provocazione”, che sarebbe stata tenuta per buona dal mondo.
La provocazione infatti ebbe luogo - proprio al momento giusto - quando il gruppo terroristico di Abu Nidal cercò di assassinare l'ambasciatore israeliano a Londra. Tutto ciò non aveva alcuna relazione con il Libano, e ancora meno con l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (nemica di Abu Nidal), ma servì allo scopo.
Questa volta, la necessaria provocazione è stata fornita dalla cattura dei due soldati israeliani da parte di Hizbollah. Tutti sanno che non possono essere liberati se non attraverso uno scambio di prigionieri. Ma l'enorme campagna militare, che era pronta a partire da mesi, è stata venduta al pubblico israeliano e internazionale come un'operazione di salvataggio.
(Curiosamente, la stessa identica cosa era avvenuta due settimane prima nella Striscia di Gaza. Hamas e e i suoi alleati hanno catturato un soldato, il che ha fornito la scusa per una massiccia operazione che era stata preparata da molto tempo, e il cui scopo è distruggere il governo palestinese).
Lo scopo dichiarato dell'operazione in Libano è di allontanare Hizbollah dal confine, affinchè sia per loro impossibile catturare altri soldati e lanciare razzi sulle città israeliane. Anche l'invasione della Striscia di Gaza è ufficialmente finalizzata a portare Ashkelon e Sderot fuori dalla portata dei razzi Qassam.
Questo ricorda l'"Operazione Pace per la Galilea”, nel 1982. Allora, si disse alla gente e alla Knesset (il Parlamento israeliano, ndt) che lo scopo della guerra era “allontanare i Katiuscia di 40 chilometri dal confine”.
Questa era una deliberata menzogna. Nel corso degli undici mesi precedenti alla guerra, attraverso il confine non era stato sparato un solo razzo Katiuscia (né un solo colpo). Fin dall'inizio, lo scopo dell'operazione era raggiungere Beirut e installarvi un dittatore collaborazionista. Com ho riferito più di una volta, lo stesso Sharon mi disse così nove mesi prima della guerra, e puntualmente lo pubblicai, con il suo consenso (ma non attribuendolo a lui).
Naturalmente, l'operazione in corso ha anche diversi scopi secondari, che non includono la liberazione dei prigionieri. Chiunque capisce che questo non si può ottenere con azioni militari. Ma probabimente è possibile distruggere una parte delle migliaia di missili che Hizbollah ha accumulato negli anni. A questo scopo, i comandanti dell'esercito sono pronti a mettere in pericolo gli abitanti delle città israeliane che sono esposte ai razzi. Credono che ne valga la pena, come in uno scambio di pedine a scacchi.
Un altro scopo secondario è riabilitare il “potere deterrente” dell'esercito. Questa è una parola in codice per la restaurazione dell'orgoglio ferito dell'esercito, duramente colpito dalle temerarie azioni militari di Hamas nel sud e Hizbollah al nord.
Ufficialmente, il governo israeliano chiede che il governo del Libano disarmi Hizbollah lo allontani dalla zona di confine.
Questo è chiaramente impossibile con l'attuale regime libanese, un delicato mosaico di comunità etnico-religiose. Il minimo shock può far crollare l'intera struttura e gettare lo Stato nell'anarchia totale - in particolare dopo che gli statunitensi sono riusciti a cacciare l'esercito siriano, l'unico elemento che per anni aveva garantito una qualche stabilità.
L'idea di installare un governo collaborazionista in Libano non è cosa nuova. Nel 1955, David Ben Gurion propose di prendere un “funzionario cristiano” e insediarlo come dittatore. Moshe Sharet dimostrò che questa idea si basava sulla completa ignoranza degli affari libanesi e la silurò. Ciò nonostante, 27 anni dopo Ariel Sharon ci riprovò. Bashir Gemayel fu infatti insediato come presidente, solo per essere assassinato poco tempo dopo. Suo fratello, Amin, gli sucedette e firmò un accordo di pace con Israele, ma fu cacciato dall'incarico. (Lo stesso fratello ora sostiene pubblicamente l'operazione israeliana).
La previsione adesso è che se le forze aeree israeliane riescono a far piovere colpi abbastanza pesanti sulla popolazione libanese – paralizzando porti e aereoporti, distruggendo le infrastrutture, bombardando i quartieri residenziali, interrompendo l'autostrada Beirut- Damasco eccetera – il popolo libanese si infurierà con Hizbollah e farà pressione sul governo libanese per soddisfare le richieste di Israele. Dal momento che l'attuale governo non può neanche sognare di fare una cosa del genere, verrà instaurata una dittatura, con il supporto di Israele.
