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UN TRAVAGLIO LUNGO DODICI ANNI

by Gianluca Freda (31/07/2006 - 23:35)




La nausea che mi ha colto dopo l’inciucio tra Forza Italia e Unione, che ha salvato dal carcere torme di criminali di destra e di sinistra, non vuole saperne di andar via e spero che continui così. Era tanta l’ansia di salvare compari e referenti dal sole a scacchi che questo branco di masnadieri (che io ho contribuito ad eleggere – brogli permettendo - e dei cui atti siete dunque autorizzati a ritenermi corresponsabile) ha perfino costretto il Senato a votare di sabato, derogando all’aurea regola secondo la quale i parlamentari lavorano (?) solo fino a venerdì, dopo di che, cascasse il mondo, se ne vanno a casa a badare agli affari loro.

Il nostro eminentissimo presidente della repubblica – sul cui conto avevo già espresso su questo blog diverse perplessità all’atto della sua elezione – ha firmato “d’urgenza” oggi stesso il provvedimento d'indulto, ritenendolo, evidentemente, assai atteso e gradito dai cittadini. Napolitano, probabilmente, non bazzica internet, perché non avevo mai visto prima d’ora un coro di condanne così unanime, furibondo e bipartisan da parte degli utenti del web contro ciò che i partiti dell'Unione hanno fatto. Perché ciò che i partiti dell’Unione hanno fatto è ripugnante, semplicemente e terribilmente ripugnante. E credo sia solo l’inizio, perché Margherita e DS già prospettano intese bipartisan che seppelliranno per sempre tanto la sinistra italiana quanto le residue speranze di dare ai cittadini di questo paese una politica e una vita dignitosa.

In questo clima di avvilimento e di rabbia, un barlume di speranza mi arriva da questo  “messaggio alla nazione” di Marco Travaglio, pubblicato sul suo sito. Solo un movimento ampio e furente di cittadini sdegnati può, a questo punto, salvarci da un “governo di larghe intese” tra ladri e dal declino che non tarderà a seguirne. Ci giochiamo, in autunno, ciò che rimane della speranza italiana. Non ho più voglia di analisi politiche e nemmeno dei deliziosi battibecchi tra berlusconiani e antiberlusconiani che mi hanno accompagnato per gli ultimi dieci anni. Voglio che questo clima irrespirabile, questa cappa asfissiante che da oltre dieci anni priva noi cittadini della possibilità di avere una qualsiasi voce in capitolo sulla gestione del nostro territorio e delle nostre vite finisca e finisca subito. Con le buone, possibilmente, ma non senza temere – e quasi sperare – le cattive, che, a questo punto, sarebbero largamente comprensibili.         

appello di Marco Travaglio


Cari amici del sito e del forum, il primo inciucio della nuova legislatura è legge: è l’indulto-insulto varato contro tutte le migliaia di cittadini onesti che per giorni e giorni hanno scritto ai partiti incautamente votati il 9 e 10 aprile 2006 per chiedere una spiegazione o una resipiscenza in extremis. E’ stato tutto inutile. La Casta degl’Intoccabili che vive barricata nel Palazzo della politica, sorda e insensibile a quanto accade fuori, ha tirato diritto come un sol uomo infischiandosene dei suoi elettori.

Con la scusa dell’appello di Giovanni Paolo II e del sovraffollamento delle carceri, hanno salvato centinaia di corrotti, corruttori, concussori, peculatori, speculatori, falsificatori di bilancio, evasori fiscali, bancarottieri, furbetti di borsa e di banca, abusivisti edilizi, imprenditori senza scrupoli che ammazzano i loro dipendenti suoi luoghi di lavoro con scarse misure di sicurezza o con l’amianto. Gente che oggi non sta in galera, ma che grazie alle inchieste degli ultimi anni rischiava di finirci (per esempio, Berlusconi e Previti, che deve ancora subire la sua seconda sentenza definitiva della Cassazione per corruzione del giudice Squillante). Poi, si capisce, ci sono anche i detenuti per omicidio che usciranno un po’ prima, il che spiega come mai Adriano Sofri si agita tanto. I qualunquisti convinti che “sono tutti d’accordo”, che “è tutto un magna-magna” hanno trovato una splendida conferma alle loro disperanti convinzioni grazie al patto scellerato Ds-Margherita-Verdi-Rifondazione-Udeur-Rosa nel Pugno-Forza Italia-Udc. A parte il partito di Antonio Di Pietro, e poi D’Ambrosio, Rizzo, Magistrelli, Monaco e pochi altri “casi di coscienza” (inferiori addirittura a quelli, comodissimi, sul caso Afghanistan), il gruppone degli inciucisti ha dimostrato di non vergognarsi di nulla. E temo che quella sperimentata alla Camera e al Senato sull’indulto-insulto-inciucio non sia altro che la prova generale di “larghe intese” che nei prossimi mesi ci regaleranno altre leggi-vergogna (a partire da quella contro i magistrati che intercettano e i giornali liberi che raccontano gli scandali), magari nella speranza che il governo- travicello Prodi cada e si possano finalmente consacrare anche dinanzi all’altare le agognate nozze D’Alema-Berlusconi, con Rutelli e Casini nel ruolo dei chierichetti e qualche altro àscaro nelle vesti del sagrestano turibolante.

E’ chiaro che bisognerà al più presto reagire e far sentire la nostra voce contro l’inciucio presente e soprattutto contro quello prossimo venturo. Ne stiamo già parlando con alcuni dei promotori del Palavobis e dei girotondi, per organizzare alla ripresa autunnale una manifestazione per la legalità e la libertà d’informazione che fino a qualche mese fa parevano minacciate solo da Berlusconi e dalla sua banda, e che oggi lo sono anche dalla cosiddetta Unione. Quando Berlusconi faceva le sue porcherie, c’era almeno un’opposizione che ogni tanto strillava, non foss’altro che per giustificare la sua esistenza. Ora, con le porcate trasversali, a strillare sono soltanto poche voci isolate, difficilissime da sentire. Bisogna metterle tutte insieme, in una rete e magari in un sito più ampio che coinvolga ogni giorno la società civile, informandola sull’inciucio work in progress. Già, perchè lorsignori, asserragliati nel Palazzo dell’Impunità, si sono dimenticati che esistono anche gli elettori. In attesa di ritrovarci prestissimo in qualche piazza o in qualche palazzetto, se vi capita di partecipare a qualche festa dell’Unità o degli altri partiti di maggioranza (io ne sono stato di nuovo totalmente espulso, in compenso la Margherita ha invitato Berlusconi alla sua festa nazionale e i Ds stanno pensando di fare altrettanto per non essere da meno), fate come Piero Ricca: fate domande, contestate, pretendete risposte dai cosiddetti leader. Devono sentirsi osservati, giorno e notte, da milioni di occhi e sapere che, come diceva Giuseppe Prezzolini, non la beviamo più. Siamo tutti “apoti”.

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MEGLIO I PEDOFILI

by Gianluca Freda (30/07/2006 - 01:40)



Così lo hanno fatto. Quello che non era riuscito al governo del nano – salvare il culo a Previti e Dell’Utri – è riuscito al governo di centrosinistra, con l’entusiastica partecipazione di Forza Italia che quando si tratta di recapitare una torta con lima ai suoi insigni associati non bada troppo al fattorino. Anche un governo di coglioni stalinisti e illiberali va bene, purché la consegna venga eseguita. Questo film lo abbiamo già visto, sappiamo come continuerà e come andrà a finire. Berlusconi, politicamente, è oggi un uomo finito, esattamente come lo era nell’aprile del 1996. Nemmeno con gli sfacciati brogli elettorali, organizzati con la preziosa collaborazione di Karl Rove, era riuscito a risalire la china della perdita di consenso. Ancora una volta – esattamente come avvenne 10 anni fa – ci penserà il centrosinistra a riportarlo in auge e a regalargli la vittoria alle prossime politiche, disgustando i propri elettori fino a spingerli all’astensione o al voto di protesta. Ha cinque anni davanti a sé per disgustarci a dovere e con questo indulto - che offre una lima e una corda di lenzuola annodate a molti membri di Udeur e Margherita, oltre che ai volti noti della casa circondariale delle libertà – ha cominciato alla grande. Anzi, direi che non avrebbe più nemmeno bisogno di continuare. Sono già così disgustato che qualsiasi cosa l’Unione possa fare, di bello o di brutto, nei prossimi cinque anni, il mio voto lo ha perduto, ammesso che ancora gliene importi qualcosa. Del resto, perché dovrebbe importargliene? Esistono i computer per la falsificazione del voto, brogli evidentissimi che nessuno denuncia, un’indifferenza assoluta dell’opinione pubblica a qualsiasi evento che non sia calcistico, televisivo, vacanziero o rotocalchesco. Perché dovrebbero preoccuparsi di ciò che faranno i loro sonnolenti elettori in un appuntamento con le urne così lontano e manipolabile? Questo governo sarà la replica esatta delle staffette Prodi – D’Alema – Amato del quinquennio 1996-2001 e si concluderà con la distruzione definitiva della sinistra italiana. Questa volta non possiamo neppure contare su una Rifondazione Comunista che gli faccia lo sgambetto, salvaguardando la dignità almeno di un settore minoritario delle forze di sinistra. Questa volta, cari amici, si va a fondo e non si risale. A meno che, a breve scadenza, noi cittadini – o almeno noi cittadini politicamente consapevoli, che siamo una ristretta ma agguerrita minoranza – non si riesca a inventarci qualcosa che faccia saltare questo sistema di connivenze bipartisan che sta soffocando da dodici anni ogni speranza di riscatto di questo paese.

