Archivio Giugno 2006
UN DELITTO PER L'ESTATE
di Gianluca Freda (29/06/2006 - 23:26)
ASSASSINIO AL COMITATO CENTRALE
di Manuel Vázquez MontalbánFeltrinelli, 2005
pp. 224, euro 8,00
«Cinema e canzoni», era solito ripetere Manuel Vázquez Montalbán, «si sono alimentati di letteratura. È ora che la letteratura si alimenti di cinema e canzoni. I programmatori del divorzio tra cultura d'elite e cultura di massa moriranno sotto il peso della massificazione della cultura». Questa insofferenza per la scrittura paludata, velleitaria, ermetica della tradizione spagnola, dove i personaggi, come diceva Rafael Alberti, “impiegano trenta pagine per salire le scale”, è ciò che portò Montalbán a scrivere in soli 15 giorni, nel 1972, il romanzo “Tatuaggio”, che fu l’atto di nascita del detective Pepe Carvalho, poi protagonista di una fortunata serie.
Come ogni scrittore di romanzi polizieschi che si rispetti, Montalbán condivide con la sua creatura alcune fondamentali caratteristiche: l’amore per Barcellona, la Barcellona di Mercé Rodoreda e delle feste popolari di Plaza del Diamante, e per le sue antiche strade e osterie; l’antica militanza nel partito comunista spagnolo dell’epoca della clandestinità; l’odio per il franchismo, considerato incarnazione politica della morte; la passione da gourmet per la cucina catalana, per cui Carvalho nutre un appetito pantagruelico da far impallidire Nero Wolfe; la passione per i viaggi, per le donne e per tutto ciò che di vitale, picaresco e sanguigno vi è nella cultura popolare. E, naturalmente, l’antipatia per la letteratura d’elite, che si trasmette, radicalizzandosi, al detective Carvalho, fino a diventare un divertente tormentone. In ogni avventura di Pepe Carvalho, uno dei momenti più attesi dai lettori è quello in cui il detective utilizza uno o più testi della sua nutrita biblioteca per accendere il caminetto. In questo Assassinio al comitato centrale, che è il quinto romanzo in ordine di pubblicazione ad avere Carvalho per protagonista, ad essere destinati alla combustione sono “Il problema dell’alloggio” di Engels e un’antologia di poesia erotica castigliana di Bernatán e García, ma già sboccia nell’animo del protagonista il proposito di condannare “1984” di Orwell allo stesso destino. Già in “Tatuaggio”, Carvalho aveva detto di non essere tra coloro che quando sentono la parola “cultura” tirano fuori la pistola: “Io tiro fuori l’accendino”.
La cultura è per lui un contatto vivo, tattile con il mondo, è una full immersion nei suoni, negli odori, nei sapori, nella relazionalità diretta e corporea con tutto ciò che la cristallizzazione astratta delle idee operata dai testi letterari non è in grado di restituire. E la cristallizzazione in rituale ideologico e burocratico dell’esperienza resistenziale viva degli anni del franchismo da parte del partito comunista spagnolo, è ciò che porta anche al disincanto di questo romanzo, in cui gli eroi della rivoluzione sperata si ritrovano a vivere una parodia atrofica degli anni della lotta alla dittatura, dove ogni volontà di azione è soffocata dalle strategie di partito, dalla retorica parolaia degli intellettuali, dalla sete di potere. Dove gli schieramenti politici si confondono e perdono significato. E quando il Segretario generale del Partito, Fernando Garrido, viene assassinato, approfittando di alcuni secondi di blackout elettrico, da uno dei presenti alla riunione del comitato centrale, le indagini sull’omicidio sono affidate nientemeno che al commissario Fonseca, ex capo della polizia franchista, già feroce torturatore.
“Uno dei nostri difetti”, scrive Santos Pacheco, membro del Comitato esecutivo del Partito, “è la prepotenza, la fiducia cieca nella logica dei fatti e nella sua analisi, senza un distacco sufficiente: si cade, così, in un’alienazione militante che può atrofizzare il senso della realtà”. Ed è per questo che il Partito si rivolge a Carvalho, l’uomo il cui senso della realtà non si lascia atrofizzare, e lui lascia di malavoglia la sua Barcellona per indagare in una Madrid infestata dal traffico e dai pessimi ristoranti.
Nelle pagine risuona l’eco nostalgica degli anni ruggenti della persecuzione, della clandestinità, del carcere, anni che Montalbán ha realmente vissuto, quando l’etica del partito viveva della solidarietà militante, prima che la legalizzazione postfranchista facesse di esso un edificante simulacro pieno di nulla. Era quel contatto simbiotico con la realtà viva del paese il vero patrimonio etico del Partito comunista spagnolo, un patrimonio dissipato nel desolante oceano di fascicoli e cartelle e ordini del giorno su cui si apre il romanzo. “Il giorno in cui dovessimo perdere quel patrimonio”, dice ancora Santos Pacheco, “saremo vulnerabili quanto qualsiasi profeta, inverosimili quanto qualsiasi profeta. E nel mondo attuale le masse odiano quei profeti che chiedono una tensione costante con la realtà”. Montalbán voleva un PCE che si riconciliasse con la realtà, che lasciasse più spazio ai Carvalho e meno ai Garrido, ma non è stato accontentato.
Come ogni scrittore di romanzi polizieschi che si rispetti, Montalbán condivide con la sua creatura alcune fondamentali caratteristiche: l’amore per Barcellona, la Barcellona di Mercé Rodoreda e delle feste popolari di Plaza del Diamante, e per le sue antiche strade e osterie; l’antica militanza nel partito comunista spagnolo dell’epoca della clandestinità; l’odio per il franchismo, considerato incarnazione politica della morte; la passione da gourmet per la cucina catalana, per cui Carvalho nutre un appetito pantagruelico da far impallidire Nero Wolfe; la passione per i viaggi, per le donne e per tutto ciò che di vitale, picaresco e sanguigno vi è nella cultura popolare. E, naturalmente, l’antipatia per la letteratura d’elite, che si trasmette, radicalizzandosi, al detective Carvalho, fino a diventare un divertente tormentone. In ogni avventura di Pepe Carvalho, uno dei momenti più attesi dai lettori è quello in cui il detective utilizza uno o più testi della sua nutrita biblioteca per accendere il caminetto. In questo Assassinio al comitato centrale, che è il quinto romanzo in ordine di pubblicazione ad avere Carvalho per protagonista, ad essere destinati alla combustione sono “Il problema dell’alloggio” di Engels e un’antologia di poesia erotica castigliana di Bernatán e García, ma già sboccia nell’animo del protagonista il proposito di condannare “1984” di Orwell allo stesso destino. Già in “Tatuaggio”, Carvalho aveva detto di non essere tra coloro che quando sentono la parola “cultura” tirano fuori la pistola: “Io tiro fuori l’accendino”.
La cultura è per lui un contatto vivo, tattile con il mondo, è una full immersion nei suoni, negli odori, nei sapori, nella relazionalità diretta e corporea con tutto ciò che la cristallizzazione astratta delle idee operata dai testi letterari non è in grado di restituire. E la cristallizzazione in rituale ideologico e burocratico dell’esperienza resistenziale viva degli anni del franchismo da parte del partito comunista spagnolo, è ciò che porta anche al disincanto di questo romanzo, in cui gli eroi della rivoluzione sperata si ritrovano a vivere una parodia atrofica degli anni della lotta alla dittatura, dove ogni volontà di azione è soffocata dalle strategie di partito, dalla retorica parolaia degli intellettuali, dalla sete di potere. Dove gli schieramenti politici si confondono e perdono significato. E quando il Segretario generale del Partito, Fernando Garrido, viene assassinato, approfittando di alcuni secondi di blackout elettrico, da uno dei presenti alla riunione del comitato centrale, le indagini sull’omicidio sono affidate nientemeno che al commissario Fonseca, ex capo della polizia franchista, già feroce torturatore.
“Uno dei nostri difetti”, scrive Santos Pacheco, membro del Comitato esecutivo del Partito, “è la prepotenza, la fiducia cieca nella logica dei fatti e nella sua analisi, senza un distacco sufficiente: si cade, così, in un’alienazione militante che può atrofizzare il senso della realtà”. Ed è per questo che il Partito si rivolge a Carvalho, l’uomo il cui senso della realtà non si lascia atrofizzare, e lui lascia di malavoglia la sua Barcellona per indagare in una Madrid infestata dal traffico e dai pessimi ristoranti.
Nelle pagine risuona l’eco nostalgica degli anni ruggenti della persecuzione, della clandestinità, del carcere, anni che Montalbán ha realmente vissuto, quando l’etica del partito viveva della solidarietà militante, prima che la legalizzazione postfranchista facesse di esso un edificante simulacro pieno di nulla. Era quel contatto simbiotico con la realtà viva del paese il vero patrimonio etico del Partito comunista spagnolo, un patrimonio dissipato nel desolante oceano di fascicoli e cartelle e ordini del giorno su cui si apre il romanzo. “Il giorno in cui dovessimo perdere quel patrimonio”, dice ancora Santos Pacheco, “saremo vulnerabili quanto qualsiasi profeta, inverosimili quanto qualsiasi profeta. E nel mondo attuale le masse odiano quei profeti che chiedono una tensione costante con la realtà”. Montalbán voleva un PCE che si riconciliasse con la realtà, che lasciasse più spazio ai Carvalho e meno ai Garrido, ma non è stato accontentato.