Questa è la logica militare. Io ho i miei dubbi. Si può supporre che la maggior parte dei libanesi reagirà come farebbe chiunque altro al mondo: con furore e odio contro l'invasore. Così accadde nel 1982, quando gli sciiti del sud del Libano, fino ad allora docili come zerbini, si sollevarono contro gli occupanti israeliani e crearono Hizbollah, che è diventata la forza più potente del Paese. Se ora l'élite libanese viene assimilata ai collaboratori di Israele, sarà cancellata dalla faccia della terra. (Peraltro, i razzi Qassam e Katiuscia hanno fatto sì che la popolazione israeliana facesse pressione sul nostro governo per arrendersi? Piuttosto il contrario).
La politica statunitense è piena di contraddizioni. Il Presidente Bush vuole “cambi di regime” in Medio Oriente, ma l'attuale regime libanese è stato istituito solo di recente, sotto la pressione americana. Nel frattempo, Bush è riuscito solamente a fare a pezzi l'Iraq e scatenare una guerra civile. Potrebbe ottenere la stesso risultato in Libano, se non ferma in tempo l'esercito israeliano. Inoltre, un devastante attacco contro Hizbollah potrebbe far crescere la furia non solo in Iran, ma anche fra gli sciiti in Iraq, sul cui sostegno si fondano tutti i programmi di Bush per un regime filo-statunitense.
Dunque qual è la risposta? Non per caso, Hizbollah ha condotto il suo raid di rapimento dei soldati in un momento in cui i palestinesi hanno un gran bisogno di aiuto. La causa palestinese è popolare in tutto il mondo arabo. Mostrando che sono amici nel momento del bisogno, mentre gli altri arabi falliscono miseramente, Hizbollah spera di accrescere la sua popolarità. Se un accordo fra Israele e Palestina fosse già stato raggiunto, Hizbollah non sarebbe altro che un fenomeno libanese, irrilevante per la nostra situazione.
Ameno di tre mesi dal suo insediamento, il governo di Olmert e Peretz è riuscito a trascinare Israele in una guerra su due fronti, i cui obbiettivi sono irrealistici e i cui risultati non possono essere previsti.
Se Olmert spera di essere visto come Mister Macho-Macho, uno Sharon bis, rimarrà deluso. Lo stesso vale per i disperati sforzi di Peretz di essere preso sul serio come PP Mister Sicurezza. Chiunque capisce che questa campagna - sia a Gaza che in Libano - è stata pianificata dall'esercito e imposta dall'esercito. Chi prende decisioni in Israele, adesso, è Dan Halutz. Non è un caso che il lavoro in Libano sia stato affidato alle Forze aeree.
La gente non è entusiasta della guerra. Si è rassegnata, in uno stoico fatalismo, perchè è stato detto che non c'è alternativa. E infatti, chi può essere contrario? Chi è che non vuole liberare i “soldati rapiti”? Chi non vuole rimuovere i Katiuscia e riabilitare la deterrenza? Nessun politico osa criticare l'operazione (ad eccezione dei membri arabi della Knesset, ignorati dal pubblico ebraico). Sui media, i generali regnano incontrastati, e non solo quelli in uniforme. Non esiste praticamente ex generale che non sia stato invitato dai media a commentare, spiegare e giustificare, tutti con una voce sola.
(A titolo d'esempio: la più seguìta televisione israeliana mi ha chiesto un'intervista , dopo aver sentito che avevo preso parte a una manifestazione contro la guerra. Ero abbastanza sorpreso. Ma non per molto - un'ora prima della trasmissione, un contrito conduttore ha chiamato per dire che c'era stato un terribile errore - in realtà volevano invitare il professor Shlomo Avineri, un ex direttore generale del Foreign Office, su cui si può contare per giustificare qualsiasi atto del governo, qualunque esso sia, in forbito linguaggio accademico.
“Inter arma silent Musae” - quando parlano le armi, le muse tacciono. O, piuttosto: quando rombano i cannoni, il cervello smette di funzionare.
E solo un pensiero: quando lo Stato di Israele fu fondato, nel mezzo di una guerra cruedele, un poster tappezzava i muri: “Tutto il paese - un fronte! Tutto il popolo - un esercito!”