Clemente Mastella, che nei momenti in cui è di buonumore ama riferirsi a se stesso con il titolo di “ministro della giustizia”, strappando così un istante di ilarità agli interlocutori, ha tentato di rassicurare gli italiani affermando che i criminali incarcerati per i reati più gravi – ad esempio pedofili e serial killer – resteranno in carcere. Possiamo dunque, secondo lui, dormire sonni tranquilli. Secondo lui. Perché dal mio punto di vista, se proprio fossi costretto a scegliere – e lo sono, visto che Mastella mi costringe a lasciar evadere una parte dei criminali già processati e dunque a scegliere chi va e chi resta dietro le sbarre – mi sentirei più tranquillo se fossero i pedofili e i serial killer ad essere rimessi in libertà anziché i Previti, i Dell’Utri e gli amici di Mastella. Statisticamente parlando, non c’è paragone tra i danni che un pedofilo o un serial killer può fare alla società e quelli che può fargli un corrotto, un corruttore, un evasore o un mafioso. Se il nostro paese è ridotto in rovina non è colpa dei pedofili e dei serial killer, ma dei Previti, dei Dell’Utri, dei Berlusconi. Nonché dei Mastella che hanno fatto di tutto per garantire impunità ai loro crimini. Un pedofilo o un serial killer può distruggere una persona, tutt’al più una famiglia. Un Tanzi ne distrugge centinaia in un sol colpo, mettendole sul lastrico. Un Previti è capace di seppellire, con la sirena del denaro, il normale corso della giustizia di un paese democratico, provocando danni insanabili alla credibilità del sistema giudiziario e dunque alla fiducia dei cittadini nelle proprie istituzioni. Gli speculatori come Ricucci rendono i prezzi degli immobili inaccessibili ai comuni mortali, mettendo sulla strada decine di famiglie che non possono permettersi un affitto o un mutuo. I collusi con la mafia come Dell’Utri (e come certi amici di Mastella, ad es. il mafioso Francesco Campanella, protettore di Provenzano) tengono in ostaggio da decenni, o forse da secoli, l’intero Sud Italia, rendendone miserabile l’esistenza e impossibile lo sviluppo. I Berlusconi hanno fatto dell’ignoranza, della corruzione, dell’analfabetismo istituzionale, della prepotenza del capitale i simboli di un’Italia dalla quale, non è un caso, è ormai la maggioranza degli abitanti che vorrebbe fuggire. Perciò io chiedo a Mastella e ai parlamentari dell’Ulivo che – in combutta con i malandrini di Berlusconi – hanno votato questo orribile colpo di spugna: per favore, ridateci i pedofili e i serial killer (che possono essere tranquillamente tenuti a bada con gli  ordinari controlli del territorio) e tenete rinchiusi i vostri amici corruttori, corrotti e mafiosi. Per difendermi da pedofili e serial killer posso sempre consigliare a mia figlia di non andare al parco da sola ed evitare di avventurarmi di notte per strade buie. Dalla corruzione dilagante e dalle connivenze politico-mafiose, che sono la causa di tutti i miei problemi e di quelli dei cittadini di questo paese, non so come proteggermi. Non c’è luogo dove nascondersi, non c’è parco o strada che possa essere evitata per sfuggire alla rapacità e al malaffare di costoro. I Previti, i Dell’Utri, i Berlusconi, i Mastella sono dappertutto. Non c’è settore della vita pubblica che li veda assenti. E sono dappertutto anche i traditori senza vergogna come Bertinotti e Giordano, che vorrebbero toglierci ciò che ancora ci restava dopo che ogni residuo di legalità e di giustizia sociale erano stati spazzati via: la voglia di lottare per riprenderceli.

Tutto questo potrà sembrare a qualcuno un esercizio di demagogia facilona, e infatti lo è. Ciò di cui abbiamo più bisogno, in questo momento disperato, è proprio di recuperare quell'elementare senso di moralità e di giustizia, base della convivenza civile di qualsiasi paese, che i farabutti annidati in ogni cellula del corpo sociale del nostro paese hanno ribattezzato "demagogia" per garantirsi l'impunità. Cari i miei farabutti, si chiama "etica pubblica", non "demagogia", ed è un valore positivo e vitale per una nazione. Piantatela di giocare con le parole e ridatecela indietro. Prima che, come è inevitabile, la disperazione ci spinga a venircela a riprendere da soli, con le buone o con le cattive.

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BERTINOTTI VAFFANCULO!

by Gianluca Freda (27/07/2006 - 22:13)



Alle scorse elezioni ho votato per Rifondazione Comunista, sperando in un cambio di rotta della politica italiana e in una presenza nel governo del paese che la garantisse. Oggi, dopo la vergogna di un indulto esteso ai reati finanziari, societari e di corruzione, che viola sfacciatamente il programma dell'Unione presentato agli elettori, approvato con il voto determinante dei farabutti di Forza Italia che avrei voluto veder sparire per sempre, voglio espiare la mia colpa qui, su questo blog, ammettendo di fronte ai suoi pochi o molti lettori che sono stato un fesso. Sono stato un fesso a votare per Rifondazione e a sperare che fosse un partito ispirato da princìpi morali solidi. I suoi elettori sì, lo sono, ma sono stati ignorati e zittiti dalla censura di partito che si è abbattuta sulle loro proteste e sulla loro rabbia. Breznev, se fosse vivo, sarebbe oggi orgoglioso dei funzionari dell'informazione rifondarola. Non voterò mai più per Rifondazione Comunista e per i suoi traditori. Ho provato a sfogare la mia indignazione inviando un sonoro vaffanculo a Fausto Bertinotti alla mail fausto.bertinotti@rifondazione.it, ma dev'essere stata chiusa perché l'indirizzo risulta non più valido, forse perchè mandato in tilt dai vaffanculo arrivati festosi da tutta Italia. In cerca di espiazione, pubblico il seguente appello di Piero Ricca, tratto dal suo sito. Ribadisco che sono un fesso. Me ne scuso.



da Pieroricca.org

“Un bel giorno per le Istituzioni”.
In questo modo il compagno Fausto Bertinotti ha salutato l’approvazione dell’indulto alla Camera. Ora tocca al Senato, dove la proposta di legge dovrebbe approdare già domani. Entro sabato è previsto il voto finale. Neanche nei giorni della Cirami i nostri dipendenti lavorarono tanto alacremente.
Propongo di far sentire loro il fiato sul collo organizzando una serie di iniziative in contemporanea nel maggior numero possibile di città in Italia.

Data: sabato 29 luglio
Ore: dalle 10,45
Luoghi: ognuno, nella sua città di residenza o vacanza, si scelga il proprio e ce lo comunichi entro domani 28 luglio alle ore 17
Cosa fare: riunire gli amici, far girare la voce, darsi un appuntamento per volantinare ed esporre cartelli e altri materiali di informazione, premurandosi di farlo sapere ai media locali. Anche in pochi, se convinti, si può colpire nel segno.

Presto inserirò una bozza di volantino stampabile.

L’iniziativa parte da Milano ed è in collaborazione con il meet up del blog di Beppe Grillo.
L’intenzione è quella di rappresentare il forte dissenso a questo indulto-colpo di spugna che è percepibile nel Paese.
L’obiettivo minimo è quello di far slittare l’approvazione del provvedimento a dopo l’estate. Basta un leggero cambiamento in Senato e la legge deve tornare alla Camera.

Ognuno di noi può essere determinante.

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CHE COSA CI FACEVO IN PIAZZA ALIMONDA

by Gianluca Freda (25/07/2006 - 18:42)



Toni Capuozzo, tirato in ballo da un mio post sul blog di Claudio Sabelli Fioretti relativamente ai fatti di Piazza Alimonda a Genova, ha inviato al blog di CSF questa risposta, che - come si suol dire in queste circostanze - volentieri ri-pubblico.

Caro Claudio, mi ero collegato per cogliere i vostri umori sul medioriente, trovo invece lettere e risposte (di cui ti ringrazio) che mi riguardino. Come mai ero lì, in piazza Alimonda ? Avevo trovato riparo dai lacrimogeni in un androne, in cui c'era molta gente. Trovai anche Farina ( sempre apprezzato la sua scrittura, ma mi divideva da lui il giudizio sulle guerre balcaniche. Mi sorprese, piacevolmente, che uno che ritenevo culo di pietra fosse lì). Mi chiese di seguirmi, nessun problema, ci allontanavamo dagli scontri. Alla prima strada a destra riprendemmo un gruppetto di manifestanti mascherati. Ci insultarono, dicendo che avremmo dovuto riprendere come venivano uccisi, e indicavano la piazza. Pensai a un'esagerazione, e non era così. Perchè non mi picchiarono ? Forse perchè avevo la telecamera accesa, forse perchè mi riconobbero, forse perchè giunsi tardi. Intervenni in difesa di Paone - mio vecchio amico- ma anche in questo caso troppo tardi. Lo accompagnai dentro l'ambulanza, e telefonai a un numero che mi passò - credo la sua agenzia- per avvertirli. Credo che Paone avesse fotografato il corpo esanime da vicino. Quando giunsi io c'era un cordone che lo impediva, e riprendemmo comunque, con la telecamera a terra, da dietro l'ambulanza, un tentativo di massaggio cardiaco. Poi corsi a montare il materiale, senza usare le immagini del corpo (ancora non si sapeva chi fosse, se la famiglia fosse stata avvertita). Il TG5 di Enrico Mentana, quella sera, fu il primo a dare la notizia spiegando cosa era successo, e mostrando l'immagine della pistola puntata da dentro il Defender. Da cronista, se non ci fosse stato un ragazzo morto e un altro con la vita rovinata, direi che capitai in quella piazza per un colpo di fortuna. E se non fosse successo ciò che successe direi che tutto quel giorno mi sembrò una cronaca folle, annunciata, inesorabile e ridicola di ruoli e di parti, una guerra caricaturale, rispetto a quelle vere. Resto ancora convinto che fosse più grave quello che avvenne nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. Ma quelle sono convinzioni, le circostanze per cui vengo chiamato in causa sono quelle che ti ho detto.

(Toni Capuozzo)

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SONO PRONTA, SIGNOR DE MILLE...

by Gianluca Freda (24/07/2006 - 23:59)



Un paio di giorni fa ho inviato al blog di Claudio Sabelli Fioretti un post su ciò che realmente accadde in Piazza Alimonda il 20 luglio 2001. Non si trattava certo di uno scoop. Erano fatti ben noti a chi segue i processi del g8 di Genova, nonché pubblicati su diversi siti internet, tra i quali Pillolarossa e Carmillaonline. Nonostante ciò la disinformazione veicolata dalla TV è in Italia così pervasiva che alcuni lettori del blog di CSF sono rimasti un po’ sconcertati.

Una delle cose che, quando la proclamo, desta più scalpore – nonostante sia ormai arcinota a chi bazzica internet -  è scoprire la verità sul famoso estintore che Carlo Giuliani impugnava; e cioè che esso era l’estintore in dotazione al defender dei carabinieri, e che erano stati i carabinieri a lanciarlo addosso ai dimostranti, non viceversa, come ben si vede da queste foto. Carlo si era limitato a raccoglierlo dopo che i carabinieri lo avevano lanciato fuori dalla jeep. Un'altra cosa che ha suscitato scalpore è scoprire le foto che provano le manipolazioni eseguite dai poliziotti sulla scena dell’omicidio: nei minuti immediatamente successivi allo sparo di Placanica, a Carlo viene tolto il passamontagna, gli viene praticata una ferita sulla fronte con un sasso raccolto là in giro, dopodichè il sasso viene intinto nel sangue sparso sulla strada e deposto vicino al corpo di Carlo. Il tutto allo scopo di far credere che la morte di Carlo fosse stata provocata da un sasso lanciato da un dimostrante e non da un colpo di pistola. Un altro poliziotto nasconde grossolanamente sul cadavere di Carlo un taglierino per accreditarne l’indole violenta.