ESEGESI DELLA STRONZATA
di Gianluca Freda (28/06/2006 - 02:12)
A questo indirizzo trovate un classico articolo del filone “emergenza perpetua” che nei paesi occidentali ha lentamente sostituito quell’antidiluviano servizio pubblico che i nostri antenati chiamavano “informazione”. L’emergenza è la naturale evoluzione della cronaca nera e risponde a quella naturale esigenza umana di immaginare se stessi come intrepidi eroi esposti a minacce e pericoli incessanti, allo scopo di vincere la noia e sentirsi più vivi. Consapevoli di questa esigenza, i mezzi d’informazione hanno trasformato ogni evento della nostra vita quotidiana in un’anticamera dell’Apocalisse. Fa freddo? E’ emergenza freddo. Nevica? E’ emergenza neve. Fa caldo? E’ emergenza caldo. Piove? E’ emergenza pioggia. Li mandiamo tutti affanculo? E’ emergenza traffico.
E non parliamo delle notizie di cronaca. Se a Panecuocolo viene arrestato un pedofilo, ciò significa che il nostro paese pullula di maniaci, nascosti in ogni angolo, pronti a fare scempio della nostra prole. Se due fidanzati babbei fanno a fette la famiglia per fuggire insieme, è l’intera gioventù italiana ad essere additata come squallida generazione di sfaccendati senza dio da tornare a educare a suon di nerbate. Se una beccaccia muore di dissenteria a Pechino, ciò è il segnale che il fatale virus dell’influenza aviaria è pronto ad abbattersi sull’umanità, cancellandola dalla creazione.
Quando ero giovane e ingenuo credevo che pezzi giornalistici come quello appena citato servissero da semplice riempitivo per giornali e telegiornali in periodi di assenza di notizie degne di queste nome. Hai un buco a pagina dodici? Un bel pezzo a tre colonne dal titolo “Che afa fa!” e sei pronto per andare in stampa. Poi, dopo aver visto un po’ di Michael Moore e aver letto parecchi libri come questo (di cui ho riportato su questo blog alcuni estratti) mi sono reso conto che la paura, inculcata ad arte nelle persone dai mezzi d’informazione o da organi appositi (ad es. i servizi segreti) è un grosso business, serve a tenere i popoli in riga, a garantire stabilità ai governi, impunità ai corrotti, disinteresse verso gli intrallazzi. Chiunque abbia le capacità e i mezzi per diffondere e tenere alto nell’opinione pubblica il livello d’allarme necessario a facilitare le manovre di chi opera nella stanza dei bottoni, viene profumatamente retribuito.
Il pezzo in questione è un classico nel suo genere. Talmente classico da farmi sospettare che lo ripropongano identico ogni anno con l’arrivo della canicola apportando solo lievissime varianti, come si fa con le edizioni critiche dell’Anabasi di Senofonte. Vediamo di esaminarlo nel dettaglio.
Innanzitutto la fotografia posta a commento: un energumeno che affonda la crapa pelata in una polla d’acqua, appartenente, presumibilmente, a una fontana pubblica di qualche zona del paese.
E’ una regola fissa: le grida di “emergenza caldo” sono sempre commentate dalle immagini di individui che pongono a bagno testa, piedi, mani o altre zone della carcassa in fontane pubbliche (così come, invece, i periodici allarmi invernali per il “gelo record” sono sempre commentati nei TG dal filmato, ormai ingiallito per la consunzione, dell’automobile che cammina lungo una strada innevata e all’improvviso – con terribile repentinità – compie uno scarto improvviso, slittando senza controllo sulla strada assassina). Perché questa scelta? Voglio dire: per offrire alla calura un commento visivo si potrebbe utilizzare la foto di un tizio che mangia un ghiacciolo, o che sorseggia un Campari davanti a un ventilatore o che infila la testa nel freezer per cercare sollievo, come faccio io che non ho il condizionatore. Allo stesso modo per commentare il freddo si potrebbe utilizzare la foto di un tipo che si scalda le mani alla stufa o che ingurgita un minestrone bollente.
Perché proprio le fontane pubbliche e l’auto che slitta? Perché il messaggio da fare arrivare all’utente non è “fa caldo” o “fa freddo”, cosa che l’utente, non vivendo su Saturno, sarebbe in grado di determinare da sé. Il messaggio è: “Non uscite. State rinchiusi. La vostra casa è un posto sicuro. Fuori, in strada, vi attende solo la morte per slittamento stradale o bollitura della cervice. E non parliamo se doveste imbattervi in un pedofilo o in una beccaccia impestata di aviaria, cosa che non si augura a nessuno. Non rischiate la vita inutilmente. Avete un governo che lavora per voi e un’alacre schiera di pubblici funzionari che provvedono alla vostra sicurezza. State tranquilli, chiudetevi dentro e non rompete troppo i coglioni”.
Passiamo ora all’esegesi del testo.
“Da Bolzano a Lampedusa”: qui il messaggio è chiaro: potete scappare, ma non potete nascondervi. La canicola (o il gelo, o la neve, o la pioggia o l’orrenda beccaccia) vi prenderà e farà strazio di voi ovunque cerchiate di fuggire, dall’alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno. Chiudetevi dentro e guardatevi il MONTIALE ©. Al resto pensiamo noi.
“La morsa del caldo stritola la penisola”: notare il ricorso ad un’immagine retorica che fa uso di termini evocanti la tortura (morsa) e il trauma da schiacciamento (stritola). Il destinatario del messaggio vede affiorare dal proprio subconscio non le immagini, fastidiose ma familiari, di un pomeriggio passato a sorseggiare aranciata tiepida facendosi aria con un giornale, bensì i cruenti fantasmi di costole spezzate, arti incastrati nella porta dell’ascensore, suicidi nel metrò e tremendi strizzoni agli zebedei. Ciò che attende il temerario che osasse avventurarsi fuori casa non è una semplice, salutare sudata sotto il solleone, ma un calvario di sofferenza e macerazione corporea. Il messaggio è: vi farete tanto male. Restate in casa. E’ un consiglio da amico.
“I consumi energetici schizzano in alto”: Si vuole qui rimarcare che l’Italia possiede ancora dei consumi energetici e che essi sono alti. Mica come un paese del terzo mondo qualsiasi. Siamo dei signori, noi! Grazie al nostro efficiente governo, noi abbiamo dei consumi. Energetici. E pure alti. Ché.
“Il governo allerta le Regioni”: viene qui sottolineata la straordinaria efficienza, competenza e tempestività del nostro governo, invidiataci dal mondo intero. Voi pensavate di avere un governo di gente di malaffare e mangiapane a ufo. E invece eravate in errore. Questi generosi individui si fanno in quattro per i loro cittadini. Immaginate che straordinario livello di professionalità: alla Protezione Civile è stata istituita un’apposita unità di crisi per la canicola che, alle prime impennate del barometro, incarica solerti funzionari di fornire, in tempi rapidissimi, ai governatori di ciascuna regione questa informazione di rilevanza esiziale: fa caldo. E a ciò si aggiunge l’immediata impartizione di un ordine che discende fulmineo per i gradini della scala gerarchica, trovando tempestiva esecuzione presso funzionari che hanno frequentato, all’uopo, un apposito corso di formazione della durata di sette anni. L’ordine è: vedete di fare qualcosa. Agli ordini signor Presidente! Ci allertiamo! Siamo in allerta! All’erta stiamo! Qualcuno chiami i Fantastici Quattro.
“Gli over 60 sono a rischio”: traduzione: non dite che non ve l’avevamo detto! Dovesse schiattarvi il nonno, noi vi avevamo avvisato, eh! Siamo efficienti e competenti, noi. Vostro nonno è un over 60? E’ a rischio! Vedete di fare qualcosa. Non pretenderete mica che la sanità pubblica possa sempre togliervi le castagne dal fuoco, branco di debosciati, un po’ di guerra vi ci vorrebbe, a voi…
“Gli italiani boccheggiano a Bari, Catania, Palermo, Roma e Venezia dove è stato dichiarato il livello di allerta 3”: io non so che livello di allerta ci sia qui in Toscana, ma posso garantire che nemmeno qui vedo gente che va in giro col cappotto. Il messaggio che si intende trasmettere è: il vostro governo è così efficiente e preparato che possiede – pensate! – ben tre differenti gradi di allerta. E forse anche di più! Su quali parametri sono fondati questi diversi livelli di allerta? A quali interventi sono correlati? Quanti sono questi livelli di allerta, in totale? Il livello 4, se esiste, a cosa corrisponde? Guerra Termonucleare Globale? Nessuno lo sa. Però fa tanto fico dire “è stato dichiarato il livello di allerta 3”. Vuoi mettere con “è ora di accendere i ventilatori”? E comunque, il livello di allerta 3 ha l’aria di essere una cosa seria. Non vorrete mica uscire di casa con un livello di allerta 3?
“I mezzi di informazione danno notizia di alcuni morti, ma il ministero della Salute invita a non attribuire i decessi all'afa con troppa precipitazione”. Qui entriamo di prepotenza nella fase in cui mi tocca (scusate) scrivere il resto di questa esegesi con una mano sola. Cosa significa quest’affermazione sibillina, che legittima i più vieti rituali scaramantici? Io la interpreto come un invito al rigore scientifico: “Quando camminerete in strade ricolme di cadaveri in decomposizione, non siate precipitosi: distinguete, con la massima acribia, i morti di calura da coloro che sono deceduti per altri accidenti come incidenti d’auto, epidemia di vaiolo, bungee jumping e allergia al polline. Ricordate che su 30.000 cadaveri schiantati sul marciapiede, solo un terzo – al massimo – può essere attribuito a responsabilità e omissioni del vostro operoso governo. Il resto fa parte delle ordinarie statistiche. Se poi camminare in strade ricolme di cadaveri si rivelasse per voi un’esperienza non lieta, potete sempre restarvene a casa. Che è più sicuro. In che lingua ve lo dobbiamo dire?”.
