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UN DELITTO PER L'ESTATE

by Gianluca Freda (29/06/2006 - 23:26)



ASSASSINIO AL COMITATO CENTRALE

di Manuel Vázquez Montalbán
Feltrinelli, 2005
pp. 224, euro 8,00


«Cinema e canzoni», era solito ripetere Manuel Vázquez Montalbán, «si sono alimentati di letteratura. È ora che la letteratura si alimenti di cinema e canzoni. I programmatori del divorzio tra cultura d'elite e cultura di massa moriranno sotto il peso della massificazione della cultura». Questa insofferenza per la scrittura paludata, velleitaria, ermetica della tradizione spagnola, dove i personaggi, come diceva Rafael Alberti, “impiegano trenta pagine per salire le scale”, è ciò che portò Montalbán a scrivere in soli 15 giorni, nel 1972, il romanzo “Tatuaggio”, che fu l’atto di nascita del detective Pepe Carvalho, poi protagonista di una fortunata serie.

Come ogni scrittore di romanzi polizieschi che si rispetti, Montalbán condivide con la sua creatura alcune fondamentali caratteristiche: l’amore per Barcellona, la Barcellona di Mercé Rodoreda e delle feste popolari di Plaza del Diamante, e per le sue antiche strade e osterie; l’antica militanza nel partito comunista spagnolo dell’epoca della clandestinità; l’odio per il franchismo, considerato incarnazione politica della morte; la passione da gourmet per la cucina catalana, per cui Carvalho nutre un appetito pantagruelico da far impallidire Nero Wolfe; la passione per i viaggi, per le donne e per tutto ciò che di vitale, picaresco e sanguigno vi è nella cultura popolare. E, naturalmente, l’antipatia per la letteratura d’elite, che si trasmette, radicalizzandosi, al detective Carvalho, fino a diventare un divertente tormentone. In ogni avventura di Pepe Carvalho, uno dei momenti più attesi dai lettori è quello in cui il detective utilizza uno o più testi della sua nutrita biblioteca per accendere il caminetto. In questo Assassinio al comitato centrale, che è il quinto romanzo in ordine di pubblicazione ad avere Carvalho per protagonista, ad essere destinati alla combustione sono “Il problema dell’alloggio” di Engels e un’antologia di poesia erotica castigliana di Bernatán e García, ma già sboccia nell’animo del protagonista il proposito di condannare “1984” di Orwell allo stesso destino. Già in “Tatuaggio”, Carvalho aveva detto di non essere tra coloro che quando sentono la parola “cultura” tirano fuori la pistola: “Io tiro fuori l’accendino”.

La cultura è per lui un contatto vivo, tattile con il mondo, è una full immersion nei suoni, negli odori, nei sapori, nella relazionalità diretta e corporea con tutto ciò che la cristallizzazione astratta delle idee operata dai testi letterari non è in grado di restituire. E la cristallizzazione in rituale ideologico e burocratico dell’esperienza resistenziale viva degli anni del franchismo da parte del partito comunista spagnolo, è ciò che porta anche al disincanto di questo romanzo, in cui gli eroi della rivoluzione sperata si ritrovano a vivere una parodia atrofica degli anni della lotta alla dittatura, dove ogni volontà di azione è soffocata dalle strategie di partito, dalla retorica parolaia degli intellettuali, dalla sete di potere. Dove gli schieramenti politici si confondono e perdono significato. E quando il Segretario generale del Partito, Fernando Garrido, viene assassinato, approfittando di alcuni secondi di blackout elettrico, da uno dei presenti alla riunione del comitato centrale, le indagini sull’omicidio sono affidate nientemeno che al commissario Fonseca, ex capo della polizia franchista, già feroce torturatore.

“Uno dei nostri difetti”, scrive Santos Pacheco, membro del Comitato esecutivo del Partito, “è la prepotenza, la fiducia cieca nella logica dei fatti e nella sua analisi, senza un distacco sufficiente: si cade, così, in un’alienazione militante che può atrofizzare il senso della realtà”. Ed è per questo che il Partito si rivolge a Carvalho, l’uomo il cui senso della realtà non si lascia atrofizzare, e lui lascia di malavoglia la sua Barcellona per indagare in una Madrid infestata dal traffico e dai pessimi ristoranti.

Nelle pagine risuona l’eco nostalgica degli anni ruggenti della persecuzione, della clandestinità, del carcere, anni che Montalbán ha realmente vissuto, quando l’etica del partito viveva della solidarietà militante, prima che la legalizzazione postfranchista facesse di esso un edificante simulacro pieno di nulla. Era quel contatto simbiotico con la realtà viva del paese il vero  patrimonio etico del Partito comunista spagnolo, un patrimonio dissipato nel desolante oceano di fascicoli e cartelle e ordini del giorno su cui si apre il romanzo. “Il giorno in cui dovessimo perdere quel patrimonio”, dice ancora Santos Pacheco, “saremo vulnerabili quanto qualsiasi profeta, inverosimili quanto qualsiasi profeta. E nel mondo attuale le masse odiano quei profeti che chiedono una tensione costante con la realtà”. Montalbán voleva un PCE che si riconciliasse con la realtà, che lasciasse più spazio ai Carvalho e meno ai Garrido, ma non è stato accontentato. 