Sono passati 58 anni, e lo stesso slogan è valido come lo era allora. Che cosa ci dice, questo, su generazioni di statisti e generali?
di Gianluca Freda (19/07/2006 - 19:19)
Recensioni:
IL MERCATO DELLA PAURA
di Carlo Bonini e Giuseppe D’AvanzoEinaudi, marzo 2006
Collana “Stile libero”
pp. 352, euro 15,50
Chissà se qualcuno si ricorda ancora dei tanti allarmi lanciati dall’ex Ministro dell’Interno Pisanu riguardo il fantomatico gruppo degli “anarco-insurrezionalisti”, soggetto politico a metà tra terrorismo politico e orco delle favole che ha turbato (o a cui si è tentato di far turbare) i sonni degli italiani nella passata legislatura. E chi si ricorda più dell’allarme di Berlusconi su un possibile attacco terrorista contro la basilica di San Pietro? E i continui allarmi sulle elezioni politiche che - si giurava - sarebbero state senz’altro l’occasione per un attentato di Al Qaeda? Il gioco dell’allarmismo bufalaro è stato così utile e prezioso per il passato governo che lo stesso Pisanu lo ha portato avanti fino all’ultimo istante, congedandosi dal proprio incarico con l’eclatante rivelazione di aver sventato almeno due attentati terroristici durante il suo mandato. Quali? Quando? Dove? Come? Non si sa.
Il libro Il mercato della paura, scritto dai due giornalisti di Repubblica Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, fa luce sulla metamorfosi subìta negli ultimi cinque anni dagli apparati dell’Intelligence italiana. Una metamorfosi che, portando alle sue logiche conseguenze il clima di allarme perenne presente nelle società occidentali dopo l’11 settembre 2001, ha consentito ad ampi settori dei servizi segreti di sfruttare la paura del terrorismo – pompata fino all’esasperazione dai media – per acquisire una centralità nel sistema sociale e un potere mai sognati nei decenni trascorsi. L’ascesa dell’influsso dei servizi d’Intelligence italiani sulla vita nazionale avviene a partire dall’inverno 2003, cioè dall’aggressione americana all’Iraq. L’inchiesta di Bonini e D’Avanzo evidenzia quanto grande sia stato il ruolo dei nostri servizi nel preparare i pretesti che hanno consentito all’amministrazione americana di giustificare l’invasione. Con un’indagine minuziosa viene ricostruita la rocambolesca vicenda del cosiddetto dossier della “torta gialla”, cioè del falso dossier italiano che attestava l’acquisto di uranio nigerino da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, acquisto che fu sbandierato dagli USA come conferma di un riarmo nucleare in atto e dunque come pretesto per la guerra.
Il famoso dossier, palesemente e grossolanamente fasullo, era stato fabbricato ad arte nel 2000 (inizialmente per essere rivenduto ai francesi) da tre individui perseguitati dallo spettro della bancarotta: l’ex carabiniere Rocco Martino, il primo consigliere dell’ambasciata del Niger a Roma, Zakaria Yaou Maiga e un’anonima funzionaria della stessa ambasciata che nel libro viene chiamata “Laura”. Fu tirato fuori nel 2003 da chissà quale cestino della carta straccia, per essere consegnato all’amministrazione americana, non prima di essere stato insignito di una credibilità posticcia dalla pubblicazione in pompa magna sulle pagine di Panorama, come se si trattasse di uno scoop. Il libro di Bonini e D’Avanzo svela nomi, cognomi, date e incredibili retroscena. Spiega che uomini dei servizi segreti italiani erano stati inviati in avanscoperta, tra il dicembre 2002 e il marzo 2003, in territorio irakeno per valutare le capacità di reazione dell’esercito di Saddam di fronte ad un’eventuale aggressione. Ciò che si erano trovati di fronte era – come molti avevano ragionevolmente immaginato - un esercito che non solo non disponeva di armi di distruzione di massa, ma neppure di armi convenzionali, con carri armati arrugginiti risalenti alla guerra con l’Iran di venti anni prima. Un esercito disperato, che non aveva nessuna intenzione di opporre resistenza né possedeva i mezzi per farlo. “ Il governo italiano” - scrivono Bonini e D’Avanzo - “(come l’Iraqi National Congress e quindi il Pentagono) sanno con certezza per lo meno dal gennaio 2003 (e con molte probabilità, dal dicembre 2002) che negli arsenali di Saddam Husayn non ci sono armi di distruzione di massa. Non c’è l’ordigno nucleare. Non ci sono i missili a lunga gittata. Non c’è la possibilità di armare testate missilistiche con veleni biologici e chimici. C’è soltanto un esercito che non vuole combattere e uno Stato maggiore che attende di arrendersi al miglior prezzo possibile”.