La cosa che, quando l’ho scoperta leggendo Carmillaonline, ha un po’ sconcertato anche me è stato scoprire che alle ore 17.38 di quel pomeriggio – cioè esattamente 11 minuti dopo lo sparo di Placanica – in piazza arrivano due volti piuttosto noti. Uno è Toni Capuozzo, giornalista Mediaset, con al seguito il suo cameraman. L’altro è nientemeno che Renato Farina di Libero, oggi più noto con il soprannome di “agente Betulla”, dopo che i suoi legami col Sismi sono stati resi di pubblico dominio. Potete vederli in questa foto, in alto a sinistra. Farina è il tipo con la giacchetta gialla che arriva trafelato. Se pensiamo che alle 17.38 la notizia della morte di Carlo non era neppure ancora stata trasmessa dalla TV, possiamo dire che delle due l’una: o i due hanno avuto un colpo di culo giornalistico grande quanto una casa; oppure qualcuno li aveva avvisati che in Piazza Alimonda era successo qualcosa e c’era bisogno di loro. In effetti non appena Capuozzo arriva in piazza, il vicequestore Lauro, come se avesse ricevuto il “ciak, si gira”, si produce nell’ormai celebre performance da primattore: “L’hai ucciso tu con il tuo sasso!”. Non è Marlon Brando, ma la recita è convincente. Purtroppo per lui, non lo è tutto il resto, visto che i medici legali ci mettono 3 secondi netti a capire che la morte di Carlo non è stata provocata da un sasso ma da un proiettile. Queste mie allusioni hanno fatto un po’ arrabbiare il mite Claudio Sabelli Fioretti, che si è lanciato in un’accorata apologia del povero Capuozzo. Oggi un lettore del mio blog, Davide (i cognomi, se potete), mi scrive:
        
C'è da riflettere al tuo post su CSF. Perché in effetti Capuozzo è una
creatura sfuggita dal laboratorio messo su da Mentana per la sua
azienda, che certo non mancava di "entrature". Alla "fortunata"
coincidenza dello scoop in piazza Alimonda, con l'ottimo giornalista
lì per caso, è difficile credere, vero è che invece non parlò mai di
quello che scoppiò alla Diaz e se ne tenne convenientemente fuori
quando accadde E' vero invece che da allora, per Tony Capuozzo,
ambizioso, spugna, utilissimo per qualcuno alle sue spalle, proprio
perché cialtrone, imitazione grottesca dell'intrepido inviato, è stata
una carriera stellare fatta su misura. Anche quando da Bagdad, chiuso
ben bene al Palestine, senza mettere mai il naso fuori, sparava sermoni
moralisti strappalacrime per la platea delle ore venti, con quella
faccia fatta apposta per farlo passare da patito... E' stato poi
coperto di premi e paginate di lodi da giornali, vedi il Foglio, Libero
e la Padania, perchè perfetto e convinto per la massa, manovrato da
chi lo esponeva. Lui è forse solo un burattino ambizioso, una
caricatura presentata con squilli di tromba dello scoop alzando
polveroni da burattinai che sanno il fatto loro.


Caro Davide, io non conosco abbastanza Capuozzo come giornalista per sapere se egli sia davvero tutte le cose che dici. Ho visto, molto tempo fa, qualche puntata del suo “Terra”. Mi è sembrato un giornalista piuttosto partigiano, il che non è un dramma, visto che l’informazione è sempre e necessariamente partigiana, data la natura soggettiva, e non oggettiva, degli esseri umani. Semmai, io ho i miei gusti e preferisco l’informazione partigiana di sinistra che contiene, a mio avviso, un po’ meno bugie.  Quando scrivo sul blog di CSF – facendo incazzare il titolare – che Capuozzo era per i poliziotti un “giornalista amico” non intendo dire che lo fosse davvero, ma che in quel momento, per qualche motivo, i poliziotti lo consideravano tale. Lo prova il fatto che non più di due minuti prima dell’arrivo di Capuozzo, due fotografi che riprendevano la scena dell’omicidio erano stati massacrati di botte. Il primo è il povero Paoni, che viene pestato (ma sarebbe più esatto dire linciato) a più riprese riportando lesioni piuttosto gravi e al quale i poliziotti distruggono la macchina fotografica. Il secondo è un ignoto poveretto che i poliziotti sbattono con la faccia contro quella del cadavere di Carlo, come si vede in questa foto. A Capuozzo e al suo cameraman, invece, non viene torto un capello. E si capisce. Due minuti prima si stava ancora approntando la messinscena del sasso e del taglierino e a nessun fotografo poteva essere consentito di immortalare i preparativi. Ora che la scena è pronta, Capuozzo torna utile per coronare l’allestimento scenico con la nota prova d’attore del vicequestore Lauro.

Tutto questo, lo ripeto, non implica che Capuozzo si fosse consapevolmente prestato a questo giochetto. Probabilmente era arrivato lì (magari avvisato da qualcuno che gli aveva solo detto di accorrere in quel luogo) e lo spirito d’improvvisazione congenito negli sbirri italiani ha immediatamente trovato il modo di trarne vantaggio. Ciò non toglie che quando qualcuno mi scrive – come è avvenuto sul blog di CSF – che Piazza Alimonda è stata meno grave della Diaz, come se si fosse trattato di scosse sismiche e non di un evento unitario accuratamente pianificato per annientare il Movimento… beh, quando accade questo vorrei che il giornalismo alla Capuozzo avesse meno cultori rispetto al giornalismo dei nostri blog, che sarà assai più dilettantesco, ma almeno non innesca questa terribile sclerotizzazione del reale nelle teste dei lettori.   

(Gianluca Freda)

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ATROCITA' AMERICANE

by Gianluca Freda (24/07/2006 - 01:59)












































(Tratto dal blog Baghdad Burning, di Riverbend)

Martedì, 11 luglio 2006

Sarà una lunga estate. Siamo già quasi a metà strada, ma i giorni sembrano strisciare. Una combinazione di caldo, mosche, ore e ore senza elettricità e cadaveri che continuano a spuntare ovunque.

L’altroieri è stata una giornata catastrofica. E’ iniziata con la notizia degli omicidi nel quartiere Jihad. Secondo le persone di quella zona, miliziani vestiti di nero sono arrivati con le auto a metà mattina e hanno aperto il fuoco contro la gente che era per strada e perfino dentro le case. Hanno iniziato a prelevare le persone dalla strada, controllando le loro carte di identità per vedere se avevano nomi sciiti o sunniti, dopodichè i sunniti venivano portati via e uccisi. Alcuni sono stati giustiziati direttamente sul posto. I media giocano al ribasso e parlano di 37 morti, ma la gente della zona dice che il numero è vicino ai 60.

La cosa orribile di questi omicidi è che l’area era stata isolata per due settimane dal Ministero dell’Interno e dagli americani. La settimana scorsa, un’autobomba era esplosa vicino a una moschea sunnita dove la gente è solita recarsi in visita. La notte prima del massacro, un’autobomba è esplosa nei pressi di una husseiniya sciita della stessa zona. Il giorno dopo è stato pieno di urla e spari e morte per la gente della zona. Nessuno capisce come mai il Ministero dell’Interno e gli americani non abbiano risposto immediatamente. Sono solo restati a sedere, alla periferia della zona, e hanno lasciato che il massacro avvenisse.

Circa alle 2 del pomeriggio, abbiamo ricevuto una notizia terribile. Nel massacro abbiamo perso un buon amico. T. era un ingegnere civile che lavorava in uno studio di consulenza a Jadriya. L’ultima volta che l’ho visto è stato una settimana fa. Si era fermato da noi per dirci che sua sorella era stata assunta e aveva portato con sé le foto dell’ultimo progetto a cui stava lavorando, un edificio scolastico semidistrutto fuori Baghdad.

Di solito usciva di casa alle 7 di mattina, per evitare il traffico e il caldo. Ieri aveva deciso di restare a casa perché aveva promesso a sua mamma che sarebbe andato a prendere Abu Kamal per riparare il generatore che si era improvvisamente guastato la sera precedente. I suoi genitori dicono che T. stava cercando di uscire dalla zona a piedi quando è avvenuto l’attacco e si è preso due proiettili in testa. Suo fratello è riuscito a identificarlo solo dalla T-shirt macchiata di sangue che indossava.

La gente della zona si è chiusa in casa e nessuno osa entrare nell’area, perciò le veglie funebri per le persone massacrate non sono ancora iniziate. Non ho ancora visto i suoi familiari e non sono certa che avrò il coraggio o la forza di presentar loro le condoglianze. Mi sembra di avere pronunciato le frasi di rito delle condoglianze per migliaia di volte negli ultimi mesi, "Baqiya ib hayatkum… Akhir il ahzan…" o "Possa questo essere l’ultimo dei tuoi dolori." Ma sono parole vuote, perché mentre le pronunciamo sappiamo bene che nell’Iraq odierno qualunque dolore, non importa quanto grande, non sarà l’ultimo.

Ieri c’è stato anche un attacco a Ghazaliya, ma non sappiamo ancora quante vittime ci sono. La gente dice che dietro questi omicidi c’è la milizia di Sadr, l’esercito del Mahdi. Le notizie che il mondo ascolta sull’Iraq e la situazione reale del paese sono due cose completamente diverse. La gente viene trascinata fuori dalle proprie case e dai quartieri con la forza e uccisa per le strade, e gli americani, gli iraniani e i loro fantocci parlano di conferenze nazionali e di progressi.

E’ come se Baghdad non fosse più una città, ma una dozzina di piccole città diverse, ciascuna infettata dalla sua caratteristica forma di violenza. Siamo arrivati al punto che ho paura di dormire, visto che il mattino porta così tante brutte notizie. La televisione mostra le immagini e le stazioni radio le trasmettono. I giornali mostrano foto di cadaveri e parole rabbiose ti saltano addosso dalle loro pagine: “guerra civile… morti… omicidi… bombardamenti… stupri”.

Stupro. La più recente tra le atrocità americane. Anche se in realtà non è recente, è solo quella che viene più pubblicizzata. Quella povera ragazza, Abeer, non è stata la prima ad essere stuprata dalle truppe americane, né sarà l’ultima. L’unico motivo per cui questo stupro è finito sotto i riflettori ed è stato pubblicizzato è che i suoi familiari sono stati uccisi insieme a lei. Lo stupro è un argomento tabù in Iraq. Qui le famiglie non denunciano gli stupri, li vendicano. Abbiamo sentito voci di stupri in prigioni controllate dagli americani e durante gli assedi di città come Haditha e Samarra per tutti gli ultimi tre anni. L’ingenuità degli americani, che non riescono a credere che i loro “eroi” commettano simili atrocità, è ridicola. Non avete mai sentito di eserciti occupanti che commettano stupri?? Avete stuprato il paese, perché non stuprare anche la sua gente?