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ESEGESI DELLA STRONZATA

by Gianluca Freda (28/06/2006 - 02:12)



A questo indirizzo trovate un classico articolo del filone “emergenza perpetua” che nei paesi occidentali ha lentamente sostituito quell’antidiluviano servizio pubblico che i nostri antenati chiamavano “informazione”. L’emergenza è la naturale evoluzione della cronaca nera e risponde a quella naturale esigenza umana di immaginare se stessi come intrepidi eroi esposti a minacce e pericoli incessanti, allo scopo di vincere la noia e sentirsi più vivi. Consapevoli di questa esigenza, i mezzi d’informazione hanno trasformato ogni evento della nostra vita quotidiana in un’anticamera dell’Apocalisse. Fa freddo? E’ emergenza freddo. Nevica? E’ emergenza neve. Fa caldo? E’ emergenza caldo. Piove? E’ emergenza pioggia. Li mandiamo tutti affanculo? E’ emergenza traffico.

E non parliamo delle notizie di cronaca. Se a Panecuocolo viene arrestato un pedofilo, ciò significa che il nostro paese pullula di maniaci, nascosti in ogni angolo, pronti a fare scempio della nostra prole. Se due fidanzati babbei fanno a fette la famiglia per fuggire insieme, è l’intera gioventù italiana ad essere additata come squallida generazione di sfaccendati senza dio da tornare a educare a suon di nerbate. Se una beccaccia muore di dissenteria a Pechino, ciò è il segnale che il fatale virus dell’influenza aviaria è pronto ad abbattersi sull’umanità, cancellandola dalla creazione.

Quando ero giovane e ingenuo credevo che pezzi giornalistici come quello appena citato servissero da semplice riempitivo per giornali e telegiornali in periodi di assenza di notizie degne di queste nome. Hai un buco a pagina dodici? Un bel pezzo a tre colonne dal titolo “Che afa fa!” e sei pronto per andare in stampa. Poi, dopo aver visto un po’ di Michael Moore e aver letto parecchi libri come questo (di cui ho riportato su questo blog alcuni estratti) mi sono reso conto che la paura, inculcata ad arte nelle persone dai mezzi d’informazione o da organi appositi (ad es. i servizi segreti) è un grosso business, serve a tenere i popoli in riga, a garantire stabilità ai governi, impunità ai corrotti, disinteresse verso gli intrallazzi. Chiunque abbia le capacità e i mezzi per diffondere e tenere alto nell’opinione pubblica il livello d’allarme necessario a facilitare le manovre di chi opera nella stanza dei bottoni, viene profumatamente retribuito.  

Il pezzo in questione è un classico nel suo genere. Talmente classico da farmi sospettare che lo ripropongano identico ogni anno con l’arrivo della canicola apportando solo lievissime varianti, come si fa con le edizioni critiche dell’Anabasi di Senofonte. Vediamo di esaminarlo nel dettaglio.

Innanzitutto la fotografia posta a commento: un energumeno che affonda la crapa pelata in una polla d’acqua, appartenente, presumibilmente, a una fontana pubblica di qualche zona del paese.


E’ una regola fissa: le grida di “emergenza caldo” sono sempre commentate dalle immagini di individui che pongono a bagno testa, piedi, mani o altre zone della carcassa in fontane pubbliche (così come, invece, i periodici allarmi invernali per il “gelo record” sono sempre commentati nei TG dal filmato, ormai ingiallito per la consunzione, dell’automobile che cammina lungo una strada innevata e all’improvviso – con terribile repentinità – compie uno scarto improvviso, slittando senza controllo sulla strada assassina). Perché questa scelta? Voglio dire: per offrire alla calura un commento visivo si potrebbe utilizzare la foto di un tizio che mangia un ghiacciolo, o che sorseggia un Campari davanti a un ventilatore o che infila la testa nel freezer per cercare sollievo, come faccio io che non ho il condizionatore. Allo stesso modo per commentare il freddo si potrebbe utilizzare la foto di un tipo che si scalda le mani alla stufa o che ingurgita un minestrone bollente.
Perché proprio le fontane pubbliche e l’auto che slitta? Perché il messaggio da fare arrivare all’utente non è “fa caldo” o “fa freddo”, cosa che l’utente, non vivendo su Saturno, sarebbe in grado di determinare da sé. Il messaggio è: “Non uscite. State rinchiusi. La vostra casa è un posto sicuro. Fuori, in strada, vi attende solo la morte per slittamento stradale o bollitura della cervice. E non parliamo se doveste imbattervi in un pedofilo o in una beccaccia impestata di aviaria, cosa che non si augura a nessuno. Non rischiate la vita inutilmente. Avete un governo che lavora per voi e un’alacre schiera di pubblici funzionari che provvedono alla vostra sicurezza. State tranquilli, chiudetevi dentro e non rompete troppo i coglioni”.    

Passiamo ora all’esegesi del testo.

“Da Bolzano a Lampedusa”: qui il messaggio è chiaro: potete scappare, ma non potete nascondervi. La canicola (o il gelo, o la neve, o la pioggia o l’orrenda beccaccia) vi prenderà e farà strazio di voi ovunque cerchiate di fuggire, dall’alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno. Chiudetevi dentro e guardatevi il MONTIALE ©. Al resto pensiamo noi.

“La morsa del caldo stritola la penisola”: notare il ricorso ad un’immagine retorica che fa uso di termini evocanti la tortura (morsa) e il trauma da schiacciamento (stritola). Il destinatario del messaggio vede affiorare dal proprio subconscio non le immagini, fastidiose ma familiari, di un pomeriggio passato a sorseggiare aranciata tiepida facendosi aria con un giornale, bensì i cruenti fantasmi di costole spezzate, arti incastrati nella porta dell’ascensore, suicidi nel metrò e tremendi strizzoni agli zebedei. Ciò che attende il temerario che osasse avventurarsi fuori casa non è una semplice, salutare sudata sotto il solleone, ma un calvario di sofferenza e macerazione corporea. Il messaggio è: vi farete tanto male. Restate in casa. E’ un consiglio da amico. 
     
