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    UN DELITTO PER L'ESTATE

    di Gianluca Freda (29/06/2006 - 23:26)



    ASSASSINIO AL COMITATO CENTRALE

    di Manuel Vázquez Montalbán
    Feltrinelli, 2005
    pp. 224, euro 8,00


    «Cinema e canzoni», era solito ripetere Manuel Vázquez Montalbán, «si sono alimentati di letteratura. È ora che la letteratura si alimenti di cinema e canzoni. I programmatori del divorzio tra cultura d'elite e cultura di massa moriranno sotto il peso della massificazione della cultura». Questa insofferenza per la scrittura paludata, velleitaria, ermetica della tradizione spagnola, dove i personaggi, come diceva Rafael Alberti, “impiegano trenta pagine per salire le scale”, è ciò che portò Montalbán a scrivere in soli 15 giorni, nel 1972, il romanzo “Tatuaggio”, che fu l’atto di nascita del detective Pepe Carvalho, poi protagonista di una fortunata serie.

    Come ogni scrittore di romanzi polizieschi che si rispetti, Montalbán condivide con la sua creatura alcune fondamentali caratteristiche: l’amore per Barcellona, la Barcellona di Mercé Rodoreda e delle feste popolari di Plaza del Diamante, e per le sue antiche strade e osterie; l’antica militanza nel partito comunista spagnolo dell’epoca della clandestinità; l’odio per il franchismo, considerato incarnazione politica della morte; la passione da gourmet per la cucina catalana, per cui Carvalho nutre un appetito pantagruelico da far impallidire Nero Wolfe; la passione per i viaggi, per le donne e per tutto ciò che di vitale, picaresco e sanguigno vi è nella cultura popolare. E, naturalmente, l’antipatia per la letteratura d’elite, che si trasmette, radicalizzandosi, al detective Carvalho, fino a diventare un divertente tormentone. In ogni avventura di Pepe Carvalho, uno dei momenti più attesi dai lettori è quello in cui il detective utilizza uno o più testi della sua nutrita biblioteca per accendere il caminetto. In questo Assassinio al comitato centrale, che è il quinto romanzo in ordine di pubblicazione ad avere Carvalho per protagonista, ad essere destinati alla combustione sono “Il problema dell’alloggio” di Engels e un’antologia di poesia erotica castigliana di Bernatán e García, ma già sboccia nell’animo del protagonista il proposito di condannare “1984” di Orwell allo stesso destino. Già in “Tatuaggio”, Carvalho aveva detto di non essere tra coloro che quando sentono la parola “cultura” tirano fuori la pistola: “Io tiro fuori l’accendino”.

    La cultura è per lui un contatto vivo, tattile con il mondo, è una full immersion nei suoni, negli odori, nei sapori, nella relazionalità diretta e corporea con tutto ciò che la cristallizzazione astratta delle idee operata dai testi letterari non è in grado di restituire. E la cristallizzazione in rituale ideologico e burocratico dell’esperienza resistenziale viva degli anni del franchismo da parte del partito comunista spagnolo, è ciò che porta anche al disincanto di questo romanzo, in cui gli eroi della rivoluzione sperata si ritrovano a vivere una parodia atrofica degli anni della lotta alla dittatura, dove ogni volontà di azione è soffocata dalle strategie di partito, dalla retorica parolaia degli intellettuali, dalla sete di potere. Dove gli schieramenti politici si confondono e perdono significato. E quando il Segretario generale del Partito, Fernando Garrido, viene assassinato, approfittando di alcuni secondi di blackout elettrico, da uno dei presenti alla riunione del comitato centrale, le indagini sull’omicidio sono affidate nientemeno che al commissario Fonseca, ex capo della polizia franchista, già feroce torturatore.

    “Uno dei nostri difetti”, scrive Santos Pacheco, membro del Comitato esecutivo del Partito, “è la prepotenza, la fiducia cieca nella logica dei fatti e nella sua analisi, senza un distacco sufficiente: si cade, così, in un’alienazione militante che può atrofizzare il senso della realtà”. Ed è per questo che il Partito si rivolge a Carvalho, l’uomo il cui senso della realtà non si lascia atrofizzare, e lui lascia di malavoglia la sua Barcellona per indagare in una Madrid infestata dal traffico e dai pessimi ristoranti.

    Nelle pagine risuona l’eco nostalgica degli anni ruggenti della persecuzione, della clandestinità, del carcere, anni che Montalbán ha realmente vissuto, quando l’etica del partito viveva della solidarietà militante, prima che la legalizzazione postfranchista facesse di esso un edificante simulacro pieno di nulla. Era quel contatto simbiotico con la realtà viva del paese il vero  patrimonio etico del Partito comunista spagnolo, un patrimonio dissipato nel desolante oceano di fascicoli e cartelle e ordini del giorno su cui si apre il romanzo. “Il giorno in cui dovessimo perdere quel patrimonio”, dice ancora Santos Pacheco, “saremo vulnerabili quanto qualsiasi profeta, inverosimili quanto qualsiasi profeta. E nel mondo attuale le masse odiano quei profeti che chiedono una tensione costante con la realtà”. Montalbán voleva un PCE che si riconciliasse con la realtà, che lasciasse più spazio ai Carvalho e meno ai Garrido, ma non è stato accontentato. 

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