Nei notiziari la sua età viene stimata intorno ai 24 anni, ma gli iracheni della zona dicono che ne aveva solo 14. Quattordici. Immaginate di avere una sorella di 14 anni o una figlia di 14 anni. Immaginate che subisca uno stupro di gruppo da una banda di psicopatici e che poi venga uccisa e il suo corpo bruciato per nascondere lo stupro. Infine, i suoi genitori e la sua sorellina di cinque anni vengono anch’essi uccisi. Gloria agli eroi americani… Alzate in alto la testa, sostenitori della “liberazione”, le vostre truppe oggi vi hanno reso fieri. Io non credo che queste truppe vadano giudicate da tribunali americani. Credo che vadano consegnate nelle mani della gente del posto, e solo allora sarà veramente fatta giustizia. E quello stronzo del nostro Primo Ministro, Nouri Al-Maliki, che ha richiesto una “indagine indipendente”, rintanato al sicuro nei suoi edifici sorvegliati dagli americani, tanto non è sua figlia o sua sorella che è stata stuprata, e probabilmente torturata, prima di essere uccisa. La sua famiglia è al sicuro dalle mani degli iracheni furiosi e dalle truppe di psicopatici americani.

Mi riempie di rabbia ascoltare queste cose e scriverne. La pietà che una volta provavo per le truppe straniere in Iraq è scomparsa. E’ stata sradicata dalle atrocità di Abu Ghraib, dai massacri di Haditha e dalle recenti notizie di stupri e omicidi. Li guardo nei loro veicoli corazzati e, onestamente, non me ne frega più niente se hanno 19 o 39 anni. Non me ne frega più niente se torneranno a casa vivi. Non me ne frega più niente delle mogli, dei genitori o dei figli che hanno lasciato a casa. Non me ne frega più niente perché è difficile riuscire a guardare oltre l’orrore. Li guardo e riesco solo a chiedermi quanti innocenti hanno ammazzato e quanti ancora ne ammazzeranno prima di tornarsene a casa. Quante altre ragazze irachene stupreranno?

Perché gli americani non se ne tornano a casa e basta? Hanno fatto abbastanza danni e poi ci vengono a raccontare che le cose in Iraq precipiterebbero se loro dovessero “darsela a gambe”, ma la realtà è che in questo momento non stanno facendo proprio niente. Quanto potrebbero peggiorare le cose? La gente viene ammazzata per strada e nelle proprie case. Loro cosa fanno? Nulla. E’ conveniente per loro, gli iracheni si ammazzano a vicenda e loro restano seduti a guardare la carneficina, salvo quando decidono di unirsi agli stupri e ai massacri.      

Bus, aerei e taxi che lasciano il paese per andare verso Siria e Giordania hanno il tutto esaurito fino alla fine dell’estate. La gente raccoglie le proprie cose e se ne va in massa e molti di loro hanno in programma di restare fuori dal paese. La vita qui è diventata insopportabile perché non è più “vita” come quella di chi vive all’estero. E’ solo una questione di sopravvivenza, di cercare di arrivare da un giorno al successivo in un unico pezzo, tentando di convivere con la perdita di parenti e amici. Amici come T.

E’ difficile credere che T. se ne sia andato davvero… Oggi stavo controllando la mail e ho visto tre suoi messaggi non aperti nella posta in arrivo. Per un folle istante ho pensato, col cuore in gola, che fosse ancora vivo. T. era vivo e tutto era stato solo un terribile errore! Ho permesso a me stessa di cavalcare l’onda di una vertiginosa incredulità per alcuni preziosi secondi prima di schiantarmi, quando i miei occhi si sono posati sulle date delle mail. Le aveva inviate la sera prima di essere ucciso. Una mail era una raccolta di barzellette, l’altra conteneva un assortimento di foto di gatti, la terza era un poema in arabo sull’Iraq occupato dagli americani. Aveva sottolineato alcuni versi che descrivevano la bellezza di Baghdad nonostante la guerra… Ma anche se ero abituata a considerare Baghdad come una delle più belle città del mondo, in questo momento trovo molto difficile vedere qualsivoglia bellezza in una città macchiata del sangue di T. e di tanti altri innocenti… 


(nelle foto: effetti dei bombardamenti americani al fosforo bianco su Fallujah)

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SCUDI UMANI

by Gianluca Freda (22/07/2006 - 20:37)



Una delle tecniche utilizzate dai militari dello stato ebraico durante le sue scorrerie è quella di usare i bambini palestinesi come ‘scudi umani’. Le ultime testimonianze vengono da B'Tselem, un'associazione israeliana per i diritti umani . La foto della Reuters ritrae quello che hanno fatto le bestie israeliane a Hebron solo pochi mesi fa.



L’esercito israeliano avrebbe usato civili palestinesi come ‘scudi umani’ durante un’operazione militare a Beit Hanun, nel nord della Striscia di Gaza: è il risultato preliminare di un’inchiesta condotta da ‘B’Tselem’, centro israeliano per i diritti umani nei Territori palestinesi. L’episodio sarebbe accaduto il 17 luglio, quando i militari dello Stato ebraico - durante l’operazione ‘Pioggia d’Estate’ - avviata dopo il rapimento del caporale Gilad Shalit – hanno lanciato una vasta offensiva nella Striscia. Stando a testimonianze raccolte dall’organizzazione per la difesa dei diritti umani, i soldati israeliani avrebbero occupato un’abitazione, costringendo sei persone – tra cui due ragazzi di 14 e 16 anni – a rimanere in un sottoscscala durante un violento combattimento con miliziani palestinesi, senza esporli al tiro diretto dei colpi di arma da fuoco. “Il diritto umanitario internazionale proibisce l’uso di civili come scudi umani collocandoli nelle vicinanze dei soldati o di strutture militari”, ricorda ‘B’Tselem’ in una nota diffusa oggi. L’organizzazione ha chiesto che l’avvocatura dello Stato ordini alla polizia militare un’immediata inchiesta e che i responsabili vengano perseguiti. Anche sul fronte libanese Israele è stato accusato di aver violato il diritto umanitario internazionale, provocando oltre 330 morti civili negli ininterrotti raid aerei degli ultimi dieci giorni.
[Fonte:MISNA]

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GUERRA AL TERRORISMO

by Gianluca Freda (20/07/2006 - 19:56)

Ecco le foto di alcuni pericolosi terroristi internazionali assassinati dagli eroici raid degli aerei israeliani sul Libano.






(Le foto sono state inviate dal professor Nicola Migliorino dell'Università di Exeter al blog di Beppe Grillo
dal quale le ho riprese)

Nota: la terrorista dell'ultima foto somiglia a mia figlia come una goccia d'acqua. Che lo stato d'Israele sia mille volte maledetto.

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STATI CANAGLIA

by Gianluca Freda (19/07/2006 - 19:33)


IL VERO SCOPO DELLA GUERRA



Articolo di Uri Avnery, fondatore di Gush Shalom (organizzazione del pacifismo israeliano) , tratto da Peacereporter.

Tel Aviv 15 luglio 2006 ,

Il vero scopo della guerra contro il Libano è cambiare il regime in Libano e installare un governo fantoccio.

Questo era lo scopo dell'invasione del Libano di Ariel Sharon, nel 1982. Fallì. Ma Sharon e i suoi allievi della leadership politica e militare non hanno mai davvero rinunciato.

Come nel 1982, anche l'operazione in corso è stata pianificata e viene portata avanti in pieno coordinamento con gli Stati Uniti.

Come allora, non c'è dubbio che sia coordinata con parte dell'élite libanese.

Questo è il punto principale. Il resto è clamore e propaganda.

Alla vigilia dell'invasione del 1982, il Segretario di Stato Alexander Haig disse ad Ariel Sharon che, prima di dare il via all'operazione, era necessario avere una “chiara provocazione”, che sarebbe stata tenuta per buona dal mondo.

La provocazione infatti ebbe luogo - proprio al momento giusto - quando il gruppo terroristico di Abu Nidal cercò di assassinare l'ambasciatore israeliano a Londra. Tutto ciò non aveva alcuna relazione con il Libano, e ancora meno con l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (nemica di Abu Nidal), ma servì allo scopo.

Questa volta, la necessaria provocazione è stata fornita dalla cattura dei due soldati israeliani da parte di Hizbollah. Tutti sanno che non possono essere liberati se non attraverso uno scambio di prigionieri. Ma l'enorme campagna militare, che era pronta a partire da mesi, è stata venduta al pubblico israeliano e internazionale come un'operazione di salvataggio.

(Curiosamente, la stessa identica cosa era avvenuta due settimane prima nella Striscia di Gaza. Hamas e e i suoi alleati hanno catturato un soldato, il che ha fornito la scusa per una massiccia operazione che era stata preparata da molto tempo, e il cui scopo è distruggere il governo palestinese).

Lo scopo dichiarato dell'operazione in Libano è di allontanare Hizbollah dal confine, affinchè sia per loro impossibile catturare altri soldati e lanciare razzi sulle città israeliane. Anche l'invasione della Striscia di Gaza è ufficialmente finalizzata a portare Ashkelon e Sderot fuori dalla portata dei razzi Qassam.

Questo ricorda l'"Operazione Pace per la Galilea”, nel 1982. Allora, si disse alla gente e alla Knesset (il Parlamento israeliano, ndt) che lo scopo della guerra era “allontanare i Katiuscia di 40 chilometri dal confine”.

Questa era una deliberata menzogna. Nel corso degli undici mesi precedenti alla guerra, attraverso il confine non era stato sparato un solo razzo Katiuscia (né un solo colpo). Fin dall'inizio, lo scopo dell'operazione era raggiungere Beirut e installarvi un dittatore collaborazionista. Com ho riferito più di una volta, lo stesso Sharon mi disse così nove mesi prima della guerra, e puntualmente lo pubblicai, con il suo consenso (ma non attribuendolo a lui).

Naturalmente, l'operazione in corso ha anche diversi scopi secondari, che non includono la liberazione dei prigionieri. Chiunque capisce che questo non si può ottenere con azioni militari. Ma probabimente è possibile distruggere una parte delle migliaia di missili che Hizbollah ha accumulato negli anni. A questo scopo, i comandanti dell'esercito sono pronti a mettere in pericolo gli abitanti delle città israeliane che sono esposte ai razzi. Credono che ne valga la pena, come in uno scambio di pedine a scacchi.

Un altro scopo secondario è riabilitare il “potere deterrente” dell'esercito. Questa è una parola in codice per la restaurazione dell'orgoglio ferito dell'esercito, duramente colpito dalle temerarie azioni militari di Hamas nel sud e Hizbollah al nord.

Ufficialmente, il governo israeliano chiede che il governo del Libano disarmi Hizbollah lo allontani dalla zona di confine.