Sull’Iraq di Saddam fu montata – come il libro rivela – una messinscena mediatica che doveva servire a vendere all’opinione pubblica l’ennesima minaccia posticcia alla pace mondiale. Una messinscena in cui i servizi segreti italiani e il governo di Silvio Berlusconi ebbero un ruolo determinante. E lo scopo non era soltanto quello di agitare minacce alla pace per giustificare una guerra. Lo scopo era quello di trasformare il terrorismo, attraverso un clima di paranoica mobilitazione mediatica, da obiettivo strategico a spettacolo massificato, che garantisse la persuasione attraverso la paura. Di questa paura e della persuasione che essa genera i servizi segreti italiani sono stati, a partire dalla guerra in Iraq, rivenditori esclusivi. La paura che essi hanno fabbricato e venduto in quantità industriale è stata per il governo di centrodestra uno strumento prezioso che valeva la pena di acquistare a qualunque prezzo. “La paura” – scrivono ancora gli autori – “è il miglior propellente per concentrare poteri nelle mani dell’Esecutivo, marginalizzare il dissenso, violare le elementari protezioni costituzionali dei diritti e della sovranità”. Le “minacce” inventate dall’Intelligence italiana tra il 2003 e il 2006 sono state tanto numerose quanto vaghe e improbabili. Bonini e D’Avanzo ci mostrano come un marsupio rinvenuto nella macchina di un poveraccio diventasse disinvoltamente, nei comunicati alle prefetture, una “cintura kamikaze” o come una comune piantina dei McDonald’s romani si trasformasse in un piano d’attacco terroristico su larga scala, accreditato da una perversa complicità tra servizi segreti, governo, mezzi d’informazione e magistrati.
Il falso dossier sull’uranio fu – secondo l’inchiesta dei due giornalisti - la linea del Rubicone di una metamorfosi dell’Intelligence italiana, che verrà, da quel momento in poi, “ingaggiata” dal governo per condizionare l’opinione pubblica e le vicende nazionali. Un’Intelligence il cui scopo non è più quello di muoversi per “accecare «il nemico», ma contro «l’amico» che si dovrebbe proteggere, avvelenandolo con un’informazione «deformata e deformante» in grado di cogliere due obiettivi prioritari della disinformatia: la creazione di un senso comune e il favore a un paradigma politico”.
Il libro di Bonini e D’Avanzo spiega come funzioni il mercato della paura, svela i meccanismi della sua produzione, della vendita al pubblico, all’ingrosso e al dettaglio, dei profitti che produce per i suoi spacciatori e dei danni devastanti che infligge ai consumatori e al loro habitat sociale. Un vademecum essenziale per chi voglia imparare a non acquistare mai questo tipo di merce e voglia conoscere i percorsi per dribblarne i piazzisti.
(Gianluca Freda)
Il libro Il mercato della paura, scritto dai due giornalisti di Repubblica Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, fa luce sulla metamorfosi subìta negli ultimi cinque anni dagli apparati dell’Intelligence italiana. Una metamorfosi che, portando alle sue logiche conseguenze il clima di allarme perenne presente nelle società occidentali dopo l’11 settembre 2001, ha consentito ad ampi settori dei servizi segreti di sfruttare la paura del terrorismo – pompata fino all’esasperazione dai media – per acquisire una centralità nel sistema sociale e un potere mai sognati nei decenni trascorsi. L’ascesa dell’influsso dei servizi d’Intelligence italiani sulla vita nazionale avviene a partire dall’inverno 2003, cioè dall’aggressione americana all’Iraq. L’inchiesta di Bonini e D’Avanzo evidenzia quanto grande sia stato il ruolo dei nostri servizi nel preparare i pretesti che hanno consentito all’amministrazione americana di giustificare l’invasione. Con un’indagine minuziosa viene ricostruita la rocambolesca vicenda del cosiddetto dossier della “torta gialla”, cioè del falso dossier italiano che attestava l’acquisto di uranio nigerino da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, acquisto che fu sbandierato dagli USA come conferma di un riarmo nucleare in atto e dunque come pretesto per la guerra.