“I consumi energetici schizzano in alto”: Si vuole qui rimarcare che l’Italia possiede ancora dei consumi energetici e che essi sono alti. Mica come un paese del terzo mondo qualsiasi. Siamo dei signori, noi! Grazie al nostro efficiente governo, noi abbiamo dei consumi. Energetici. E pure alti. Ché.

“Il governo allerta le Regioni”: viene qui sottolineata la straordinaria efficienza, competenza e tempestività del nostro governo, invidiataci dal mondo intero. Voi pensavate di avere un governo di gente di malaffare e mangiapane a ufo. E invece eravate in errore. Questi generosi individui si fanno in quattro per i loro cittadini. Immaginate che straordinario livello di professionalità: alla Protezione Civile è stata istituita un’apposita unità di crisi per la canicola che, alle prime impennate del barometro, incarica solerti funzionari di fornire, in tempi rapidissimi, ai governatori di ciascuna regione questa informazione di rilevanza esiziale: fa caldo. E a ciò si aggiunge l’immediata impartizione di un ordine che discende fulmineo per i gradini della scala gerarchica, trovando tempestiva esecuzione presso funzionari che hanno frequentato, all’uopo, un apposito corso di formazione della durata di sette anni. L’ordine è: vedete di fare qualcosa. Agli ordini signor Presidente! Ci allertiamo! Siamo in allerta! All’erta stiamo! Qualcuno chiami i Fantastici Quattro.

“Gli over 60 sono a rischio”: traduzione: non dite che non ve l’avevamo detto! Dovesse schiattarvi il nonno, noi vi avevamo avvisato, eh! Siamo efficienti e competenti, noi. Vostro nonno è un over 60? E’ a rischio! Vedete di fare qualcosa. Non pretenderete mica che la sanità pubblica possa sempre togliervi le castagne dal fuoco, branco di debosciati, un po’ di guerra vi ci vorrebbe, a voi…

“Gli italiani boccheggiano a Bari, Catania, Palermo, Roma e Venezia dove è stato dichiarato il livello di allerta 3”: io non so che livello di allerta ci sia qui in Toscana, ma posso garantire che nemmeno qui vedo gente che va in giro col cappotto. Il messaggio che si intende trasmettere è: il vostro governo è così efficiente e preparato che possiede – pensate! – ben tre differenti gradi di allerta. E forse anche di più! Su quali parametri sono fondati questi diversi livelli di allerta? A quali interventi sono correlati? Quanti sono questi livelli di allerta, in totale? Il livello 4, se esiste, a cosa corrisponde? Guerra Termonucleare Globale? Nessuno lo sa. Però fa tanto fico dire “è stato dichiarato il livello di allerta 3”. Vuoi mettere con “è ora di accendere i ventilatori”? E comunque, il livello di allerta 3 ha l’aria di essere una cosa seria. Non vorrete mica uscire di casa con un livello di allerta 3?

“I mezzi di informazione danno notizia di alcuni morti, ma il ministero della Salute invita a non attribuire i decessi all'afa con troppa precipitazione”. Qui entriamo di prepotenza nella fase in cui mi tocca (scusate) scrivere il resto di questa esegesi con una mano sola. Cosa significa quest’affermazione sibillina, che legittima i più vieti rituali scaramantici? Io la interpreto come un invito al rigore scientifico: “Quando camminerete in strade ricolme di cadaveri in decomposizione, non siate precipitosi: distinguete, con la massima acribia,  i morti di calura da coloro che sono deceduti per altri accidenti come incidenti d’auto, epidemia di vaiolo, bungee jumping e allergia al polline. Ricordate che su 30.000 cadaveri schiantati sul marciapiede, solo un terzo – al massimo – può essere attribuito a responsabilità e omissioni del vostro operoso governo. Il resto fa parte delle ordinarie statistiche. Se poi camminare in strade ricolme di cadaveri si rivelasse per voi un’esperienza non lieta, potete sempre restarvene a casa. Che è più sicuro. In che lingua ve lo dobbiamo dire?”.

“Per le persone anziane ultrasessantenni - si legge nel sito internet dell'esecutivo - le ondate di calore possono rappresentare "un vero e proprio rischio per la salute, qualora siano affette da gravi malattie croniche (cardiovascolari, tumori, respiratorie, diabete) e ancor più in presenza di condizioni socio economiche disagiate". 
Cioè: finché siete ultrasessantenni, accaldati e ammalati di tumore, pazienza. Potete ancora cavarvela. Ma se, oltre a tutto questo (che, sia detto senza ombra di rimprovero, è già fonte di fastidio per noi) siete anche senza un centesimo, beh, allora ve la siete proprio voluta.  

Infine, gli indispensabili consigli degli esperti:

1) Contatti con il proprio medico e con il Servizio Sanitario.  (Traduzione: se vi sentite male, chiamate il medico. Mi raccomando, non il ferramenta o il ristorante cinese “Drago di Giada”: il medico! Se non è chiaro, posso rispiegarvelo).
2) Bere 2 litri d’acqua al giorno. (trad.: beveteli tutti la mattina, subito, così per il resto della giornata vi siete tolti il pensiero).
3) Limitare le uscite e le attività fisiche nelle ore più calde (trad.: perché nelle ore più calde, fa più caldo. Se non ci fossimo noi che vi diciamo le cose…)
4) Vestire con abiti leggeri  (trad.: niente maglioni. Ripeto: meno male che ci siamo noi)
5) Pasti leggeri ricchi di frutta e verdura (trad.: fuori ci sono 45 gradi all’ombra, dunque quella scodella di brodo di rognone bollente di cui avete tanta voglia dovrà aspettare).
6) Rimanere, anche poche ore al giorno, in ambienti ventilati o condizionati.  (trad.: per amor di Dio, non accendete il caminetto!)