Questo è chiaramente impossibile con l'attuale regime libanese, un delicato mosaico di comunità etnico-religiose. Il minimo shock può far crollare l'intera struttura e gettare lo Stato nell'anarchia totale - in particolare dopo che gli statunitensi sono riusciti a cacciare l'esercito siriano, l'unico elemento che per anni aveva garantito una qualche stabilità.

L'idea di installare un governo collaborazionista in Libano non è cosa nuova. Nel 1955, David Ben Gurion propose di prendere un “funzionario cristiano” e insediarlo come dittatore. Moshe Sharet dimostrò che questa idea si basava sulla completa ignoranza degli affari libanesi e la silurò. Ciò nonostante, 27 anni dopo Ariel Sharon ci riprovò. Bashir Gemayel fu infatti insediato come presidente, solo per essere assassinato poco tempo dopo. Suo fratello, Amin, gli sucedette e firmò un accordo di pace con Israele, ma fu cacciato dall'incarico. (Lo stesso fratello ora sostiene pubblicamente l'operazione israeliana).

La previsione adesso è che se le forze aeree israeliane riescono a far piovere colpi abbastanza pesanti sulla popolazione libanese – paralizzando porti e aereoporti, distruggendo le infrastrutture, bombardando i quartieri residenziali, interrompendo l'autostrada Beirut- Damasco eccetera – il popolo libanese si infurierà con Hizbollah e farà pressione sul governo libanese per soddisfare le richieste di Israele. Dal momento che l'attuale governo non può neanche sognare di fare una cosa del genere, verrà instaurata una dittatura, con il supporto di Israele.

Questa è la logica militare. Io ho i miei dubbi. Si può supporre che la maggior parte dei libanesi reagirà come farebbe chiunque altro al mondo: con furore e odio contro l'invasore. Così accadde nel 1982, quando gli sciiti del sud del Libano, fino ad allora docili come zerbini, si sollevarono contro gli occupanti israeliani e crearono Hizbollah, che è diventata la forza più potente del Paese. Se ora l'élite libanese viene assimilata ai collaboratori di Israele, sarà cancellata dalla faccia della terra. (Peraltro, i razzi Qassam e Katiuscia hanno fatto sì che la popolazione israeliana facesse pressione sul nostro governo per arrendersi? Piuttosto il contrario).

La politica statunitense è piena di contraddizioni. Il Presidente Bush vuole “cambi di regime” in Medio Oriente, ma l'attuale regime libanese è stato istituito solo di recente, sotto la pressione americana. Nel frattempo, Bush è riuscito solamente a fare a pezzi l'Iraq e scatenare una guerra civile. Potrebbe ottenere la stesso risultato in Libano, se non ferma in tempo l'esercito israeliano. Inoltre, un devastante attacco contro Hizbollah potrebbe far crescere la furia non solo in Iran, ma anche fra gli sciiti in Iraq, sul cui sostegno si fondano tutti i programmi di Bush per un regime filo-statunitense.

Dunque qual è la risposta? Non per caso, Hizbollah ha condotto il suo raid di rapimento dei soldati in un momento in cui i palestinesi hanno un gran bisogno di aiuto. La causa palestinese è popolare in tutto il mondo arabo. Mostrando che sono amici nel momento del bisogno, mentre gli altri arabi falliscono miseramente, Hizbollah spera di accrescere la sua popolarità. Se un accordo fra Israele e Palestina fosse già stato raggiunto, Hizbollah non sarebbe altro che un fenomeno libanese, irrilevante per la nostra situazione.

Ameno di tre mesi dal suo insediamento, il governo di Olmert e Peretz è riuscito a trascinare Israele in una guerra su due fronti, i cui obbiettivi sono irrealistici e i cui risultati non possono essere previsti.

Se Olmert spera di essere visto come Mister Macho-Macho, uno Sharon bis, rimarrà deluso. Lo stesso vale per i disperati sforzi di Peretz di essere preso sul serio come PP Mister Sicurezza. Chiunque capisce che questa campagna - sia a Gaza che in Libano - è stata pianificata dall'esercito e imposta dall'esercito. Chi prende decisioni in Israele, adesso, è Dan Halutz. Non è un caso che il lavoro in Libano sia stato affidato alle Forze aeree.

La gente non è entusiasta della guerra. Si è rassegnata, in uno stoico fatalismo, perchè è stato detto che non c'è alternativa. E infatti, chi può essere contrario? Chi è che non vuole liberare i “soldati rapiti”? Chi non vuole rimuovere i Katiuscia e riabilitare la deterrenza? Nessun politico osa criticare l'operazione (ad eccezione dei membri arabi della Knesset, ignorati dal pubblico ebraico). Sui media, i generali regnano incontrastati, e non solo quelli in uniforme. Non esiste praticamente ex generale che non sia stato invitato dai media a commentare, spiegare e giustificare, tutti con una voce sola.




(A titolo d'esempio: la più seguìta televisione israeliana mi ha chiesto un'intervista , dopo aver sentito che avevo preso parte a una manifestazione contro la guerra. Ero abbastanza sorpreso. Ma non per molto - un'ora prima della trasmissione, un contrito conduttore ha chiamato per dire che c'era stato un terribile errore - in realtà volevano invitare il professor Shlomo Avineri, un ex direttore generale del Foreign Office, su cui si può contare per giustificare qualsiasi atto del governo, qualunque esso sia, in forbito linguaggio accademico.

“Inter arma silent Musae” - quando parlano le armi, le muse tacciono. O, piuttosto: quando rombano i cannoni, il cervello smette di funzionare.

E solo un pensiero: quando lo Stato di Israele fu fondato, nel mezzo di una guerra cruedele, un poster tappezzava i muri: “Tutto il paese - un fronte! Tutto il popolo - un esercito!”

Sono passati 58 anni, e lo stesso slogan è valido come lo era allora. Che cosa ci dice, questo, su generazioni di statisti e generali?

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by Gianluca Freda (19/07/2006 - 19:19)

Recensioni:


IL MERCATO DELLA PAURA

di Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo
Einaudi, marzo 2006
Collana “Stile libero”
pp. 352, euro 15,50


Chissà se qualcuno si ricorda ancora dei tanti allarmi lanciati dall’ex Ministro dell’Interno Pisanu riguardo il fantomatico gruppo degli “anarco-insurrezionalisti”, soggetto politico a metà tra terrorismo politico e orco delle favole che ha turbato (o a cui si è tentato di far turbare) i sonni degli italiani nella passata legislatura. E chi si ricorda più dell’allarme di Berlusconi su un possibile attacco terrorista contro la basilica di San Pietro? E i continui allarmi sulle elezioni politiche che - si giurava - sarebbero state senz’altro l’occasione per un attentato di Al Qaeda? Il gioco dell’allarmismo bufalaro è stato così utile e prezioso per il passato governo che lo stesso Pisanu lo ha portato avanti fino all’ultimo istante, congedandosi dal proprio incarico con l’eclatante rivelazione di aver sventato almeno due attentati terroristici durante il suo mandato. Quali? Quando? Dove? Come? Non si sa.    

Il libro Il mercato della paura, scritto dai due giornalisti di Repubblica Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, fa luce sulla metamorfosi subìta negli ultimi cinque anni dagli apparati dell’Intelligence italiana. Una metamorfosi che, portando alle sue logiche conseguenze il clima di allarme perenne presente nelle società occidentali dopo l’11 settembre 2001, ha consentito ad ampi settori dei servizi segreti di sfruttare la paura del terrorismo – pompata fino all’esasperazione dai media – per acquisire una centralità nel sistema sociale e un potere mai sognati nei decenni trascorsi. L’ascesa dell’influsso dei servizi d’Intelligence italiani sulla vita nazionale avviene a partire dall’inverno 2003, cioè dall’aggressione americana all’Iraq. L’inchiesta di Bonini e D’Avanzo evidenzia quanto grande sia stato il ruolo dei nostri servizi nel preparare i pretesti che hanno consentito all’amministrazione americana di giustificare l’invasione. Con un’indagine minuziosa viene ricostruita la rocambolesca vicenda del cosiddetto dossier della “torta gialla”, cioè del falso dossier italiano che attestava l’acquisto di uranio nigerino da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, acquisto che fu sbandierato dagli USA come conferma di un riarmo nucleare in atto e dunque come pretesto per la guerra. 
Il famoso dossier, palesemente e grossolanamente fasullo, era stato fabbricato ad arte nel 2000 (inizialmente per essere rivenduto ai francesi) da tre individui perseguitati dallo spettro della bancarotta: l’ex carabiniere Rocco Martino, il primo consigliere dell’ambasciata del Niger a Roma, Zakaria Yaou Maiga e un’anonima funzionaria della stessa ambasciata che nel libro viene chiamata “Laura”. Fu tirato fuori nel 2003 da chissà quale cestino della carta straccia, per essere consegnato all’amministrazione americana, non prima di essere stato insignito di una credibilità posticcia dalla pubblicazione in pompa magna sulle pagine di Panorama, come se si trattasse di uno scoop. Il libro di Bonini e D’Avanzo svela nomi, cognomi, date e incredibili retroscena. Spiega che uomini dei servizi segreti italiani erano stati inviati in avanscoperta, tra il dicembre 2002 e il marzo 2003, in territorio irakeno per valutare le capacità di reazione dell’esercito di Saddam di fronte ad un’eventuale aggressione. Ciò che si erano trovati di fronte era – come molti avevano ragionevolmente immaginato - un esercito che non solo non disponeva di armi di distruzione di massa, ma neppure di armi convenzionali, con carri armati arrugginiti risalenti alla guerra con l’Iran di venti anni prima. Un esercito disperato, che non aveva nessuna intenzione di opporre resistenza né possedeva i mezzi per farlo. “ Il governo italiano” - scrivono Bonini e D’Avanzo - “(come l’Iraqi National Congress e quindi il Pentagono) sanno con certezza per lo meno dal gennaio 2003 (e con molte probabilità, dal dicembre 2002) che negli arsenali di Saddam Husayn non ci sono armi di distruzione di massa. Non c’è l’ordigno nucleare. Non ci sono i missili a lunga gittata. Non c’è la possibilità di armare testate missilistiche con veleni biologici e chimici. C’è soltanto un esercito che non vuole combattere e uno Stato maggiore che attende di arrendersi al miglior prezzo possibile”.