Il famoso dossier, palesemente e grossolanamente fasullo, era stato fabbricato ad arte nel 2000 (inizialmente per essere rivenduto ai francesi) da tre individui perseguitati dallo spettro della bancarotta: l’ex carabiniere Rocco Martino, il primo consigliere dell’ambasciata del Niger a Roma, Zakaria Yaou Maiga e un’anonima funzionaria della stessa ambasciata che nel libro viene chiamata “Laura”. Fu tirato fuori nel 2003 da chissà quale cestino della carta straccia, per essere consegnato all’amministrazione americana, non prima di essere stato insignito di una credibilità posticcia dalla pubblicazione in pompa magna sulle pagine di Panorama, come se si trattasse di uno scoop. Il libro di Bonini e D’Avanzo svela nomi, cognomi, date e incredibili retroscena. Spiega che uomini dei servizi segreti italiani erano stati inviati in avanscoperta, tra il dicembre 2002 e il marzo 2003, in territorio irakeno per valutare le capacità di reazione dell’esercito di Saddam di fronte ad un’eventuale aggressione. Ciò che si erano trovati di fronte era – come molti avevano ragionevolmente immaginato - un esercito che non solo non disponeva di armi di distruzione di massa, ma neppure di armi convenzionali, con carri armati arrugginiti risalenti alla guerra con l’Iran di venti anni prima. Un esercito disperato, che non aveva nessuna intenzione di opporre resistenza né possedeva i mezzi per farlo. “ Il governo italiano” - scrivono Bonini e D’Avanzo - “(come l’Iraqi National Congress e quindi il Pentagono) sanno con certezza per lo meno dal gennaio 2003 (e con molte probabilità, dal dicembre 2002) che negli arsenali di Saddam Husayn non ci sono armi di distruzione di massa. Non c’è l’ordigno nucleare. Non ci sono i missili a lunga gittata. Non c’è la possibilità di armare testate missilistiche con veleni biologici e chimici. C’è soltanto un esercito che non vuole combattere e uno Stato maggiore che attende di arrendersi al miglior prezzo possibile”.
Sull’Iraq di Saddam fu montata – come il libro rivela – una messinscena mediatica che doveva servire a vendere all’opinione pubblica l’ennesima minaccia posticcia alla pace mondiale. Una messinscena in cui i servizi segreti italiani e il governo di Silvio Berlusconi ebbero un ruolo determinante. E lo scopo non era soltanto quello di agitare minacce alla pace per giustificare una guerra. Lo scopo era quello di trasformare il terrorismo, attraverso un clima di paranoica mobilitazione mediatica, da obiettivo strategico a spettacolo massificato, che garantisse la persuasione attraverso la paura. Di questa paura e della persuasione che essa genera i servizi segreti italiani sono stati, a partire dalla guerra in Iraq, rivenditori esclusivi. La paura che essi hanno fabbricato e venduto in quantità industriale è stata per il governo di centrodestra uno strumento prezioso che valeva la pena di acquistare a qualunque prezzo. “La paura” – scrivono ancora gli autori – “è il miglior propellente per concentrare poteri nelle mani dell’Esecutivo, marginalizzare il dissenso, violare le elementari protezioni costituzionali dei diritti e della sovranità”. Le “minacce” inventate dall’Intelligence italiana tra il 2003 e il 2006 sono state tanto numerose quanto vaghe e improbabili. Bonini e D’Avanzo ci mostrano come un marsupio rinvenuto nella macchina di un poveraccio diventasse disinvoltamente, nei comunicati alle prefetture, una “cintura kamikaze” o come una comune piantina dei McDonald’s romani si trasformasse in un piano d’attacco terroristico su larga scala, accreditato da una perversa complicità tra servizi segreti, governo, mezzi d’informazione e magistrati.
Il falso dossier sull’uranio fu – secondo l’inchiesta dei due giornalisti - la linea del Rubicone di una metamorfosi dell’Intelligence italiana, che verrà, da quel momento in poi, “ingaggiata” dal governo per condizionare l’opinione pubblica e le vicende nazionali. Un’Intelligence il cui scopo non è più quello di muoversi per “accecare «il nemico», ma contro «l’amico» che si dovrebbe proteggere, avvelenandolo con un’informazione «deformata e deformante» in grado di cogliere due obiettivi prioritari della disinformatia: la creazione di un senso comune e il favore a un paradigma politico”.
Il libro di Bonini e D’Avanzo spiega come funzioni il mercato della paura, svela i meccanismi della sua produzione, della vendita al pubblico, all’ingrosso e al dettaglio, dei profitti che produce per i suoi spacciatori e dei danni devastanti che infligge ai consumatori e al loro habitat sociale. Un vademecum essenziale per chi voglia imparare a non acquistare mai questo tipo di merce e voglia conoscere i percorsi per dribblarne i piazzisti.
(Gianluca Freda)






Ultimi commenti