“Per le persone anziane ultrasessantenni - si legge nel sito internet dell'esecutivo - le ondate di calore possono rappresentare "un vero e proprio rischio per la salute, qualora siano affette da gravi malattie croniche (cardiovascolari, tumori, respiratorie, diabete) e ancor più in presenza di condizioni socio economiche disagiate".
Cioè: finché siete ultrasessantenni, accaldati e ammalati di tumore, pazienza. Potete ancora cavarvela. Ma se, oltre a tutto questo (che, sia detto senza ombra di rimprovero, è già fonte di fastidio per noi) siete anche senza un centesimo, beh, allora ve la siete proprio voluta.
Infine, gli indispensabili consigli degli esperti:
1) Contatti con il proprio medico e con il Servizio Sanitario. (Traduzione: se vi sentite male, chiamate il medico. Mi raccomando, non il ferramenta o il ristorante cinese “Drago di Giada”: il medico! Se non è chiaro, posso rispiegarvelo).
2) Bere 2 litri d’acqua al giorno. (trad.: beveteli tutti la mattina, subito, così per il resto della giornata vi siete tolti il pensiero).
3) Limitare le uscite e le attività fisiche nelle ore più calde (trad.: perché nelle ore più calde, fa più caldo. Se non ci fossimo noi che vi diciamo le cose…)
4) Vestire con abiti leggeri (trad.: niente maglioni. Ripeto: meno male che ci siamo noi)
5) Pasti leggeri ricchi di frutta e verdura (trad.: fuori ci sono 45 gradi all’ombra, dunque quella scodella di brodo di rognone bollente di cui avete tanta voglia dovrà aspettare).
6) Rimanere, anche poche ore al giorno, in ambienti ventilati o condizionati. (trad.: per amor di Dio, non accendete il caminetto!)
LA STRONZATA DEL GIORNO
di Gianluca Freda (27/06/2006 - 00:50)
"[La guerra del 1999] ha impedito il massacro del popolo kosovaro. A quello sono serviti i bombardamenti su Belgrado" (Oliviero Diliberto - intervista di G. De Marchis su "la Repubblica" del 26 giugno 2006).
Queste, per dire, sono le dichiarazioni della "sinistra responsabile", quella che non uscì dalla coalizione e non fece cadere il primo governo Prodi nell'ottobre 1998. Decine di migliaia di morti e interi territori resi inabitabili dall'uranio radioattivo. Tutto questo per combattere una guerra giustificata da "atrocità commesse dalle forze di Belgrado contro le popolazioni civili del Kosovo" che però non sono mai state riprese e non ne esistono immagini, se non quelle riprese a guerra finita. Permettete che io abbia, conoscendo gli americani, qualche lieve dubbio sulla loro autenticità e, soprattutto, sulla vera identità degli autori di quei massacri? Tuttavia la guerra in Kosovo un effetto positivo lo ha ottenuto: salvare la poltrona di Diliberto e dei suoi amici, a prezzo dell'ennesimo genocidio compiuto dagli americani. Ne valeva la pena.
Nota: come stronzata del giorno avrei potuto citare "Gli italiani fanno schifo" del leghista Speroni, inculato, come si meritava, dal risultato del referendum; se non fosse che ha parzialmente ragione, e basta guardarlo in faccia per capirlo.
Nota: come stronzata del giorno avrei potuto citare "Gli italiani fanno schifo" del leghista Speroni, inculato, come si meritava, dal risultato del referendum; se non fosse che ha parzialmente ragione, e basta guardarlo in faccia per capirlo.
L'ENNESIMO VENTESIMO
di Gianluca Freda (26/06/2006 - 19:46)
Le stupidate sull’11 settembre sono come le multe per divieto di sosta. Non fai in tempo a togliertene dai piedi una che il postino te ne consegna un’altra. La stupidata che si può leggere qui è l’ultima arrivata in ordine di tempo. Ho perso il conto di quanti “ventesimi dirottatori” ho sentito nominare in questi anni. Mi vengono in mente – citando a memoria – Lofti Raissi, Abdelghani Mzoudi e naturalmente Zakarias Moussaoui, tutti “ventesimi dirottatori” identificati a rate trimestrali, ma sicuramente me ne sfugge qualcuno. Questo tizio, Al-Nashimi, ha perlomeno l’immenso vantaggio di essere defunto, dunque non potrà smentire la propria partecipazione agli attentati né protestare con le autorità americane. Se solo ci avessero pensato prima. Ogni volta che sui media impazza la disinformazione, mi viene voglia di fare un po’ d’informazione corretta. Ecco un articolo di Frank Levi, il cui originale in inglese potete trovare qui.
AEREI, DIROTTATORI E AUTOMOBILI
Una prova delle bugie e della fabbricazione di prove contro i presunti dirottatori dell’11/9
Un’altra misteriosa vittima nello schianto degli aerei?
L’11 settembre del 2000, esattamente un anno prima che i Boeing di linea si schiantassero contro il World Trade Center e il Pentagono, un incidente aereo di dimensioni assai minori avvenne in Florida. Due piccoli aerei entrarono in collisione e uno dei due piloti (entrambi morti nell’incidente) era un uomo di nome Amer Bukhari, il cui nome apparve un anno dopo sulla lista dei passeggeri del Volo 11, il primo aereo a schiantarsi sulle Torri del World Trade Center.
L’indagine dell’FBI partì, come è facile immaginare, con l’esaminare le liste dei passeggeri in cerca di possibili sospetti, e tentando poi di rintracciare il loro domicilio e i loro movimenti anteriori all’11 settembre. Dalla lista vennero scelti alcuni passeggeri sui quali si concentrarono le indagini nei giorni immediatamente successivi all’attacco. Ecco i loro nomi:
* Mohamed Atta
* Adnan Bukhari
* Ameer Bukhari
* Abdul Alomari
* Amer Kamfar
Con l’eccezione di Atta, che si presume aver ricevuto il suo allenamento al volo presso l’aviazione di Huffman, tutte queste persone sono (o erano) piloti sauditi residenti a Vero Beach, in Florida, in abitazioni molto vicine tra loro, in quanto:
- Abdul Alomari (e famiglia) e Amer Kamfer vivevano allo stesso indirizzo.
- Adnan Bukhari (e famiglia) era vicino di casa di Alomari.
- Ad Ameer Bukhari viene attribuito lo stesso indirizzo di Adnan.
Immaginatevi lo sconcerto dell’FBI quando si venne a sapere che Adnan Bukhari era ancora vivo, Ameer Bukhari era morto un anno prima e Abdul Rahman Alomari e Amer Kamfar erano entrambi vivi in Arabia Saudita. Non ci volle una grande immaginazione per capire che almeno quattro delle cinque persone del Volo 11 avevano rubato nomi e identità ad altre persone.
(Sarebbe facile dedurne che anche quella di Atta doveva essere un’identità fittizia, ma questo va oltre lo scopo di questo articolo.)
Ciò pose un problema ai nostri investigatori, perché è davvero difficile stabilire chi abbia utilizzato queste identità. Inoltre generò una domanda spinosa: che bisogno c’era di rubare tutte queste identità proprio a dei piloti? Non sarà che qualcuno stava cercando di creare l’illusione che i dirottatori avessero guidato gli aerei contro gli edifici?
Piloti scomparsi
Quasi ad avallare la versione ufficiale, Alomari e Kamfar partirono all’improvviso nelle due settimane precedenti agli attacchi. Bukhari aveva rimandato in patria la famiglia ma era rimasto nel nostro paese. Ancora una volta questa sembrerebbe essere più che una coincidenza alla luce del fatto che tutti i loro nomi erano sulle liste dei passeggeri. Secondo la CNN:
“Poiché le linee aeree saudite stanno eliminando gli ingegneri di volo dai loro equipaggi di tre membri, Richie ha detto che la compagnia nell’ultimo anno ha mandato i suoi ingegneri di volo in Florida per seguire corsi di pilota. Ha anche detto che alcuni ingegneri hanno portato a termine il corso, suggerendo che questo potrebbe spiegare perché alcuni di essi abbiano recentemente lasciato la zona di Vero Beach”.
Chiunque abbia davvero organizzato gli attacchi deve aver attentamente osservato i movimenti di queste persone e doveva essere a conoscenza del fatto che sarebbero tornate a casa poco prima dell’11 settembre 2001.
Immaginiamo una storia…
Era stato detto, a suo tempo, che i due Bukhari avrebbero preso a noleggio una Nissan Altima all’aeroporto di Logan e con quella sarebbero andati fino a Portland il giorno prima degli attentati. L’auto fu trovata abbandonata all’aeroporto di Portland. Al mattino i due avrebbero poi preso una coincidenza aerea per Boston (il volo US Airways 5930 delle 6.00) prima di salire a bordo del Volo 11.