Sull’Iraq di Saddam fu montata – come il libro rivela – una messinscena mediatica che doveva servire a vendere all’opinione pubblica l’ennesima minaccia posticcia alla pace mondiale. Una messinscena in cui i servizi segreti italiani e il governo di Silvio Berlusconi ebbero un ruolo determinante. E lo scopo non era soltanto quello di agitare minacce alla pace per giustificare una guerra. Lo scopo era quello di trasformare il terrorismo, attraverso un clima di paranoica mobilitazione mediatica, da obiettivo strategico a spettacolo massificato, che garantisse la persuasione attraverso la paura. Di questa paura e della persuasione che essa genera i servizi segreti italiani sono stati, a partire dalla guerra in Iraq, rivenditori esclusivi. La paura che essi hanno fabbricato e venduto in quantità industriale è stata per il governo di centrodestra uno strumento prezioso che valeva la pena di acquistare a qualunque prezzo. “La paura” – scrivono ancora gli autori – “è il miglior propellente per concentrare poteri nelle mani dell’Esecutivo, marginalizzare il dissenso, violare le elementari protezioni costituzionali dei diritti e della sovranità”. Le “minacce” inventate dall’Intelligence italiana tra il 2003 e il 2006 sono state tanto numerose quanto vaghe e improbabili. Bonini e D’Avanzo ci mostrano come un marsupio rinvenuto nella macchina di un poveraccio diventasse disinvoltamente, nei comunicati alle prefetture, una “cintura kamikaze” o come una comune piantina dei McDonald’s romani si trasformasse in un piano d’attacco terroristico su larga scala, accreditato da una perversa complicità tra servizi segreti, governo, mezzi d’informazione e magistrati.
Il falso dossier sull’uranio fu – secondo l’inchiesta dei due giornalisti - la linea del Rubicone di una metamorfosi dell’Intelligence italiana, che verrà, da quel momento in poi, “ingaggiata” dal governo per condizionare l’opinione pubblica e le vicende nazionali. Un’Intelligence il cui scopo non è più quello di muoversi per “accecare «il nemico», ma contro «l’amico» che si dovrebbe proteggere, avvelenandolo con un’informazione «deformata e deformante» in grado di cogliere due obiettivi prioritari della disinformatia: la creazione di un senso comune e il favore a un paradigma politico”.
Il libro di Bonini e D’Avanzo spiega come funzioni il mercato della paura, svela i meccanismi della sua produzione, della vendita al pubblico, all’ingrosso e al dettaglio, dei profitti che produce per i suoi spacciatori e dei danni devastanti che infligge ai consumatori e al loro habitat sociale. Un vademecum essenziale per chi voglia imparare a non acquistare mai questo tipo di merce e voglia conoscere i percorsi per dribblarne i piazzisti.  

(Gianluca Freda)

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BROGLI MESSICANI

by Gianluca Freda (06/07/2006 - 15:00)

 

 

 

 

 



Dà un senso di sicurezza sapere che una delle pù antiche patrie del broglio al mondo non ha perso le abitudini che l'hanno resa proverbiale. Vi ha solo aggiunto un tocco di modernità, con le falsificazioni delle proiezioni su internet che hanno sostituito i caratteristici  tradizional brogli cartacei:

Da IL MANIFESTO del 05/07/2006:

Non ci sta, il candidato di centrosinistra Lopez Obrador: «Sono spariti tre milioni di voti», dice, e si ferma a un passo dall'accusare le istituzioni di frode. L'Istituto elettorale ha concluso la conta preventiva, e contro tutti i sondaggi fatti negli ultimi sei mesi il candidato della destra Felipe Calderon sta un punto sopra Obrador. Un punto vuol dire circa 400mila voti, ma ci sono ottocentomila nulle, i tre milioni di voti spariti («sono voti contestati, vedremo», spiega l'Ife), e una massa di - chiamiamole - anomalie. Una la esibisce lo stesso Obrador davanti alle tv: è la foto del registro finale di un seggio, ci sono 188 voti per il Prd, ma sulla pagina internet dell'istituto elettorale lo stesso seggio ne assegna solo 88 al partito di centrosinistra. Qualcuno si è mangiato una cifra. Lo chiamano «robo de hormigas», furto delle formiche: dieci voti qui, cento lì e el peje, come chiamano l'uomo che ha guidato l'opposizione, finisce fritto. Appeso a questo punto di differenza, alla leggera e poco credibile supremazia ufficiale di Calderon, il Messico sprofonda in quello che un commentatore, Luis Hernandez Navarro, definisce «colpo di stato tecnico». Una notte di proiezioni elettorali drogate, strapotere delle televisioni tutte orientate a destra, denaro pubblico versato su ordinazione, efficiente campagna della paura e divisione verticale del paese, col nord più ricco che vota a destra e il sud più povero che vota a sinistra. Insomma un nuovo 1988, anno in cui il candidato di sinistra Cardenas fu derubato da un provvidenzale blackout del sistema elettorale. Quella volta Cuauthemoc Cardenas si arrese molto presto, per non portare il paese - disse - alla guerra civile. Ma Lopez Obrador è molto diverso dal figlio del vecchio generale Cardenas che nazionalizzò il petrolio. E' un capopopolo, e gode di un apparato organizzativo che allora non esisteva. Tocca a lui, se ne ha la forza, decidere se scegliere lo scontro sociale o fermarsi a quello politico. E gia lo stratega del partito, Camacho Solis, annuncia che si potrebbe ricorrere alla piazza «se tutte le istanze istituzionali risultassero superate». Il meccanismo elettorale prevede che oggi l'Istituto elettorale cominci il conteggio fisico dei voti, esaminando i registri seggio per seggio e - se ci fossero contestazioni - scheda per scheda. Può metterci giorni. I risultati si possono impugnare e lo saranno. Quindi toccherà al Tribunale elettorale federale esaminare le impugnazioni. Il tribunale parrebbe più decente dell'Istituto elettorale, che ha giocato pesante per tutta la notte delle elezioni, ma le istituzioni messicane non brillano per trasparenza. Nel frattempo quel monumento alla politica messicana che è il Partido revolucionario istitucional ha smesso di contrattare il suo appoggio e ha deciso di buttarsi a destra. Un pugno di governatori ha obbligato con le cattive il candidato priista Madrazo a riconoscere pubblicamente «la correttezza del processo elettorale e l'impossibilità che cambi il risultato». Vinca chi vinca, una crisi di rappresentanza è già aperta. Calderon ha preso 14 milioni di voti e Obrador 13 milioni e rotti più quelli che riuscirà a ripescare in tribunale. Su 71 milioni di elettori. A governare la decima economia del pianeta dovrebbe essere qualcosa di più che circa un quinto dell'elettorato.

 Per fortuna anche in Messico, come in Italia, i brogli della destra potrebbero non are i risultati sperati. Stavolta grazie alla mobilitazione dgli elettori di Amlo:

Lopez Obrador, candidato di sinistra alle elezioni presidenziali messicane, potrebbe farcela. Al momento l'Istituto Federale Elettorale,che sta procedendo all'esame dei registri di voto, lo dà in testa del 2% sul candidato conservatore Felipe Calderon, dopo avere eseguito lo spoglio dell'80% delle sezioni.
Va tenuto presente che in Messico si effettua prima un "conteggio rapido" dei suffragi, seguito da uno più analitico.
Normalmente il conteggio rapido è sufficiente a individuare il vincitore, se lo scarto è grande.
Questa volta lo scarto era piccolo. Il programma per il conteggio rapido, gestito con un software fornito da una società del cognato di Calderon, domenica aveva dato la vittoria a quest'ultimo, e Calderon si era autoproclamato presidente.
C'erano però troppe contraddizioni, e risultavano "perduti" quasi tre milioni di schede - per non parlare di brogli molto evidenti su scala locale.
I seguaci di Lopez Obrador si sono mobilitati per controllare a livello capillare il successivo riconteggio dell'IFE.
Il risultato è che il verdetto delle urne risulta al momento capovolto.
Occorre tuttavia cautela. A parte che lo spoglio non è ancora finito, Lopez Obrador ha contro gli industriali, la Chiesa, le due principali catene televisive e il presidente uscente Vicente Fox, che si è pesantemente intromesso nella campagna elettorale. Tutti costoro vedono in Lopez Obrador un grave pericolo per il Messico, dato che reclama maggiore autonomia dagli Usa.
Lopez Obrador detto Il Pesce è un socialista molto moderato, ma la sua elezione rafforzerebbe le tendenze anti-neoliberiste dell'America Latina e sarebbe una dura sconfitta per Washington.
L'insediamento del nuovo presidente avverrà in dicembre. Fino ad allora (e anche dopo) c'è da aspettarsi di tutto.

 

 

 

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TRAGEDIA SUL MONTIALE!

by Gianluca Freda (03/07/2006 - 02:06)














Un tragico lutto si è abbattuto sulla NAZZIONALA © alla vigilia della semifinale con la Germania.


E’ MORTO TOTTI


Duisburg – Francesco Totti, il noto e amato centravanti della NAZZIONALA ©, è deceduto questa mattina, in circostanze ancora non chiarite, mentre prendeva parte ad un torneo di sputi organizzato presso il locale poligono di tiro. Secondo le testimonianze, Totti aveva appena concluso una splendida performance, centrando e polverizzando dodici piattelli in vetroresina con altrettanti poderosi getti di saliva, quando è stato improvvisamente colto da un malore, accasciandosi al suolo. Secondo alcuni dei presenti, il malore potrebbe essere stato causato dal cocktail di paprika piccante, cipolle rosse e senape forte di Digione ingerito dal centravanti allo scopo di dare consistenza ai balisti salivari in vista del torneo. Secondo altri, Totti potrebbe essere stato ucciso da un proiettile vagante o da un ritorno di fiamma.
Vani i tentativi di rianimarlo, anche perché nessuno si è sognato di avvicinarglisi, figuriamoci, con quel po’ po’ di fiato.
La passione di Totti per il calcio iniziò a soli due anni, quando, ancora bambino, fu colpito da una rara forma di rinosputazzite infettiva acuta, una terribile malattia a seguito della quale o si muore o si resta scemi per tutta la vita.
Non morì.
Durante la degenza, suo padre gli regalò il libro “I più grandi eroi del pallone di tutti i tempi” che il giovane Totti era solito prendere a calci per tutta la casa, dribblando l’asse da stiro, tentando di passarlo al gatto, scagliandolo nella vetrina del salotto con una mirabile finta di sinistro e infine rotolandosi sul pavimento nell’attesa che parenti e amici accorressero ad abbracciarlo e portarlo in trionfo.
Ciò accadeva di rado.
Da allora Totti non ha fatto altro che allenarsi, in ogni momento della sua vita, a calciare e tirare in porta ogni oggetto che gli capitava a tiro, compresa sua moglie Ilary Blasi, scherzosamente soprannominata “Cucchiajo”.
I suoi compagni della Roma ricordano ancora con meraviglia le sue incredibili azioni-gol, che seguivano uno schema tipico: Totti restava immobile a centrocampo per tre quarti d’ora e poi, repentinamente, scagliava nella porta avversaria, con una poderosa cannonata di sinistro, uno dei membri della terna arbitrale. 
La sua fine improvvisa lascia aperto, tra le altre cose, lo spinoso problema della sua sostituzione nella partita di domani. Sostituzione che potrebbe essere difficilmente realizzabile in un tempo così breve, anche se Lippi afferma di avere già pronta una rosa di possibili candidati.
 