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LA STRONZATA DEL GIORNO

by Gianluca Freda (27/06/2006 - 00:50)













"[La guerra del 1999] ha impedito il massacro del popolo kosovaro. A quello sono serviti i bombardamenti su Belgrado" (Oliviero Diliberto - intervista di G. De Marchis su "la Repubblica" del 26 giugno 2006).

Queste, per dire, sono le dichiarazioni della "sinistra responsabile", quella che non uscì dalla coalizione e non fece cadere il primo governo Prodi nell'ottobre 1998.  Decine di migliaia di morti e interi territori resi inabitabili dall'uranio radioattivo. Tutto questo per combattere una guerra giustificata da "atrocità commesse dalle forze di Belgrado contro le popolazioni civili del Kosovo" che però non sono mai state riprese e non ne esistono immagini, se non quelle riprese a guerra finita. Permettete che io abbia, conoscendo gli americani, qualche lieve dubbio sulla loro autenticità e, soprattutto, sulla vera identità degli autori di quei massacri? Tuttavia la guerra in Kosovo un effetto positivo lo ha ottenuto: salvare la poltrona di Diliberto e dei suoi amici, a prezzo dell'ennesimo genocidio compiuto dagli americani. Ne valeva la pena.

Nota: come stronzata del giorno avrei potuto citare "Gli italiani fanno schifo" del leghista Speroni, inculato, come si meritava, dal risultato del referendum; se non fosse che ha parzialmente ragione, e basta guardarlo in faccia per capirlo.

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LA PAROLA ALLO SPONSOR

by Gianluca Freda (26/06/2006 - 20:18)


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L'ENNESIMO VENTESIMO

by Gianluca Freda (26/06/2006 - 19:46)

Le stupidate sull’11 settembre sono come le multe per divieto di sosta. Non fai in tempo a togliertene dai piedi una che il postino te ne consegna un’altra. La stupidata che si può leggere qui è l’ultima arrivata in ordine di tempo. Ho perso il conto di quanti “ventesimi dirottatori” ho sentito nominare in questi anni. Mi vengono in mente – citando a memoria – Lofti Raissi, Abdelghani Mzoudi e naturalmente Zakarias Moussaoui, tutti “ventesimi dirottatori” identificati a rate trimestrali, ma sicuramente me ne sfugge qualcuno. Questo tizio, Al-Nashimi, ha perlomeno l’immenso vantaggio di essere defunto, dunque non potrà smentire la propria partecipazione agli attentati né protestare con le autorità americane. Se solo ci avessero pensato prima. Ogni volta che sui media impazza la disinformazione, mi viene voglia di fare un po’ d’informazione corretta. Ecco un articolo di Frank Levi, il cui originale in inglese potete trovare qui.

AEREI, DIROTTATORI E AUTOMOBILI

Una prova delle bugie e della fabbricazione di prove contro i presunti dirottatori dell’11/9


Un’altra misteriosa vittima nello schianto degli aerei?

L’11 settembre del 2000, esattamente un anno prima che i Boeing di linea si schiantassero contro il World Trade Center e il Pentagono, un incidente aereo di dimensioni assai minori avvenne in Florida. Due piccoli aerei entrarono in collisione e uno dei due piloti (entrambi morti nell’incidente) era un uomo di nome Amer Bukhari, il cui nome apparve un anno dopo sulla lista dei passeggeri del Volo 11, il primo aereo a schiantarsi sulle Torri del World Trade Center.

L’indagine dell’FBI partì, come è facile immaginare, con l’esaminare le liste dei passeggeri in cerca di possibili sospetti, e tentando poi di rintracciare il loro domicilio e i loro movimenti anteriori all’11 settembre. Dalla lista vennero scelti alcuni passeggeri sui quali si concentrarono le indagini nei giorni immediatamente successivi all’attacco. Ecco i loro nomi:

* Mohamed Atta
* Adnan Bukhari
* Ameer Bukhari
* Abdul Alomari
* Amer Kamfar 

Con l’eccezione di Atta, che si presume aver ricevuto il suo allenamento al volo presso l’aviazione di Huffman, tutte queste persone sono (o erano) piloti sauditi residenti a Vero Beach, in Florida, in abitazioni molto vicine tra loro, in quanto:

- Abdul Alomari (e famiglia) e Amer Kamfer vivevano allo stesso indirizzo.
- Adnan Bukhari (e famiglia) era vicino di casa di Alomari.
- Ad Ameer Bukhari viene attribuito lo stesso indirizzo di Adnan.

Immaginatevi lo sconcerto dell’FBI quando si venne a sapere che Adnan Bukhari era ancora vivo, Ameer Bukhari era morto un anno prima e Abdul Rahman Alomari e Amer Kamfar erano entrambi vivi in Arabia Saudita. Non ci volle una grande immaginazione per capire che almeno quattro delle cinque persone del Volo 11 avevano rubato nomi e identità ad altre persone.

(Sarebbe facile dedurne che anche quella di Atta doveva essere un’identità fittizia, ma questo va oltre lo scopo di questo articolo.)

Ciò pose un problema ai nostri investigatori, perché è davvero difficile stabilire chi abbia utilizzato queste identità. Inoltre generò una domanda spinosa: che bisogno c’era di rubare tutte queste identità proprio a dei piloti? Non sarà che qualcuno stava cercando di creare l’illusione che i dirottatori avessero guidato gli aerei contro gli edifici?