Ma come per magia, un bel giorno la storia cambiò. Se cercate su internet “Nissan Altima” e “Atta”, troverete ora la notizia che erano stati Atta e Alomari a noleggiare la Nissan Altima all’aereoporto di Logan e a guidarla fino a Portland, dove avrebbero preso la coincidenza per Boston. Questa versione non ha alcun senso, poiché all’aeroporto di Logan era stata ritrovata una Mitsubishi bianca che si era detto fosse stata presa in affitto da Atta. Perché mai uno dovrebbe prendere a noleggio una macchina, abbandonarla all’aeroporto di Logan e poi affittarne un’altra per andare a Portland?
Diamo un’occhiata a come si è modificata la lista dei dirottatori:
Dirottatore originario Nuovi dirottatori
Mohamed Atta Mohamed Atta
Adnan Bukhari Waleed Alshehri
Amer Bukhari Wail Alshehri
Abdul Alomari Abdulaziz Alomari
Amer Kamfar Satam Al Suqami
Non è una straordinaria coincidenza che il passaporto di Satam al Suqami sia stato rinvenuto intatto a pochi isolati dal World Trade Center? A quanto pare, qualcuno aveva deciso di procurarsi un po’ di identità che non fossero così palesemente rubate, anche se alcune di esse sono ancora controverse.
L’affidavit dell’FBI
Questa piccola bugia riguardante l’auto ha però un effetto dirompente su queste altre prove.
A questo indirizzo trovate una copia scannerizzata dell’affidavit presentato dall’agente speciale James Lechner, in cui si rende conto di molte questioni importanti:
- Il contenuto della Nissan Altima
- Il contenuto del bagaglio di Atta che, guarda caso, non era stato caricato sulla coincidenza aerea.
- La telefonata fatta da un’assistente di volo in cui vengono indicati i numeri delle poltrone occupate dai dirottatori.
Sappiamo già che il legame tra Atta e la Nissan Altima è falso. Se Atta è davvero salito sul volo 11 a Boston, senza prendere la coincidenza, allora è probabile che anche la borsa abbandonata all’aeroporto sia un falso: contenuti in parte rubati, in parte inventati (ma alcuni di noi lo stanno dicendo da un sacco di tempo…). Possiamo concludere che, in questo caso, anche la telefonata dell’assistente di volo potrebbe essere un’invenzione?
Un bel modo di ringraziare…
Un impiegato della FAA (Federal Aviation Administration) di nome James Hopkins ha deciso di fornire un piccolo aiuto ricercando nel database della FAA i nomi di Adnan Bukhari e Mohamed Atta. E’ saltato fuori che un uomo di nome Bukhari aveva seguito un corso di sicurezza aerea all’Accademia della FAA (in Oklahoma) nel 1991 e 1998. Quando ha portato questi fatti all’attenzione dei propri superiori, è stato licenziato. Per fortuna è poi riuscito ad ottenere che il suo lavoro gli venisse restituito, ma questo è per dire quanto in certi ambienti questo Bukhari sia un argomento che scotta.
AEREI, DIROTTATORI E AUTOMOBILI
Una prova delle bugie e della fabbricazione di prove contro i presunti dirottatori dell’11/9Un’altra misteriosa vittima nello schianto degli aerei?
L’11 settembre del 2000, esattamente un anno prima che i Boeing di linea si schiantassero contro il World Trade Center e il Pentagono, un incidente aereo di dimensioni assai minori avvenne in Florida. Due piccoli aerei entrarono in collisione e uno dei due piloti (entrambi morti nell’incidente) era un uomo di nome Amer Bukhari, il cui nome apparve un anno dopo sulla lista dei passeggeri del Volo 11, il primo aereo a schiantarsi sulle Torri del World Trade Center.
L’indagine dell’FBI partì, come è facile immaginare, con l’esaminare le liste dei passeggeri in cerca di possibili sospetti, e tentando poi di rintracciare il loro domicilio e i loro movimenti anteriori all’11 settembre. Dalla lista vennero scelti alcuni passeggeri sui quali si concentrarono le indagini nei giorni immediatamente successivi all’attacco. Ecco i loro nomi:
* Mohamed Atta
* Adnan Bukhari
* Ameer Bukhari
* Abdul Alomari
* Amer Kamfar
Con l’eccezione di Atta, che si presume aver ricevuto il suo allenamento al volo presso l’aviazione di Huffman, tutte queste persone sono (o erano) piloti sauditi residenti a Vero Beach, in Florida, in abitazioni molto vicine tra loro, in quanto:
- Abdul Alomari (e famiglia) e Amer Kamfer vivevano allo stesso indirizzo.
- Adnan Bukhari (e famiglia) era vicino di casa di Alomari.
- Ad Ameer Bukhari viene attribuito lo stesso indirizzo di Adnan.
Immaginatevi lo sconcerto dell’FBI quando si venne a sapere che Adnan Bukhari era ancora vivo, Ameer Bukhari era morto un anno prima e Abdul Rahman Alomari e Amer Kamfar erano entrambi vivi in Arabia Saudita. Non ci volle una grande immaginazione per capire che almeno quattro delle cinque persone del Volo 11 avevano rubato nomi e identità ad altre persone.
(Sarebbe facile dedurne che anche quella di Atta doveva essere un’identità fittizia, ma questo va oltre lo scopo di questo articolo.)
Ciò pose un problema ai nostri investigatori, perché è davvero difficile stabilire chi abbia utilizzato queste identità. Inoltre generò una domanda spinosa: che bisogno c’era di rubare tutte queste identità proprio a dei piloti? Non sarà che qualcuno stava cercando di creare l’illusione che i dirottatori avessero guidato gli aerei contro gli edifici?
Piloti scomparsi
Quasi ad avallare la versione ufficiale, Alomari e Kamfar partirono all’improvviso nelle due settimane precedenti agli attacchi. Bukhari aveva rimandato in patria la famiglia ma era rimasto nel nostro paese. Ancora una volta questa sembrerebbe essere più che una coincidenza alla luce del fatto che tutti i loro nomi erano sulle liste dei passeggeri. Secondo la CNN:
“Poiché le linee aeree saudite stanno eliminando gli ingegneri di volo dai loro equipaggi di tre membri, Richie ha detto che la compagnia nell’ultimo anno ha mandato i suoi ingegneri di volo in Florida per seguire corsi di pilota. Ha anche detto che alcuni ingegneri hanno portato a termine il corso, suggerendo che questo potrebbe spiegare perché alcuni di essi abbiano recentemente lasciato la zona di Vero Beach”.
Chiunque abbia davvero organizzato gli attacchi deve aver attentamente osservato i movimenti di queste persone e doveva essere a conoscenza del fatto che sarebbero tornate a casa poco prima dell’11 settembre 2001.
Immaginiamo una storia…
Era stato detto, a suo tempo, che i due Bukhari avrebbero preso a noleggio una Nissan Altima all’aeroporto di Logan e con quella sarebbero andati fino a Portland il giorno prima degli attentati. L’auto fu trovata abbandonata all’aeroporto di Portland. Al mattino i due avrebbero poi preso una coincidenza aerea per Boston (il volo US Airways 5930 delle 6.00) prima di salire a bordo del Volo 11.
Ma come per magia, un bel giorno la storia cambiò. Se cercate su internet “Nissan Altima” e “Atta”, troverete ora la notizia che erano stati Atta e Alomari a noleggiare la Nissan Altima all’aereoporto di Logan e a guidarla fino a Portland, dove avrebbero preso la coincidenza per Boston. Questa versione non ha alcun senso, poiché all’aeroporto di Logan era stata ritrovata una Mitsubishi bianca che si era detto fosse stata presa in affitto da Atta. Perché mai uno dovrebbe prendere a noleggio una macchina, abbandonarla all’aeroporto di Logan e poi affittarne un’altra per andare a Portland?
Diamo un’occhiata a come si è modificata la lista dei dirottatori:
Dirottatore originario Nuovi dirottatori
Mohamed Atta Mohamed Atta
Adnan Bukhari Waleed Alshehri
Amer Bukhari Wail Alshehri
Abdul Alomari Abdulaziz Alomari
Amer Kamfar Satam Al Suqami
Non è una straordinaria coincidenza che il passaporto di Satam al Suqami sia stato rinvenuto intatto a pochi isolati dal World Trade Center? A quanto pare, qualcuno aveva deciso di procurarsi un po’ di identità che non fossero così palesemente rubate, anche se alcune di esse sono ancora controverse.
L’affidavit dell’FBI
Questa piccola bugia riguardante l’auto ha però un effetto dirompente su queste altre prove.
A questo indirizzo trovate una copia scannerizzata dell’affidavit presentato dall’agente speciale James Lechner, in cui si rende conto di molte questioni importanti:
- Il contenuto della Nissan Altima
- Il contenuto del bagaglio di Atta che, guarda caso, non era stato caricato sulla coincidenza aerea.
- La telefonata fatta da un’assistente di volo in cui vengono indicati i numeri delle poltrone occupate dai dirottatori.
Sappiamo già che il legame tra Atta e la Nissan Altima è falso. Se Atta è davvero salito sul volo 11 a Boston, senza prendere la coincidenza, allora è probabile che anche la borsa abbandonata all’aeroporto sia un falso: contenuti in parte rubati, in parte inventati (ma alcuni di noi lo stanno dicendo da un sacco di tempo…). Possiamo concludere che, in questo caso, anche la telefonata dell’assistente di volo potrebbe essere un’invenzione?