 












Nelle foto: alcuni dei possibili sostituti di Francesco Totti, il giovane centravanti tragicamente scomparso, nella semifinale di domani.

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INTERVISTA COL VAMPIRO

by Gianluca Freda (01/07/2006 - 18:18)


Tra una schiera di giornalisti che si comportavano da leccapiedi, Piero Ricca ha provato a fare il giornalista, facendo al sen. Giulio Andreotti quelle domande che nel nostro paese nessun giornalista osa più fare e chiedendogli conto della sua collusione con la mafia, certificata da una sentenza della Cassazione.  I risultati sono stati quelli che potete leggere qui sotto (l'articolo è tratto dal blog di Beppe Grillo). Per fortuna  Ricca è riuscito - miracolosamente - a non farsi sequestrare la sua videointervista a Nosferatu e a metterla online. Potete vederla qui.


"Nel primo pomeriggio di ieri [il 20 giugno, NdR], nell’aula magna dell’Università Bicocca, a Milano, ho rivolto qualche domanda al senatore a vita Giulio Andreotti, sul tema di quella sua strana assoluzione per prescrizione del reato di associazione a delinquere, ritenuto dai giudici “concretamente ravvisabile” almeno fino al 1980. Per aver osato tanto, sono stato identificato e minacciato da agenti di polizia, e trattenuto in commissariato per quasi due ore. E m’è andata ancora bene.
Nell’aula magna della Bicocca alcuni cronisti stavano intervistando il nostro dipendente a vita su altri temi: il calcio, Moggi, la Nazionale, “la caduta della moralità pubblica come si evince dalle recenti intercettazioni”, il rapporto fra aspiranti attrici e uomini di potere e via leccando. Andreotti era comodamente seduto, rilassato. Ogni tanto faceva una battuta e i cronisti ridevano di gusto. I docenti della Bicocca, intorno, componevano una festosa corona.
A un certo punto mi sono inserito, ho consegnato ad Andreotti un foglio con l’estratto della sentenza della corte d’appello di Palermo, poi confermata dalla Cassazione e con il tono più pacato possibile gli ho chiesto di commentarlo. Ne è nato un dialogo, che ho videoripreso a meno di un metro di distanza, di tre o quattro minuti. L’ho interpellato sulle responsabilità a lui addebitate dalla giustizia italiana, gli ho chiesto se ritenesse una cosa normale la presenza in Parlamento in qualità di senatore a vita di un personaggio così descritto da una sentenza definitiva, gli ho fatto presente che nei giudizi di molte testate internazionali il “caso Andreotti” era considerato uno scandalo, e così via intervistando. Lui ha risposto invitandomi a leggere per intero la sentenza, visto che “dagli estratti si capisce poco”, ha affermato che la prescrizione nasce solo dal dubbio della corte su un singolo incontro (per lui mai avvenuto) con il mafioso Bontade (”un certo Bontade”), ha aggiunto che all’estero incontra solo rispetto e solidarietà. E così via, minimizzando e svicolando, con quei tipici occhi a fessura.
Già mentre gli rivolgevo le domande alcuni agenti in borghese della sua guardia personale mi premevano e tiravano da dietro. Al che mi sono ribellato subito ad alta voce. Ho chiesto ad Andreotti se fosse ancora possibile in questo Paese fare domande ai politici e lui mi ha risposto che nessuno me lo stava impedendo, che fare domande era un diritto “e anche dare le risposte”, poi ha aggiunto: “Ma se lei è qui per fare un numero, allora…”. Le sue guardie intanto mi piantonavano e tenevano da dietro. Ma il principale non s’è accorto di nulla.
A intervista finita i gendarmi, agenti della polizia di Stato, hanno cercato di portarmi via tirandomi con forza. Ho protestato a voce alta in mezzo alla sala, mentre iniziava la conferenza. I gendarmi sono spariti. Nessuno dei presenti ha fiatato.
Sono rimasto altri venti minuti in aula magna, seduto tranquillamente, continuando a videoriprendere. Poi sono uscito per andarmene via, da solo, e sono stato trattato come un delinquente.
Una guardia privata della Bicocca ha cominciato a inveire in modo minaccioso, urlandomi addosso come un pazzo e cacciandomi a forza da una porta laterale, le guardie personali di Andreotti mi hanno trattenuto, strattonandomi e minacciandomi di sequestrami la videocamera e ordinandomi di mostrare i documenti. Il tono era concitato, nevrotico, da pessimo telefilm americano. Era evidente il tentativo di intimidire. Mentre il guardiano privato continuava a inveire e a minacciarmi, mi sono divincolato e me ne sono andato via. I poliziotti e la guardia privata mi hanno inseguito, mi hanno immobilizzato in un luogo dove non passava nessuno e a nulla sono valse le mie buone ragioni, del tipo: “Io non ho fatto nulla di male, ho semplicemente rivolto delle domande a un politico, riprendere eventi e personaggi pubblici è consentito, se commettete abusi vi denuncerò”.
Gli agenti continuavano a ripetermi: “Tu non puoi comportarti così con il senatore, le tue domande non c’entravano nulla, tu non puoi riprendere senza permesso e hai ripreso anche noi, e poi ti conosciamo già, eri tu a Roma davanti al Senato, tu ora ci dai tutto il materiale e poi ti portiamo in commissariato”. Mentre dicevano questo, uno mi teneva fermo contro un muro e l’altro mi tratteneva lo zaino con la videocamera e un registratore audio.
Ho obiettato: “Lasciamo decidere a un giudice chi ha ragione, voi state commettendo un abuso e comunque esigo di conoscere i vostri nomi”.
Un agente ha risposto: “La legge sono io ora, il giudice sono io”. Poi, rivolto al collega ha aggiunto: “Ora gli prendiamo le impronte digitali, così l’amico inizia ad abbassare la cresta”. I danni dei telefilm americani sono incalcolabili.
Poi sono stato portato in auto da altri agenti di polizia al commissariato di Greco, dove sono stato trattenuto per oltre un’ora e mezza. Lo zaino lo hanno preso in consegna loro. Per puro caso, gravissimo reato, non avevo con me la carta d’identità (mentre ho mostrato un tesserino identificativo di tipo elettorale che, sempre per caso, avevo con me) e abbiamo dovuto attendere che fosse trasmesso un fax da Parma con la fotocopia del mio documento. La qual cosa ha evitato la ventilata pratica della fotosegnalazione con impronte digitali in Questura: che certo sarebbe stata un’esperienza divertente per uno dei cittadini più identificati di Milano.
Per tutto il tempo mi è stato impedito di telefonare al mio legale e di effettuare o ricevere qualsiasi altra chiamata, come chiedevo di poter fare. “Il cellulare lo deve tenere spento”.
Ho notato che gli agenti di Greco si consultavano con altre persone al telefono, compresi gli agenti di guardia ad Andreotti, per decidere se sequestrami il materiale o meno. A margine delle complesse trattative ho fatto presente di essere ben noto negli ambienti della Questura e altrove per le mie attività di cittadino impegnato in politica, citando nomi e fatti, compresi esposti e interrogazioni parlamentari contro la polizia di Milano.
Alla fine sono stato rilasciato, con videocamera e tutto il resto. Gli agenti hanno redatto un verbale “per uso interno”, che non mi hanno fatto leggere.
Ecco tutto. Sono stato trattato in questo modo perché, nel silenzio della gran parte degli operatori dell’informazione, ho rivolto due o tre domande a un senatore a vita giudicato dalla giustizia del mio Paese un colluso con la mafia, salvatosi da una condanna per intervenuta prescrizione del reato. Io, che non ho mai preso una multa in vita mia.
Coerentemente, al tg3 regionale della sera, le mie domande - di pura supplenza giornalistica - sono state definite come l’intervento di un “contestatore”. E il Corriere della Sera odierno, in un riquadrino, riporta la notizia del mio trasferimento coatto in commissariato, “a seguito di una discussione con Andreotti”. Nell’occhiello la “discussione” diventa 'lite' ".

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BERLUSCONI HA CERCATO DI RUBARE LE ELEZIONI

by Gianluca Freda (01/07/2006 - 14:28)


Riporto qui alcuni brani del romanzo Il broglio, edito da Aliberti e già segnalato su questo blog. Il romanzo è firmato, come sapete, da un fantomatico “Agente Italiano”, pseudonimo collettivo dietro al quale si cela un gruppo di anonimi giornalisti che hanno indagato sull’incredibile andamento delle elezioni del 10 aprile e hanno deciso di pubblicare in forma di “pseudo-romanzo” le loro scoperte e le loro ipotesi. Come nel “romanzo” viene più volte ribadito, per il momento esistono solo supposizioni e prove indiziarie (pur numerose) a far sospettare di brogli perpetrati da Forza Italia a danno del centrosinistra e della volontà popolare. E’ per questo che i giornalisti che hanno scritto il libro hanno preferito non esporsi, fino a quando, almeno, non avranno elementi probanti più solidi a sostegno della loro tesi. Tuttavia, già gli elementi che il libro presenta sono sconcertanti e meritevoli di inchieste ben più approfondite, e non certo solo giornalistiche.

Tra coloro che hanno letto e apprezzato il libro c’è Luigi Crespi, ex direttore di Datamedia, consulente per la comunicazione nella campagna pubblicitaria di Berlusconi per le elezioni 2001, inventore del “contratto con gli italiani” e dello slogan “Meno tasse per tutti”. Crespi ha trovato il libro convincente e rivelatore e ne spiega il perché in una lunga intervista a Radio Radicale che potete ascoltare in audio cliccando qui sotto.



Alcuni brani del libro:
 
In questo brano il giornalista Gigi Corso  - pseudonimo dietro il quale si nasconde uno dei giornalisti che hanno scritto il libro – parla con il sondaggista Bergamelli (Nando Pagnoncelli) in una trattoria romana. Il partito “Movimento e libertà” è naturalmente Forza Italia. “Il Tycoon” è Silvio Berlusconi.  