 
Piloti scomparsi

Quasi ad avallare la versione ufficiale, Alomari e Kamfar partirono all’improvviso nelle due settimane precedenti agli attacchi. Bukhari aveva rimandato in patria la famiglia ma era rimasto nel nostro paese. Ancora una volta questa sembrerebbe essere più che una coincidenza alla luce del fatto che tutti i loro nomi erano sulle liste dei passeggeri. Secondo la CNN:

“Poiché le linee aeree saudite stanno eliminando gli ingegneri di volo dai loro equipaggi di tre membri, Richie ha detto che la compagnia nell’ultimo anno ha mandato i suoi ingegneri di volo in Florida per seguire corsi di pilota. Ha anche detto che alcuni ingegneri hanno portato a termine il corso, suggerendo che questo potrebbe spiegare perché alcuni di essi abbiano recentemente lasciato la zona di Vero Beach”.

Chiunque abbia davvero organizzato gli attacchi deve aver attentamente osservato i movimenti di queste persone e doveva essere a conoscenza del fatto che sarebbero tornate a casa poco prima dell’11 settembre 2001.


Immaginiamo una storia…

Era stato detto, a suo tempo, che i due Bukhari avrebbero preso a noleggio una Nissan Altima all’aeroporto di Logan e con quella sarebbero andati fino a Portland il giorno prima degli attentati. L’auto fu trovata abbandonata all’aeroporto di Portland. Al mattino i due avrebbero poi preso una coincidenza aerea per Boston (il volo US Airways 5930 delle 6.00) prima di salire a bordo del Volo 11.

Ma come per magia, un bel giorno la storia cambiò. Se cercate su internet “Nissan Altima” e “Atta”, troverete ora la notizia che erano stati Atta e Alomari a noleggiare la Nissan Altima all’aereoporto di Logan e a guidarla fino a Portland, dove avrebbero preso la coincidenza per Boston. Questa versione non ha alcun senso, poiché all’aeroporto di Logan era stata ritrovata una Mitsubishi bianca che si era detto fosse stata presa in affitto da Atta. Perché mai uno dovrebbe prendere a noleggio una macchina, abbandonarla all’aeroporto di Logan e poi affittarne un’altra per andare a Portland?

Diamo un’occhiata a come si è modificata la lista dei dirottatori:

Dirottatore originario          Nuovi dirottatori
  Mohamed Atta                       Mohamed Atta
  Adnan Bukhari                      Waleed Alshehri
  Amer Bukhari                        Wail Alshehri
  Abdul Alomari                       Abdulaziz Alomari
  Amer Kamfar                        Satam Al Suqami


Non è una straordinaria coincidenza che il passaporto di Satam al Suqami sia stato rinvenuto intatto a pochi isolati dal World Trade Center? A quanto pare, qualcuno aveva deciso di procurarsi un po’ di identità che non fossero così palesemente rubate, anche se alcune di esse sono ancora controverse.

L’affidavit dell’FBI

Questa piccola bugia riguardante l’auto ha però un effetto dirompente su queste altre prove.
A questo indirizzo trovate una copia scannerizzata dell’affidavit presentato dall’agente speciale James Lechner, in cui si rende conto di molte questioni importanti:

- Il contenuto della Nissan Altima
- Il contenuto del bagaglio di Atta che, guarda caso, non era stato caricato sulla coincidenza aerea.
- La telefonata fatta da un’assistente di volo in cui vengono indicati i numeri delle poltrone occupate dai dirottatori.

Sappiamo già che il legame tra Atta e la Nissan Altima è falso. Se Atta è davvero salito sul volo 11 a Boston, senza prendere la coincidenza, allora è probabile che anche la borsa abbandonata all’aeroporto sia un falso: contenuti in parte rubati, in parte inventati (ma alcuni di noi lo stanno dicendo da un sacco di tempo…). Possiamo concludere che, in questo caso, anche la telefonata dell’assistente di volo potrebbe essere un’invenzione?


Un bel modo di ringraziare…

Un impiegato della FAA (Federal Aviation Administration) di nome James Hopkins ha deciso di fornire un piccolo aiuto ricercando nel database della FAA i nomi di Adnan Bukhari e Mohamed Atta. E’ saltato fuori che un uomo di nome Bukhari aveva seguito un corso di sicurezza aerea all’Accademia della FAA (in Oklahoma) nel 1991 e 1998. Quando ha portato questi fatti all’attenzione dei propri superiori, è stato licenziato. Per fortuna è poi riuscito ad ottenere che il suo lavoro gli venisse restituito, ma questo è per dire quanto in certi ambienti questo Bukhari sia un argomento che scotta.      

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SCALFARI SU REPUBBLICA

by Gianluca Freda (25/06/2006 - 14:17)













LA NAVE COL NOCCHIERO IN GRAN TEMPESTA

di EUGENIO SCALFARI

Mentre il nostro giornale è già nelle edicole gli elettori cominciano a votare e continueranno fino alle ore 15 di domani. Ci auguriamo una discreta affluenza e soprattutto auspichiamo una netta vittoria del "no".

Le ragioni di questa scelta sono già state ampiamente illustrate nelle pagine di "Repubblica" da Pietro Scoppola, Gustavo Zagrebelsky e Andrea Manzella, sicché non avrei nulla da aggiungere ai loro argomenti se non elencarli per pura comodità di memoria.

1. Il testo di ottanta pagine che arruffatamente modifica cinquanta articoli della Costituzione infrange il dettato costituzionale che prevede (articoli 138-139) la possibilità di emendamento uno alla volta con votazioni disgiunte.

2. Il conferimento al "premier" di poteri pressoché assoluti a cominciare dallo scioglimento della Camera a suo piacimento.

3. L'annullamento dei poteri del capo dello Stato nella sua figura di suprema magistratura di garanzia costituzionale.

4. La riduzione del Parlamento a un ruolo di pura registrazione dei voleri del premier.

5. L'attribuzione alle Regioni di poteri esclusivi su materie della massima importanza come la sanità, la polizia regionale, l'istruzione.