Un bel modo di ringraziare…
Un impiegato della FAA (Federal Aviation Administration) di nome James Hopkins ha deciso di fornire un piccolo aiuto ricercando nel database della FAA i nomi di Adnan Bukhari e Mohamed Atta. E’ saltato fuori che un uomo di nome Bukhari aveva seguito un corso di sicurezza aerea all’Accademia della FAA (in Oklahoma) nel 1991 e 1998. Quando ha portato questi fatti all’attenzione dei propri superiori, è stato licenziato. Per fortuna è poi riuscito ad ottenere che il suo lavoro gli venisse restituito, ma questo è per dire quanto in certi ambienti questo Bukhari sia un argomento che scotta.
VACANZE DI MERDA
di Gianluca Freda (25/06/2006 - 20:20)
101 posti da non visitare (Edizioni Piemme, pp. 190, euro 14,90)
di Adam Russ
Ogni anno persone per altri versi razionali spendono i soldi che si sono faticosamente guadagnate facendosi trasportare in zone del pianeta con le quali non hanno alcun rapporto, che comprendono poco e raramente apprezzano.
Questa è la guida per viaggiatori stanchi del glamour patinato delle guide ufficiali, che, pur di farti partire, ti vendono la topaia più puzzolente, schifata anche dai nativi, con termini degni dell’Hilton. È una guida per viaggiatori disillusi, insofferenti di fronte a tipi che mangiano cavallette caramellate e vi guardano male se vi soffiate il naso nel fazzoletto.
Vi sono elencati, descritti con rigore e nessuna indulgenza, moltissimi posti che dovreste a tutti i costi evitare, inclusi quelli che costituiscono una minaccia per l’esistenza di chiunque sia tanto scemo da varcarne i confini. Ciascuno corredato dalle canoniche voci Storia, Cultura, Attrazioni principali, Gastronomia, come ogni guida che si rispetti. Inoltre un pratico box mette in evidenza l’indice di noiosità di ogni località, le probabilità di lasciarci le penne e le principali cause di morte. Per esempio, il fuoco amico delle forze ONU in Kosovo o avere un’opinione a Pechino.
Da Falluja a Berlino, da Los Angeles a Pyongyang, ma senza tralasciare Roma, Londra e Parigi, finalmente una guida politicamente scorretta, un perfetto antidoto all’ottimismo criminale delle agenzie turistiche e all’idiozia degli amici che ricordano con nostalgia i giorni della dissenteria in Mongolia. Un libro che vi convincerà dei vostri peggiori sospetti e vi farà tirare un sospiro di sollievo quando vi avranno cancellato il volo.
Alcune indicazioni turistiche tratte dal libro:
Questa è la guida per viaggiatori stanchi del glamour patinato delle guide ufficiali, che, pur di farti partire, ti vendono la topaia più puzzolente, schifata anche dai nativi, con termini degni dell’Hilton. È una guida per viaggiatori disillusi, insofferenti di fronte a tipi che mangiano cavallette caramellate e vi guardano male se vi soffiate il naso nel fazzoletto.
Vi sono elencati, descritti con rigore e nessuna indulgenza, moltissimi posti che dovreste a tutti i costi evitare, inclusi quelli che costituiscono una minaccia per l’esistenza di chiunque sia tanto scemo da varcarne i confini. Ciascuno corredato dalle canoniche voci Storia, Cultura, Attrazioni principali, Gastronomia, come ogni guida che si rispetti. Inoltre un pratico box mette in evidenza l’indice di noiosità di ogni località, le probabilità di lasciarci le penne e le principali cause di morte. Per esempio, il fuoco amico delle forze ONU in Kosovo o avere un’opinione a Pechino.
Da Falluja a Berlino, da Los Angeles a Pyongyang, ma senza tralasciare Roma, Londra e Parigi, finalmente una guida politicamente scorretta, un perfetto antidoto all’ottimismo criminale delle agenzie turistiche e all’idiozia degli amici che ricordano con nostalgia i giorni della dissenteria in Mongolia. Un libro che vi convincerà dei vostri peggiori sospetti e vi farà tirare un sospiro di sollievo quando vi avranno cancellato il volo.
Alcune indicazioni turistiche tratte dal libro:
MADRID
Probabile vi lasci con i postumi di una sbornia anche se non avete bevuto.
Bagaglio essenziale: crema contro le vesciche.
Causa di morte: attraversare la strada
Cultura: l’unico paese al mondo ad aver perso la propria guerra civile.
Attrazioni: il Prado continua ad acquisire nuove opere. Presto ci sarà dunque qualcosa di interessante.
Cucina: bisogna prima abituare il proprio orologio interno all’ora di Madrid.
Causa di morte: attraversare la strada
Cultura: l’unico paese al mondo ad aver perso la propria guerra civile.
Attrazioni: il Prado continua ad acquisire nuove opere. Presto ci sarà dunque qualcosa di interessante.
Cucina: bisogna prima abituare il proprio orologio interno all’ora di Madrid.
PORT-AU-PRINCE (Haiti)
Per l’instabilità politica è la principale destinazione delle forze di stabilizzazione dell’Onu
Bagaglio essenziale: amuleti
Causa di morte: sacrificio voodoo alla divinità degli uragani
Cultura: ricco patrimonio religioso ma notevoli dissensi su quale sia la religione ufficiale.
Attrazioni: camminare tra persone inzuppate di sangue che corrono.
Cucina: le zampe di gallina compaiono in quasi tutti i menù.
Causa di morte: sacrificio voodoo alla divinità degli uragani
Cultura: ricco patrimonio religioso ma notevoli dissensi su quale sia la religione ufficiale.
Attrazioni: camminare tra persone inzuppate di sangue che corrono.
Cucina: le zampe di gallina compaiono in quasi tutti i menù.
CASABLANCA
Come dividere gli uomini dai ragazzi? Con una secchiata d’acqua fredda
Bagaglio essenziale: denaro per bustarelle.
Causa di morte: narghilè difettoso.
Cultura: il turista che arrivi tutto intero riceve un caloroso benvenuto.
Attrazioni: l’acquisto di un souvenir è come un interrogatorio di polizia.
Cucina: assaggiando capirete perché il fumo è elemento essenziale del pasto.
Causa di morte: narghilè difettoso.
Cultura: il turista che arrivi tutto intero riceve un caloroso benvenuto.
Attrazioni: l’acquisto di un souvenir è come un interrogatorio di polizia.
Cucina: assaggiando capirete perché il fumo è elemento essenziale del pasto.
WELLINGTON (Nuova Zelanda)
Il Signore degli Anelli l’ha fatta conoscere, ma le sorprese non finiscono…
Bagaglio essenziale: diversi buoni libri. Quindi niente Tolkien.
Causa di morte: fan di Tolkien pazzo.
Cultura: così disperata da rivendicare l’invenzione del bungee jumping.
Attrazioni: le pecore sono più degli uomini, il rapporto è di dieci a uno.
Cucina: le aragoste sono servite quasi crude, bisogna lottare per mangiarle.
Causa di morte: fan di Tolkien pazzo.
Cultura: così disperata da rivendicare l’invenzione del bungee jumping.
Attrazioni: le pecore sono più degli uomini, il rapporto è di dieci a uno.
Cucina: le aragoste sono servite quasi crude, bisogna lottare per mangiarle.
ROMA
Nota soprattutto per borseggiatori, gatti randagi e l’espresso troppo caro
Bagaglio essenziale: cintura portasoldi.
Causa di morte: polizia della moda.
Cultura: è piena di gente tronfia che parla urlando.
Attrazioni: più facile ottenere un’udienza con il Papa che trovare parcheggio.
Cucina: per pranzare si deve sottoscrivere un mutuo.
Causa di morte: polizia della moda.
Cultura: è piena di gente tronfia che parla urlando.
Attrazioni: più facile ottenere un’udienza con il Papa che trovare parcheggio.
Cucina: per pranzare si deve sottoscrivere un mutuo.
PARIGI
Come una ragazza carina e stronza ti fa sentire stupido e inadeguato
Bagaglio essenziale: umiltà.
Causa di morte: tappo di champagne.
Cultura: due cose ne fanno un posto da evitare: turisti e parigini.
Attrazioni: Louvre insopportabile, grazie agli americani con il Codice da Vinci.
Cucina: eredità del periodo del Terrore, è basata sul sadismo. I francesi amano sapere che la loro cena ha sofferto orribilmente.
Causa di morte: tappo di champagne.
Cultura: due cose ne fanno un posto da evitare: turisti e parigini.
Attrazioni: Louvre insopportabile, grazie agli americani con il Codice da Vinci.
Cucina: eredità del periodo del Terrore, è basata sul sadismo. I francesi amano sapere che la loro cena ha sofferto orribilmente.
NEW YORK
Prima di andare aspettate una pioggia che spazzi via la feccia dalle strade
Bagaglio essenziale: orologio che segni anche il minuto di New York.
Causa di morte: infarto.
Cultura: miscela di aggressività, intolleranza, tassisti osceni.
Attrazioni: Central Park. Per rilassarsi, comprare eroina e venire rapinati.
Cucina: cena appiccicati agli altri sincronizzando i movimenti del gomito.
Causa di morte: infarto.
Cultura: miscela di aggressività, intolleranza, tassisti osceni.
Attrazioni: Central Park. Per rilassarsi, comprare eroina e venire rapinati.
Cucina: cena appiccicati agli altri sincronizzando i movimenti del gomito.
KYOTO
Il centro culturale del Giappone. In quanto tale è la città da evitare.
Bagaglio essenziale: bustine di tè.
Causa di morte: collegamenti elettrici difettosi in una macchina per karaoke.