“Le schede bianche. Il dato anomalo è quello delle schede bianche. Più ancora del numero di elettori che è andato alle urne e che non è tanto superiore rispetto all’ultima volta. Diciamo che da noi in media le schede bianche si attestano quasi sempre sui tre milioni, che sono un livello che possiamo considerare normale. Fisiologico. L’otto per cento, suppergiù. Con una struttura che si conferma e si rafforza da una quindicina d’anni. In queste elezioni sono assolutamente crollate. E sai quante sono diventate? All’incirca un milione. Il che vuol dire che ne mancano due. E hai idea di che cosa significa questo? Sempre nel campo delle ipotesi. Hai idea?”
“No”, non ce l’aveva.
“Due milioni sono il cinque per cento. Il cinque per cento che ha fatto saltare le elezioni, il cinque per cento del nostro errore, e il cinque per cento in più a Movimento e libertà, che è poi in fondo l’unico dato che io ho sbagliato davvero”.
“Ho capito”, disse Gigi. “Hanno taroccato le schede bianche, trasformandole in voti. Ma come avrebbero fatto?”
“Io non sto dicendo questo”, fece Bergamelli. “Intanto però ti posso dire che noi negli exit poll le schede bianche le avevamo. Intorno al 7 per cento. Dato ragionevole”. […]
“Vuoi un altro caso?” diceva Bergamelli. Quel capoluogo dell’isola, dove poco fa era stato eletto sindaco il medico del Tycoon, come si chiamava. Be’, non importava. Era solo per fare un esempio. Lì la percentuale delle schede bianche era sempre stata fra le più alte del Paese. Dieci per cento. A queste elezioni era precipitata: 2,5, più o meno. E un trionfo per Movimento e libertà. Però, lui gli stava dando dei dati che elencati così non volevano dire niente. Davano adito a un sospetto, solo quello. […]
Bergamelli che si stropicciava le labbra.
“L’unica ipotesi è che l’abbiano fatto di notte, nei seggi”, disse. Gigi stava con il bicchiere in mano, ad ascoltarlo. “Nella notte tra domenica e lunedì. Non vedo altro, lo ripeto. E le schede bianche rimaste sarebbero quelle del secondo giorno. Ma ci stiamo arrampicando sugli specchi, te ne rendi conto? Come avrebbero potuto? E chi l’avrebbe fatto? E anche se avessimo intuito qualcosa, ormai sarebbe impossibile da provare”.

Ora a parlare sono “Il Sindaco” e Freddy, altri pseudonimi di altri giornalisti. Vengono descritte alcune caratteristiche poco note della legge elettorale voluta dal centrodestra, la famosa “legge porcata”, secondo la definizione di uno dei suoi stessi autori, Roberto Calderoli. Legenda: il giornale “Diorama” è l’Osservatore Romano. Il “Partito democratico” sono, ovviamente, i DS. “Il Baffo” è Massimo D’Alema.

Prima, la vecchia legge prevedeva sei membri di commissione, che dovevano sovrintendere al voto e allo spoglio elettorale, che venivano nominati dal Consiglio comunale in rappresentanza di maggioranza e minoranza. Dopo il 1992, gli scrutatori erano scelti sulla base di un sorteggio. In una città di un milione di abitanti, per esempio, dovevano essercene all’incirca tremilaseicento. Adesso, con la nuova legge, i sei erano ridotti a quattro. E questi quattro potevano scegliere tutti gli scrutatori fra quelli iscritti all’albo di ciascun comune. Lo sapeva?
“Sì. Continua”.
Qui cominciavano gli inghippi. Questa volta l’obbligo di rappresentanza della minoranza non era più previsto dalla legge.
Scherzava?
Neanche per sogno. I quattro venivano eletti dalla maggioranza del consiglio comunale. E se la maggioranza voleva imporre i suoi, lo faceva e basta. Era nel suo diritto. “Facciamo due esempi”, disse il Sindaco, scarabocchiando su un foglio. “In una città del Nord, di ottocentomila abitanti, governata dal centrosinistra, hanno scelto tre membri di commissione in loro rappresentanza, e uno per l’opposizione. In una del Sud, nell’isola, con il sindaco di centrodestra, hanno fatto cappotto. Quattro tutti loro. E nessuno può dirgli niente. Il fatto grave è che questo è successo, e nessuno s’è preso la briga di controllarlo e di andarlo a raccontare”.
“Cristo”.
“Andiamo avanti”. Prima, come gli aveva detto, gli scrutatori erano sorteggiati. Adesso non più. Li sceglievano direttamente i membri della commissione. E lui capiva bene che se questi membri erano solo di una parte politica potevano fare il bello e il cattivo tempo come gli pareva. L’unico obbligo a cui dovevano attenersi era che dovevano scegliere gli scrutatori fra quelli iscritti all’albo di ciascun comune.
E in questi elenchi c’erano ovviamente elettori di Destra e di Sinistra.
Ovviamente. Solo che qui era avvenuto il primo giallo. In molti comuni il centrosinistra non li aveva iscritti.
“Pazzesco”. Freddy chiuse le pagine di “Diorama” davanti a sé. Tirò fuori un taccuino, cominciò a prendere appunti.
“Certo, incredibile”. Doveva essere successo questo. C’era un termine per le iscrizioni. “Facciamo finta che fosse a novembre, adesso non ricordo bene”, disse il Sindaco. “Ebbene. Si scopre che a fine ottobre quelli del Partito democratico si sono dimenticati di iscrivere i loro. Quando lo vengono a sapere cadono dal pero. I loro deputati dicono che ‘non c’era stato un intervento in aula su questi temi’”.
Era tutto così assurdo. Freddy con le mani nei capelli. […]
“Già, perché le cose strane non finiscono qui”. Il Sindaco si mise a ridere. “Altra nota a latere. I rappresentanti di lista possono andare nel seggio. Ma questa volta, con la nuova legge, non fanno lo spoglio. Se c’è la truffa, quindi, non se ne accorgono. Uno mi dovrebbe spiegare perché un capo del Governo terrorizzato dai brogli, prepara e fa votare una legge elettorale come questa”.
Non male.
Poi c’erano le quattro regioni informatiche. Le regioni laboratorio, in cui il Governo aveva deciso di provare il nuovo voto elettronico. Una di queste era proprio quella del Baffo, cioè quella in un certo senso più sospetta, dov’era avvenuto il ribaltone rispetto ai sondaggi, con la Destra che aveva sorpassato in corsa la Sinistra. In questo caso, a voler essere maliziosi, il broglio era ancora più facile. Perché non c’erano più le schede per controllare. Bastava cambiare il voto sul computer. Era chiaro?
No. Questa gli sembrava un’assurdità.
Il Sindaco che allungava i piedi sul tavolo. “Facciamo sempre il solito esempio. Continuiamo a pensare male. In un comune, gli scrutatori sono stati scelti tutti di uno stesso partito. Uno trucca il risultato sul computer, e chi contesta? Dopo, non si può più neanche controllare. Secondo me, qui è più facile ancora. Posso persino ipotizzare che si riesca addirittura a trasmettere un risultato completamente inventato”.   
    

Infine in questo brano Gigi inizia a raffrontare le quantità di schede bianche presenti nelle regioni governate dal centrodestra con quelle presenti nelle regioni governate dal centrosinistra. QUESTI DATI SONO REALI, anche se i nomi delle località a cui si riferiscono sono camuffati (ma riconoscibili) per evitare contenziosi con le amministrazioni locali.

Aveva cominciato a fare i raffronti su una regione, quella del Baffo, che era tra le più indicative per due motivi. Primo, perché era una di quelle considerate in bilico e assegnata dalla maggior parte dei sondaggisti. E secondo, perché era una delle cosiddette regioni laboratorio, dov’era stato provato il voto elettronico, e dove, come gli aveva suggerito Bergamelli, si sarebbero potuti trovare dei numeri significativi.
Cominciò a raffrontare i totali delle schede bianche:
Elezioni 2001: Camera dei deputati: 165.829.
Elezioni 2006: Camera dei deputati: 73.234.
Chiamiamolo un tracollo. Era aumentata la percentuale degli elettori e invece le schede bianche erano precipitate.
Andò a cercare i dati singolarmente per vedere se riusciva a intuire una spiegazione. Il raffronto lo fece sulle regionali dell’anno precedente, perché Michele, un suo amico che lavorava in una televisione privata, era riuscito a trovargli tutti quegli elenchi. Cominciò dal capoluogo di Regione. 2005: 1373 schede bianche. 2006: 1292. Più o meno erano uguali. Lì vicino, essendo tutti incolonnati in ordine alfabetico, c’era il comune di Bassamura, che doveva essere una piazza politica piuttosto importante, a giudicare dalle cifre. Guardò. 2005: 1950. E poi 2006: 541. Cazzo, sparite. La bellezza di circa 1500 schede bianche volatilizzate.
Sfogliò le pagine. Cercava un luogo che conosceva bene, ancora più a Sud, un altro capoluogo, la città del barocco. 2005: erano 1419. E nel 2006 erano diventate 584. Anche qui un bello schianto. Poi gli balzò agli occhi San Nicola del G. Controllò bene per vedere se si sbagliava.

Schede bianche: zero.

[Gigi telefona a Michele, chiedendo informazioni]

“Sono distanti fra loro le due città?”, chiese Gigi.
“No. Abbastanza vicine. Una cinquantina di chilometri”.
“Nel capoluogo che giunta c’era?”
“Di sinistra”.
“E a Bassamura?”
Non lo sapeva. Ma se gli lasciava qualche minuto s’informava, per non dirgli delle sciocchezze.
Riprese a scorrere i numeri. A un certo punto saltò quasi sulla sedia. Capoluogo del Sud, grande porto industriale, Atlanta. Le schede bianche nel 2005 erano state 8807. Questa volta erano diventate 1163. Un crollo superiore all’ottanta per cento. Mentre in un altro comune, San Marco di Monopoli, erano passate da 464 a 406. Quindi erano rimaste più o meno costanti. Era questo che gli riusciva difficile da capire. Perché questa variazione del voto non era avvenuta in maniera diffusa su tutto il territorio?
Squillò il telefono.
“Pronto?”
“Hai fatto bene a controllare”.
La voce di Michele.
“Perchè?”
“Io ero convinto che Bassamura fosse governata dalla Sinistra. E invece è passata a una giunta di centrodestra”.
“E Atlanta?”
“Questo te lo so dire subito. E’ una roccaforte della Destra. Qui anche quando cambia il vento, loro votano compatti sempre dalla stessa parte”.
“San Marco di Monopoli?”
“Centrosinistra”.
[…]
“San Nicola del G.?”
“Aspetta”. Silenzio. Poi: “Centrodestra”.
“Baronia?”
Altra pausa. “Centrosinistra”.
“Sant’Antonio dei Longobardi?”
“Centrodestra”.
“Lo capisci? E’ una costante. Dove c’è l’amministrazione di centrodestra, la scheda bianca tende a diminuire in maniera vistosissima. Se no, cala un po’, ma non troppo. E la città del barocco?”
“Be’, quella è di sicuro con una giunta di centrodestra. Anche lì sono diminuite?”
“Anche qui. Da 1400 circa a 500. Ad Atlanta sono scese da quasi novemila a poco più di mille. A San Nicola dimezzate. Tutte amministrazioni di centrodestra”.

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