6. Una ripartizione conflittuale dei ruoli della Camera e del Senato che disarticola e paralizza il potere legislativo.

Infine un sovracosto che aggraverà in misura insopportabile l'onere complessivo della struttura federale penalizzando soprattutto le regioni del nord più ricche e quindi più esposte agli effetti della tassazione. Non a caso questo aspetto del problema è quello che più preoccupa la Confindustria e i suoi associati che temono una permanente impennata della spesa corrente a danno degli investimenti e del debito pubblico già sotto tiro delle agenzie di "rating" e dei mercati.

Queste le ragioni per segnare "no" sulla scheda elettorale. Non si tratta d'impedire la nascita d'un sistema federale ma di bloccare la disarticolazione dello Stato, la paralisi decisionale e lo sfascio definitivo della finanza pubblica. Se si vuole riassumere in uno slogan il risultato della legge costituzionale oggetto dell'odierno referendum, esso non può che essere "meno Stato più burocrazia". Del resto che cosa potevamo aspettarci da un progetto uscito dalla mente di Calderoli?

Molti lettori mi hanno chiesto nei giorni scorsi se la vittoria del "sì" avrebbe come effetto la crisi del governo Prodi. Rispondo: se si trattasse solo di questo non me ne darei gran pensiero.

In realtà, se dovesse vincere il "sì" accadrebbe ben di peggio che una semplice crisi di governo. L'intero sistema politico italiano è pericolante e occorrerà un enorme sforzo per rimetterlo in piedi. La vittoria del "sì" gli infliggerebbe una mazzata definitiva per mandarlo all'altro mondo.

Temo che questo aspetto non sia ben presente alla mente di chi voterà oggi e domani e dei molti che non voteranno affatto. E temo soprattutto che non sia presente ai molti elettori del Lombardo-Veneto che con il loro "sì" penseranno di esprimersi in favore del federalismo e contro il centrosinistra.

Non è così e basta una semplice riflessione per capirlo. L'effetto politico d'una vittoria del "sì" indebolirebbe la coalizione dei partiti che sostengono il governo; metterebbe in moto le forze centrifughe latenti; renderebbe impossibile il già difficile compito di Padoa-Schioppa di raddrizzare i conti del bilancio e di rilanciare un'economia ferma da anni; spingerebbe l'Italia ai confini dell'Europa privandola di ogni capacità di presenza attiva.

Quanto al governo Prodi, esso resterebbe in carica come quel cavaliere che "andava combattendo ed era morto". I suoi oppositori non otterrebbero neppure questo risultato, sicché si avrebbero effetti negativi per tutti ed effetti positivi per nessuno. Io penso che uno scenario del genere sia da brividi per ogni cittadino, quali che siano le sue idee politiche; ma penso anche che quelli che avrebbero più da temere siano gli italiani "produttivi" e cioè i lavoratori dipendenti, i lavoratori autonomi, gli imprenditori d'ogni dimensione. Sono loro che hanno più da perdere, sono loro che sarebbero i primi ad essere travolti da una crisi di sistema.

Perché di questo si tratta, amici lettori: l'Italia è sull'orlo di una crisi di sistema; la vittoria del "no" non risolve quella crisi ma dà tempo al governo di tentarne il superamento; la vittoria del "sì" spalancherebbe una voragine sotto i piedi del paese, cioè di tutti, nessuno escluso.

I leader dei due schieramenti ne sono perfettamente consapevoli e proprio per questo tentano, da entrambi i fronti, di limitare le conseguenze d'una propria vittoria. Tutti si affannano a dichiarare che dopo il voto si potrà e si dovrà negoziare con l'altra sponda per dar vita ad una modernizzazione costituzionale condivisa.
Lo dicono perché sanno che siamo alla crisi di sistema, allo sfarinamento del sistema. Politico, economico, sociale, morale. Lo sanno ma non lo dicono. Non lo dicono per non spaventare la gente, per cloroformizzare l'opinione pubblica. Per poter proseguire i loro mediocri rituali e la loro mediocre gestione d'un potere sempre più evanescente.
Ma si tratta d'un esorcismo inutile perché la realtà è ormai senza veli e non c'è artificio retorico che possa nasconderla.

* * *

Volete degli esempi? Esempi capaci di delineare la vastità della crisi di sistema? Immagino che ogni cittadino pensante sia in grado di veder da solo questa scempia realtà, ma qualche caso esemplare può aiutarci.

C'è stata pochi mesi fa la crisi d'una delle più stimate istituzioni italiane: la Banca d'Italia. Un governatore in combutta o plagiato da uno stuolo di faccendieri di bassissimo conio. Finito sotto inchiesta giudiziaria. Alla fine costretto a dimettersi. Un fatto simile non si era mai verificato. La classe politica è stata incapace di risolvere il problema. L'ha risolto la magistratura. Con l'ausilio delle intercettazioni telefoniche.

Erano passate solo poche settimane ed è scoppiata la crisi del calcio, in incubazione da anni, perfettamente nota a tutti gli addetti ai lavori.

Badate, non si tratta solo d'un gioco, di ventidue uomini in mutande che corrono dietro a una palla, come dicono gli snob sopraccigliosi e sputasentenze. Il calcio è il mondo dei sogni d'una moltitudine, è la principale appartenenza sentita dal popolo. Più della patria, più della classe, più della politica, più della religione. Può piacere o no, ma questa è la realtà.

Ebbene, questa realtà è andata in pezzi. Era un trucco. C'era una "cupola". C'era un'omertà generale. Gli scudetti erano fasulli. Il divismo era fasullo. I bilanci delle società erano fasulli. L'immensa macchina del gioco era tenuta in piedi dall'imbroglio. Il presidente della Federcalcio era colluso con la "cupola" per ottenere la sua rielezione. Il conflitto d'interessi era generale.