Cultura: uomini d’affari stanno in orribili pub d’ispirazione occidentale.
Attrazioni: stazione e torre sono due mostruosità enormi e raccapriccianti.
Cucina: le geishe vi derubano mentre offrite la tazza di tè più cara al mondo.
Causa di morte: collegamenti elettrici difettosi in una macchina per karaoke.
Cultura: uomini d’affari stanno in orribili pub d’ispirazione occidentale.
Attrazioni: stazione e torre sono due mostruosità enormi e raccapriccianti.
Cucina: le geishe vi derubano mentre offrite la tazza di tè più cara al mondo.
COPENAGHEN
Se Shakespeare etichetta un posto come una prigione, conviene evitarlo.
Bagaglio essenziale: compresse contro il mal di testa.
Causa di morte: immaginare di non esistere e scoprire che è proprio così.
Cultura: angoscia esistenziale sul dilemma se appartenere o no alla UE.
Attrazioni: la Sirenetta guarda triste l’acqua desiderando di essere altrove.
Cucina: i dolci danesi sono famosi in tutto il mondo. Vengono consegnati freschi dalla Svezia.
Causa di morte: immaginare di non esistere e scoprire che è proprio così.
Cultura: angoscia esistenziale sul dilemma se appartenere o no alla UE.
Attrazioni: la Sirenetta guarda triste l’acqua desiderando di essere altrove.
Cucina: i dolci danesi sono famosi in tutto il mondo. Vengono consegnati freschi dalla Svezia.
A lato: la copertina dell'essenziale guida per turisti di Adam Russ, edita da Piemme.
In alto: una foto tratta dall'album delle mie spassose vacanze a New York del settembre 2001.
In alto: una foto tratta dall'album delle mie spassose vacanze a New York del settembre 2001.
SCALFARI SU REPUBBLICA
di Gianluca Freda (25/06/2006 - 14:17)
LA NAVE COL NOCCHIERO IN GRAN TEMPESTA
di EUGENIO SCALFARIMentre il nostro giornale è già nelle edicole gli elettori cominciano a votare e continueranno fino alle ore 15 di domani. Ci auguriamo una discreta affluenza e soprattutto auspichiamo una netta vittoria del "no".
Le ragioni di questa scelta sono già state ampiamente illustrate nelle pagine di "Repubblica" da Pietro Scoppola, Gustavo Zagrebelsky e Andrea Manzella, sicché non avrei nulla da aggiungere ai loro argomenti se non elencarli per pura comodità di memoria.
1. Il testo di ottanta pagine che arruffatamente modifica cinquanta articoli della Costituzione infrange il dettato costituzionale che prevede (articoli 138-139) la possibilità di emendamento uno alla volta con votazioni disgiunte.
2. Il conferimento al "premier" di poteri pressoché assoluti a cominciare dallo scioglimento della Camera a suo piacimento.
3. L'annullamento dei poteri del capo dello Stato nella sua figura di suprema magistratura di garanzia costituzionale.
4. La riduzione del Parlamento a un ruolo di pura registrazione dei voleri del premier.
5. L'attribuzione alle Regioni di poteri esclusivi su materie della massima importanza come la sanità, la polizia regionale, l'istruzione.
6. Una ripartizione conflittuale dei ruoli della Camera e del Senato che disarticola e paralizza il potere legislativo.
Infine un sovracosto che aggraverà in misura insopportabile l'onere complessivo della struttura federale penalizzando soprattutto le regioni del nord più ricche e quindi più esposte agli effetti della tassazione. Non a caso questo aspetto del problema è quello che più preoccupa la Confindustria e i suoi associati che temono una permanente impennata della spesa corrente a danno degli investimenti e del debito pubblico già sotto tiro delle agenzie di "rating" e dei mercati.
Queste le ragioni per segnare "no" sulla scheda elettorale. Non si tratta d'impedire la nascita d'un sistema federale ma di bloccare la disarticolazione dello Stato, la paralisi decisionale e lo sfascio definitivo della finanza pubblica. Se si vuole riassumere in uno slogan il risultato della legge costituzionale oggetto dell'odierno referendum, esso non può che essere "meno Stato più burocrazia". Del resto che cosa potevamo aspettarci da un progetto uscito dalla mente di Calderoli?
Molti lettori mi hanno chiesto nei giorni scorsi se la vittoria del "sì" avrebbe come effetto la crisi del governo Prodi. Rispondo: se si trattasse solo di questo non me ne darei gran pensiero.
In realtà, se dovesse vincere il "sì" accadrebbe ben di peggio che una semplice crisi di governo. L'intero sistema politico italiano è pericolante e occorrerà un enorme sforzo per rimetterlo in piedi. La vittoria del "sì" gli infliggerebbe una mazzata definitiva per mandarlo all'altro mondo.
Temo che questo aspetto non sia ben presente alla mente di chi voterà oggi e domani e dei molti che non voteranno affatto. E temo soprattutto che non sia presente ai molti elettori del Lombardo-Veneto che con il loro "sì" penseranno di esprimersi in favore del federalismo e contro il centrosinistra.
Non è così e basta una semplice riflessione per capirlo. L'effetto politico d'una vittoria del "sì" indebolirebbe la coalizione dei partiti che sostengono il governo; metterebbe in moto le forze centrifughe latenti; renderebbe impossibile il già difficile compito di Padoa-Schioppa di raddrizzare i conti del bilancio e di rilanciare un'economia ferma da anni; spingerebbe l'Italia ai confini dell'Europa privandola di ogni capacità di presenza attiva.
Quanto al governo Prodi, esso resterebbe in carica come quel cavaliere che "andava combattendo ed era morto". I suoi oppositori non otterrebbero neppure questo risultato, sicché si avrebbero effetti negativi per tutti ed effetti positivi per nessuno. Io penso che uno scenario del genere sia da brividi per ogni cittadino, quali che siano le sue idee politiche; ma penso anche che quelli che avrebbero più da temere siano gli italiani "produttivi" e cioè i lavoratori dipendenti, i lavoratori autonomi, gli imprenditori d'ogni dimensione. Sono loro che hanno più da perdere, sono loro che sarebbero i primi ad essere travolti da una crisi di sistema.
Perché di questo si tratta, amici lettori: l'Italia è sull'orlo di una crisi di sistema; la vittoria del "no" non risolve quella crisi ma dà tempo al governo di tentarne il superamento; la vittoria del "sì" spalancherebbe una voragine sotto i piedi del paese, cioè di tutti, nessuno escluso.
I leader dei due schieramenti ne sono perfettamente consapevoli e proprio per questo tentano, da entrambi i fronti, di limitare le conseguenze d'una propria vittoria. Tutti si affannano a dichiarare che dopo il voto si potrà e si dovrà negoziare con l'altra sponda per dar vita ad una modernizzazione costituzionale condivisa.
Lo dicono perché sanno che siamo alla crisi di sistema, allo sfarinamento del sistema. Politico, economico, sociale, morale. Lo sanno ma non lo dicono. Non lo dicono per non spaventare la gente, per cloroformizzare l'opinione pubblica. Per poter proseguire i loro mediocri rituali e la loro mediocre gestione d'un potere sempre più evanescente.
Ma si tratta d'un esorcismo inutile perché la realtà è ormai senza veli e non c'è artificio retorico che possa nasconderla.
* * *
Volete degli esempi? Esempi capaci di delineare la vastità della crisi di sistema? Immagino che ogni cittadino pensante sia in grado di veder da solo questa scempia realtà, ma qualche caso esemplare può aiutarci.
C'è stata pochi mesi fa la crisi d'una delle più stimate istituzioni italiane: la Banca d'Italia. Un governatore in combutta o plagiato da uno stuolo di faccendieri di bassissimo conio. Finito sotto inchiesta giudiziaria. Alla fine costretto a dimettersi. Un fatto simile non si era mai verificato. La classe politica è stata incapace di risolvere il problema. L'ha risolto la magistratura. Con l'ausilio delle intercettazioni telefoniche.
Erano passate solo poche settimane ed è scoppiata la crisi del calcio, in incubazione da anni, perfettamente nota a tutti gli addetti ai lavori.
Badate, non si tratta solo d'un gioco, di ventidue uomini in mutande che corrono dietro a una palla, come dicono gli snob sopraccigliosi e sputasentenze. Il calcio è il mondo dei sogni d'una moltitudine, è la principale appartenenza sentita dal popolo. Più della patria, più della classe, più della politica, più della religione. Può piacere o no, ma questa è la realtà.
Ebbene, questa realtà è andata in pezzi. Era un trucco. C'era una "cupola". C'era un'omertà generale. Gli scudetti erano fasulli. Il divismo era fasullo. I bilanci delle società erano fasulli. L'immensa macchina del gioco era tenuta in piedi dall'imbroglio. Il presidente della Federcalcio era colluso con la "cupola" per ottenere la sua rielezione. Il conflitto d'interessi era generale.
Alla fine è intervenuta la magistratura, con l'ausilio delle intercettazioni.
Ancora poche settimane. Scoppia a Bari lo scandalo della Sanità. Il governatore della Puglia scambiava danaro contro danaro. Veniva aiutato con imponenti sostegni per la sua campagna elettorale e dava in contropartita concessioni e convenzioni miliardarie al re della sanità privata, a spese della Regione da lui presieduta. Favoriva con danaro pubblico un vescovo che gli procurava i voti delle suore in violazione plateale del Concordato.