Alla fine è intervenuta la magistratura, con l'ausilio delle intercettazioni.

Ancora poche settimane. Scoppia a Bari lo scandalo della Sanità. Il governatore della Puglia scambiava danaro contro danaro. Veniva aiutato con imponenti sostegni per la sua campagna elettorale e dava in contropartita concessioni e convenzioni miliardarie al re della sanità privata, a spese della Regione da lui presieduta. Favoriva con danaro pubblico un vescovo che gli procurava i voti delle suore in violazione plateale del Concordato.

Tutti lo sapevano, nessuno parlava. È dovuta intervenire la magistratura. Con l'ausilio delle intercettazioni.

Sorvolo su un altro caso che ha al suo epicentro l'ultimo discendente balordo di un'antichissima dinastia e il più stretto collaboratore di un uomo politico che è stato per anni vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri del nostro paese.

Sorvolo perché la materia è miserabile. Ma è terribilmente esemplare. Soprattutto per gli aspetti meno rilevanti dal punto di vista penale ma rilevantissimi dal punto di vista del costume. Si è visto e saputo che la nostra maggiore azienda culturale e informativa è al tempo stesso un bordello riservato ai deputati e ai vip dei gabinetti ministeriali.

Tutti sapevano. Che male c'è? Hanno risposto gli interpellati. Che male c'è? Lo fanno tutti. È dovuta intervenire la magistratura, con l'ausilio delle intercettazioni.

Adesso tutti si scagliano contro l'uso e l'abuso delle intercettazioni e attaccano i giudici per scarsa credibilità. Forse hanno ragione. Ma non c'è uno, uno solo degli uomini di potere che vogliono obbligare al silenzio gli intercettatori che si scagli contemporaneamente e con lo stesso vigore contro coloro che hanno tradito la fede pubblica e la loro stessa eventuale buona fede. Si depreca la supplenza della magistratura, ma che cosa ha fatto la politica per riempire il vuoto che ha reso necessaria quella supplenza?

Nulla. Non ha fatto nulla. La politica, soprattutto la pessima politica degli antipolitici, ha cercato di imbiancare i sepolcri e basta. Fini non ha ancora licenziato Sottile. Ruini non ha detto una sola parola sul vescovo di Lecce che portava le suore a votare per Fitto e otteneva nel frattempo il finanziamento degli oratori diocesani. Il ministro delle Comunicazioni e il consiglio d'amministrazione della Rai non hanno speso una sola parola sul bordello ambulante all'interno dell'azienda pubblica.

"Troncare, sopire, sopire, troncare". E' questa la regola? E ancora. Per evitare che il sistema affondi, che la corruzione dilaghi, che il racket si diffonda come una piovra, che le istituzioni operino sempre più come patrimonio privato del re e dei suoi vassalli, valvassori e valvassini; per impedire il corrompimento definitivo della società in tutte le sue componenti, per perseguire gli evasori fiscali, per ridare slancio e speranza ai lavoratori e alle imprese, fiducia ai mercati, innovazione e cultura; ci vorrebbe un governo che governi.

Ma il governo è purtroppo alle prese con una maggioranza che al Senato conta solo due voti. Con partiti divisi tra di loro e al proprio interno. Con un pullulare di Ghini di Tacco. Anzi, di Ghinetti di Tacco. Basta che un senatore eletto da cittadini residenti all'estero voglia assentarsi per una settimana al mese perché le Camere votino un calendario che prevede solo tre settimane di lavoro parlamentare su quattro. Mentre un altro senatore, voglioso di presidenze, si fa eleggere col voto dell'opposizione.


Né sta meglio il centrodestra. Il quale, responsabile in solido dello scatafascio del Paese, si mantiene compatto solo perché animato dalla speranza di riacciuffare il potere entro poche settimane o pochi mesi, per lacerarsi subito dopo come prima ricominciando comunque alla rioccupazione delle istituzioni.

Questo è il quadro, amici lettori. O almeno questo è il mio quadro. Spero d'esser troppo pessimista, ma i dati di realtà voi li avete sotto gli occhi quanto me.
Malgrado tutto di una cosa sono certo: Prodi e la sua squadra sono persone competenti e perbene. Ce la possono fare. Forse sono i soli, oggi come oggi, che ce la possono fare.

Anche per questo vado a votare "no". Per mantenere una "chance" nelle loro mani. Se poi non sapranno utilizzarla o se ne saranno impediti dai loro stessi alleati Ghini di Tacco, allora vadano anch'essi a Male Bolge e saremo "nave senza nocchiero in gran tempesta". Non sarebbe la prima volta purtroppo nella storia inutilmente millenaria di questo Paese.

(25 giugno 2006)

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OCCHIO ALLE BUCHE

by Gianluca Freda (24/06/2006 - 00:11)