Tutti lo sapevano, nessuno parlava. È dovuta intervenire la magistratura. Con l'ausilio delle intercettazioni.
Sorvolo su un altro caso che ha al suo epicentro l'ultimo discendente balordo di un'antichissima dinastia e il più stretto collaboratore di un uomo politico che è stato per anni vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri del nostro paese.
Sorvolo perché la materia è miserabile. Ma è terribilmente esemplare. Soprattutto per gli aspetti meno rilevanti dal punto di vista penale ma rilevantissimi dal punto di vista del costume. Si è visto e saputo che la nostra maggiore azienda culturale e informativa è al tempo stesso un bordello riservato ai deputati e ai vip dei gabinetti ministeriali.
Tutti sapevano. Che male c'è? Hanno risposto gli interpellati. Che male c'è? Lo fanno tutti. È dovuta intervenire la magistratura, con l'ausilio delle intercettazioni.
Adesso tutti si scagliano contro l'uso e l'abuso delle intercettazioni e attaccano i giudici per scarsa credibilità. Forse hanno ragione. Ma non c'è uno, uno solo degli uomini di potere che vogliono obbligare al silenzio gli intercettatori che si scagli contemporaneamente e con lo stesso vigore contro coloro che hanno tradito la fede pubblica e la loro stessa eventuale buona fede. Si depreca la supplenza della magistratura, ma che cosa ha fatto la politica per riempire il vuoto che ha reso necessaria quella supplenza?
Nulla. Non ha fatto nulla. La politica, soprattutto la pessima politica degli antipolitici, ha cercato di imbiancare i sepolcri e basta. Fini non ha ancora licenziato Sottile. Ruini non ha detto una sola parola sul vescovo di Lecce che portava le suore a votare per Fitto e otteneva nel frattempo il finanziamento degli oratori diocesani. Il ministro delle Comunicazioni e il consiglio d'amministrazione della Rai non hanno speso una sola parola sul bordello ambulante all'interno dell'azienda pubblica.
"Troncare, sopire, sopire, troncare". E' questa la regola? E ancora. Per evitare che il sistema affondi, che la corruzione dilaghi, che il racket si diffonda come una piovra, che le istituzioni operino sempre più come patrimonio privato del re e dei suoi vassalli, valvassori e valvassini; per impedire il corrompimento definitivo della società in tutte le sue componenti, per perseguire gli evasori fiscali, per ridare slancio e speranza ai lavoratori e alle imprese, fiducia ai mercati, innovazione e cultura; ci vorrebbe un governo che governi.
Ma il governo è purtroppo alle prese con una maggioranza che al Senato conta solo due voti. Con partiti divisi tra di loro e al proprio interno. Con un pullulare di Ghini di Tacco. Anzi, di Ghinetti di Tacco. Basta che un senatore eletto da cittadini residenti all'estero voglia assentarsi per una settimana al mese perché le Camere votino un calendario che prevede solo tre settimane di lavoro parlamentare su quattro. Mentre un altro senatore, voglioso di presidenze, si fa eleggere col voto dell'opposizione.
Né sta meglio il centrodestra. Il quale, responsabile in solido dello scatafascio del Paese, si mantiene compatto solo perché animato dalla speranza di riacciuffare il potere entro poche settimane o pochi mesi, per lacerarsi subito dopo come prima ricominciando comunque alla rioccupazione delle istituzioni.
Questo è il quadro, amici lettori. O almeno questo è il mio quadro. Spero d'esser troppo pessimista, ma i dati di realtà voi li avete sotto gli occhi quanto me.
Malgrado tutto di una cosa sono certo: Prodi e la sua squadra sono persone competenti e perbene. Ce la possono fare. Forse sono i soli, oggi come oggi, che ce la possono fare.
Anche per questo vado a votare "no". Per mantenere una "chance" nelle loro mani. Se poi non sapranno utilizzarla o se ne saranno impediti dai loro stessi alleati Ghini di Tacco, allora vadano anch'essi a Male Bolge e saremo "nave senza nocchiero in gran tempesta". Non sarebbe la prima volta purtroppo nella storia inutilmente millenaria di questo Paese.
(25 giugno 2006)
Le ragioni di questa scelta sono già state ampiamente illustrate nelle pagine di "Repubblica" da Pietro Scoppola, Gustavo Zagrebelsky e Andrea Manzella, sicché non avrei nulla da aggiungere ai loro argomenti se non elencarli per pura comodità di memoria.
1. Il testo di ottanta pagine che arruffatamente modifica cinquanta articoli della Costituzione infrange il dettato costituzionale che prevede (articoli 138-139) la possibilità di emendamento uno alla volta con votazioni disgiunte.
2. Il conferimento al "premier" di poteri pressoché assoluti a cominciare dallo scioglimento della Camera a suo piacimento.
3. L'annullamento dei poteri del capo dello Stato nella sua figura di suprema magistratura di garanzia costituzionale.
4. La riduzione del Parlamento a un ruolo di pura registrazione dei voleri del premier.
5. L'attribuzione alle Regioni di poteri esclusivi su materie della massima importanza come la sanità, la polizia regionale, l'istruzione.
6. Una ripartizione conflittuale dei ruoli della Camera e del Senato che disarticola e paralizza il potere legislativo.
Infine un sovracosto che aggraverà in misura insopportabile l'onere complessivo della struttura federale penalizzando soprattutto le regioni del nord più ricche e quindi più esposte agli effetti della tassazione. Non a caso questo aspetto del problema è quello che più preoccupa la Confindustria e i suoi associati che temono una permanente impennata della spesa corrente a danno degli investimenti e del debito pubblico già sotto tiro delle agenzie di "rating" e dei mercati.
Queste le ragioni per segnare "no" sulla scheda elettorale. Non si tratta d'impedire la nascita d'un sistema federale ma di bloccare la disarticolazione dello Stato, la paralisi decisionale e lo sfascio definitivo della finanza pubblica. Se si vuole riassumere in uno slogan il risultato della legge costituzionale oggetto dell'odierno referendum, esso non può che essere "meno Stato più burocrazia". Del resto che cosa potevamo aspettarci da un progetto uscito dalla mente di Calderoli?
Molti lettori mi hanno chiesto nei giorni scorsi se la vittoria del "sì" avrebbe come effetto la crisi del governo Prodi. Rispondo: se si trattasse solo di questo non me ne darei gran pensiero.
In realtà, se dovesse vincere il "sì" accadrebbe ben di peggio che una semplice crisi di governo. L'intero sistema politico italiano è pericolante e occorrerà un enorme sforzo per rimetterlo in piedi. La vittoria del "sì" gli infliggerebbe una mazzata definitiva per mandarlo all'altro mondo.
Temo che questo aspetto non sia ben presente alla mente di chi voterà oggi e domani e dei molti che non voteranno affatto. E temo soprattutto che non sia presente ai molti elettori del Lombardo-Veneto che con il loro "sì" penseranno di esprimersi in favore del federalismo e contro il centrosinistra.
Non è così e basta una semplice riflessione per capirlo. L'effetto politico d'una vittoria del "sì" indebolirebbe la coalizione dei partiti che sostengono il governo; metterebbe in moto le forze centrifughe latenti; renderebbe impossibile il già difficile compito di Padoa-Schioppa di raddrizzare i conti del bilancio e di rilanciare un'economia ferma da anni; spingerebbe l'Italia ai confini dell'Europa privandola di ogni capacità di presenza attiva.
Quanto al governo Prodi, esso resterebbe in carica come quel cavaliere che "andava combattendo ed era morto". I suoi oppositori non otterrebbero neppure questo risultato, sicché si avrebbero effetti negativi per tutti ed effetti positivi per nessuno. Io penso che uno scenario del genere sia da brividi per ogni cittadino, quali che siano le sue idee politiche; ma penso anche che quelli che avrebbero più da temere siano gli italiani "produttivi" e cioè i lavoratori dipendenti, i lavoratori autonomi, gli imprenditori d'ogni dimensione. Sono loro che hanno più da perdere, sono loro che sarebbero i primi ad essere travolti da una crisi di sistema.
Perché di questo si tratta, amici lettori: l'Italia è sull'orlo di una crisi di sistema; la vittoria del "no" non risolve quella crisi ma dà tempo al governo di tentarne il superamento; la vittoria del "sì" spalancherebbe una voragine sotto i piedi del paese, cioè di tutti, nessuno escluso.
I leader dei due schieramenti ne sono perfettamente consapevoli e proprio per questo tentano, da entrambi i fronti, di limitare le conseguenze d'una propria vittoria. Tutti si affannano a dichiarare che dopo il voto si potrà e si dovrà negoziare con l'altra sponda per dar vita ad una modernizzazione costituzionale condivisa.
Lo dicono perché sanno che siamo alla crisi di sistema, allo sfarinamento del sistema. Politico, economico, sociale, morale. Lo sanno ma non lo dicono. Non lo dicono per non spaventare la gente, per cloroformizzare l'opinione pubblica. Per poter proseguire i loro mediocri rituali e la loro mediocre gestione d'un potere sempre più evanescente.
Ma si tratta d'un esorcismo inutile perché la realtà è ormai senza veli e non c'è artificio retorico che possa nasconderla.
* * *
Volete degli esempi? Esempi capaci di delineare la vastità della crisi di sistema? Immagino che ogni cittadino pensante sia in grado di veder da solo questa scempia realtà, ma qualche caso esemplare può aiutarci.
C'è stata pochi mesi fa la crisi d'una delle più stimate istituzioni italiane: la Banca d'Italia. Un governatore in combutta o plagiato da uno stuolo di faccendieri di bassissimo conio. Finito sotto inchiesta giudiziaria. Alla fine costretto a dimettersi. Un fatto simile non si era mai verificato. La classe politica è stata incapace di risolvere il problema. L'ha risolto la magistratura. Con l'ausilio delle intercettazioni telefoniche.
Erano passate solo poche settimane ed è scoppiata la crisi del calcio, in incubazione da anni, perfettamente nota a tutti gli addetti ai lavori.
Badate, non si tratta solo d'un gioco, di ventidue uomini in mutande che corrono dietro a una palla, come dicono gli snob sopraccigliosi e sputasentenze. Il calcio è il mondo dei sogni d'una moltitudine, è la principale appartenenza sentita dal popolo. Più della patria, più della classe, più della politica, più della religione. Può piacere o no, ma questa è la realtà.
Ebbene, questa realtà è andata in pezzi. Era un trucco. C'era una "cupola". C'era un'omertà generale. Gli scudetti erano fasulli. Il divismo era fasullo. I bilanci delle società erano fasulli. L'immensa macchina del gioco era tenuta in piedi dall'imbroglio. Il presidente della Federcalcio era colluso con la "cupola" per ottenere la sua rielezione. Il conflitto d'interessi era generale.
Alla fine è intervenuta la magistratura, con l'ausilio delle intercettazioni.
Ancora poche settimane. Scoppia a Bari lo scandalo della Sanità. Il governatore della Puglia scambiava danaro contro danaro. Veniva aiutato con imponenti sostegni per la sua campagna elettorale e dava in contropartita concessioni e convenzioni miliardarie al re della sanità privata, a spese della Regione da lui presieduta. Favoriva con danaro pubblico un vescovo che gli procurava i voti delle suore in violazione plateale del Concordato.
Tutti lo sapevano, nessuno parlava. È dovuta intervenire la magistratura. Con l'ausilio delle intercettazioni.
Sorvolo su un altro caso che ha al suo epicentro l'ultimo discendente balordo di un'antichissima dinastia e il più stretto collaboratore di un uomo politico che è stato per anni vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri del nostro paese.
Sorvolo perché la materia è miserabile. Ma è terribilmente esemplare. Soprattutto per gli aspetti meno rilevanti dal punto di vista penale ma rilevantissimi dal punto di vista del costume. Si è visto e saputo che la nostra maggiore azienda culturale e informativa è al tempo stesso un bordello riservato ai deputati e ai vip dei gabinetti ministeriali.
Tutti sapevano. Che male c'è? Hanno risposto gli interpellati. Che male c'è? Lo fanno tutti. È dovuta intervenire la magistratura, con l'ausilio delle intercettazioni.
Adesso tutti si scagliano contro l'uso e l'abuso delle intercettazioni e attaccano i giudici per scarsa credibilità. Forse hanno ragione. Ma non c'è uno, uno solo degli uomini di potere che vogliono obbligare al silenzio gli intercettatori che si scagli contemporaneamente e con lo stesso vigore contro coloro che hanno tradito la fede pubblica e la loro stessa eventuale buona fede. Si depreca la supplenza della magistratura, ma che cosa ha fatto la politica per riempire il vuoto che ha reso necessaria quella supplenza?
Nulla. Non ha fatto nulla. La politica, soprattutto la pessima politica degli antipolitici, ha cercato di imbiancare i sepolcri e basta. Fini non ha ancora licenziato Sottile. Ruini non ha detto una sola parola sul vescovo di Lecce che portava le suore a votare per Fitto e otteneva nel frattempo il finanziamento degli oratori diocesani. Il ministro delle Comunicazioni e il consiglio d'amministrazione della Rai non hanno speso una sola parola sul bordello ambulante all'interno dell'azienda pubblica.
"Troncare, sopire, sopire, troncare". E' questa la regola? E ancora. Per evitare che il sistema affondi, che la corruzione dilaghi, che il racket si diffonda come una piovra, che le istituzioni operino sempre più come patrimonio privato del re e dei suoi vassalli, valvassori e valvassini; per impedire il corrompimento definitivo della società in tutte le sue componenti, per perseguire gli evasori fiscali, per ridare slancio e speranza ai lavoratori e alle imprese, fiducia ai mercati, innovazione e cultura; ci vorrebbe un governo che governi.
Ma il governo è purtroppo alle prese con una maggioranza che al Senato conta solo due voti. Con partiti divisi tra di loro e al proprio interno. Con un pullulare di Ghini di Tacco. Anzi, di Ghinetti di Tacco. Basta che un senatore eletto da cittadini residenti all'estero voglia assentarsi per una settimana al mese perché le Camere votino un calendario che prevede solo tre settimane di lavoro parlamentare su quattro. Mentre un altro senatore, voglioso di presidenze, si fa eleggere col voto dell'opposizione.
Né sta meglio il centrodestra. Il quale, responsabile in solido dello scatafascio del Paese, si mantiene compatto solo perché animato dalla speranza di riacciuffare il potere entro poche settimane o pochi mesi, per lacerarsi subito dopo come prima ricominciando comunque alla rioccupazione delle istituzioni.
Questo è il quadro, amici lettori. O almeno questo è il mio quadro. Spero d'esser troppo pessimista, ma i dati di realtà voi li avete sotto gli occhi quanto me.
Malgrado tutto di una cosa sono certo: Prodi e la sua squadra sono persone competenti e perbene. Ce la possono fare. Forse sono i soli, oggi come oggi, che ce la possono fare.
Anche per questo vado a votare "no". Per mantenere una "chance" nelle loro mani. Se poi non sapranno utilizzarla o se ne saranno impediti dai loro stessi alleati Ghini di Tacco, allora vadano anch'essi a Male Bolge e saremo "nave senza nocchiero in gran tempesta". Non sarebbe la prima volta purtroppo nella storia inutilmente millenaria di questo Paese.
(25 giugno 2006)
OCCHIO ALLE BUCHE
di Gianluca Freda (24/06/2006 - 00:11)
Non so se vi rendete conto...
Questo paese ha già le strade più disastrate d'Europa, e ora, grazie agli sperperi e alle fanfaronate del governo Berlusconi, non avrà più nemmeno quattrini sufficienti a curare l'ordinaria amministrazione. Se prima avevamo strade piene di buche e autostrade senza corsie d'emergenza ora avremo sentieri andini e mulattiere alle quali nessuno sarà più in grado di garantire manutenzione. Abbiamo la benzina più costosa d'Europa, le assicurazioni con i premi più alti, le autostrade più care, tasse automobilistiche succhiasangue, multe che sono diventate ormai una voce vitale dei bilanci comunali; e dopo aver pagato tutto questo dovremo brancolare con circospezione e a velocità di lumaca - sempre che desideriamo arrivare alla vecchiaia - in quella specie di Parigi-Dakar che sta per diventare la nostra rete stradale. Una rete che, da oggi, sarà sempre più abbandonata a se stessa per mancanza di fondi. In questa situazione - che è incredibile, incredibile, incredibile - la gente sta ancora lì a cianciare di linee ad alta velocità e ponti di Messina.
A belli, sveglia che è l'alba! Non ci sono rimasti nemmeno i soldi per tappare le buche, altro che ponti! E per quanto riguarda l'alta velocità, io mi sarei accontentato di poter viaggiare agli ottanta all'ora sulla Salerno-Reggio Calabria senza finire fuori strada. Ma no, era una pretesa troppo misera e banale per un paese prestigioso come il nostro. E tutti a ciarlare dell'incremento del turismo derivante dal ponte sullo stretto, della necessità di collegare il nostro paese all'Europa grazie al mirabolante progetto della TAV...
E io, umile e banale, domandavo: ma non si potrebbe pensare prima alle cose più urgenti, tipo un sistema di autostrade che in quarant'anni non è praticamente migliorato di una virgola? Tipo l'ammodernamento della rete ferroviaria già esistente? Tipo qualche carrozza dei treni con l'aria condizionata e senza piattole sui sedili? E ogni volta che lo domandavo, pronta e saggia, arrivava la sagace risposta: "una cosa non esclude l'altra".
Sì, invece, che la esclude, cari i miei viveur, perchè i soldi non crescono sugli alberi e non sono infiniti, soprattutto in Italia. Avventurarsi in progetti faraonici, ben sapendo che non esisteva la copertura non dico per portarli a termine, ma nemmeno per andare molto al di là della posa della prima pietra e del taglio del nastro inaugurale, significava precludersi anche la possibilità di provvedere a progetti meno vistosi, ma vitali per gli spostamenti quotidiani. L'Italia è sempre stata una fogna di paese, ma ora sta per diventare una fogna senza via d'uscita, senza scarichi, con tutti i tombini che permettevano un tempo di fuggire all'esterno associati a scalette impraticabili. E la gente, con la merda che gli arriva ormai al mento, agita giubilando le bandierine tricolori alla quadriennale troiata pallonara che, puntuale come la morte, arriva a infestare le nostre estati. La bandierina e il braccio che la agita sono l'unica cosa che ancora emerge dai liquami che hanno ormai sommerso ogni angolo del belpaese.
Spero che qualcuno, quella fottuta bandiera, gliela strappi al più presto dalle dita. Magari si guarderanno intorno e capiranno che è arrivato il momento di utilizzare le braccia in modo più proficuo, ad esempio per cominciare a nuotare.






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