Non so se vi rendete conto...
Questo paese ha già le strade più disastrate d'Europa, e ora, grazie agli sperperi e alle fanfaronate del governo Berlusconi, non avrà più nemmeno quattrini sufficienti a curare l'ordinaria amministrazione. Se prima avevamo strade piene di buche e autostrade senza corsie d'emergenza ora avremo sentieri andini e mulattiere alle quali nessuno sarà più in grado di garantire manutenzione. Abbiamo la benzina più costosa d'Europa, le assicurazioni con i premi più alti, le autostrade più care, tasse automobilistiche succhiasangue, multe che sono diventate ormai una voce vitale dei bilanci comunali; e dopo aver pagato tutto questo dovremo brancolare con circospezione e a velocità di lumaca - sempre che desideriamo arrivare alla vecchiaia - in quella specie di Parigi-Dakar che sta per diventare la nostra rete stradale. Una rete che, da oggi, sarà sempre più abbandonata a se stessa per mancanza di fondi. In questa situazione - che è incredibile, incredibile, incredibile - la gente sta ancora lì a cianciare di linee ad alta velocità e ponti di Messina.
A belli, sveglia che è l'alba! Non ci sono rimasti nemmeno i soldi per tappare le buche, altro che ponti! E per quanto riguarda l'alta velocità, io mi sarei accontentato di poter viaggiare agli ottanta all'ora sulla Salerno-Reggio Calabria senza finire fuori strada. Ma no, era una pretesa troppo misera e banale per un paese prestigioso come il nostro. E tutti a ciarlare dell'incremento del turismo derivante dal ponte sullo stretto, della necessità di collegare il nostro paese all'Europa grazie al mirabolante progetto della TAV...
E io, umile e banale, domandavo: ma non si potrebbe pensare prima alle cose più urgenti, tipo un sistema di autostrade che in quarant'anni non è praticamente migliorato di una virgola? Tipo l'ammodernamento della rete ferroviaria già esistente? Tipo qualche carrozza dei treni con l'aria condizionata e senza piattole sui sedili? E ogni volta che lo domandavo, pronta e saggia, arrivava la sagace risposta: "una cosa non esclude l'altra".

Sì, invece, che la esclude, cari i miei viveur, perchè i soldi non crescono sugli alberi e non sono infiniti, soprattutto in Italia. Avventurarsi in progetti faraonici, ben sapendo che non esisteva la copertura non dico per portarli a termine, ma nemmeno per andare molto al di là della posa della prima pietra e del taglio del nastro inaugurale, significava precludersi anche la possibilità di provvedere a progetti meno vistosi, ma vitali per gli spostamenti quotidiani. L'Italia è sempre stata una fogna di paese, ma ora sta per diventare una fogna senza via d'uscita, senza scarichi, con tutti i tombini che permettevano un tempo di fuggire all'esterno associati a scalette impraticabili. E la gente, con la merda che gli arriva ormai al mento, agita giubilando le bandierine tricolori alla quadriennale troiata pallonara che, puntuale come la morte, arriva a infestare le nostre estati. La bandierina e il braccio che la agita sono l'unica cosa che ancora emerge dai liquami che hanno ormai sommerso ogni angolo del belpaese.
Spero che qualcuno, quella fottuta bandiera, gliela strappi al più presto dalle dita. Magari si guarderanno intorno e capiranno che è arrivato il momento di utilizzare le braccia in modo più proficuo, ad esempio per cominciare a nuotare.

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ARROGANZA NAZIONALE

by Gianluca Freda (23/06/2006 - 20:37)



di Marco Lillo  (dal settimanale L'Espresso)

La moglie, il fratello, la cognata e il segretario di Gianfranco Fini. Tutti nel business della sanità. Finché non scoppia una lite per soldi e palazzi

Nella hit parade delle intercettazioni celebri sta per balzare in testa alla classifica Daniela Di Sotto. Al confronto il ritornello sui "furbetti del quartierino" del vecchio Ricucci impallidisce. La moglie di Gianfranco Fini incide il suo hit sul nastro della Polizia di Potenza alle ore 20 del 19 aprile 2005: «Io sono andata a sbattermi il culo con Storace». Scioccato da tanta schiettezza, il pm Henry John Woodcock ha piazzato su questa frase un omissis. "L'espresso" invece la pubblica integralmente perché è significativa per capire gli affari di rilevanza pubblica di cui parlano al telefono Daniela Fini e il segretario di suo marito Francesco Proietti, detto Checchino, oggi deputato.

A differenza delle altre nove volte nelle quali la moglie e il braccio destro dell'ex vicepremier ricorrono alla stessa parola nel corso della telefonata, qui non c'è omissis che tenga. Lo "sbattimento" di Daniela con Storace ha prodotto una convenzione per la clinica della famiglia Fini. Secondo il pubblico ministero Henry John Woodcock: «Francesco Proietti e Daniela Di Sotto (nome da nubile della signora Fini, ndr) fanno esplicitamente cenno all'interessamento profuso dalla Daniela Di Sotto presso Francesco Storace - all'epoca dei fatti presidente della Regione Lazio - affinché la clinica Panigea operasse in regime di convenzione l'esecuzione di esami clinici (Tac e risonanza magnetica) particolarmente costosi». Attenzione ai tempi: la richiesta di convenzione della Panigea porta la data dell'11 febbraio, il parere favorevole della Asl è del 14, la delibera della giunta (che due mesi dopo andrà a casa) è del 18, alla faccia della burocrazia regionale.

La telefonata intercettata è dell'aprile 2005. Daniela Fini e Proietti dovrebbero brindare per i futuri incassi e invece sono infuriati perché a beneficiare della convenzione prodotta dallo "sbattimento" non saranno loro due ma il loro socio di maggioranza. Si chiama Patrizia Pescatori e non è un socio qualunque: è la cognata di Gianfranco Fini. Patrizia Pescatori ha sposato Massimo Fini, un dottore che lavora dal 1986 per la Tosinvest di Giampaolo Angelucci (il re delle cliniche finito ai domiciliari in un'altra indagine dei pm di Bari lunedì scorso). Massimo Fini è il direttore sanitario dell'Istituto San Raffaele, la struttura più importante del gruppo Tosinvest che ha ceduto alla fine degli anni Novanta a sua moglie il centro Panigea, mantenendovi una piccola quota simbolica. La società che gestisce il Panigea (Poliambulatorio Cave Srl) fatturava nel 2004, già prima di avere l'accreditamento, ben 2 milioni e 300 mila euro all'anno. Più piccola invece la seconda struttura della premiata ditta Daniela&Checchino: la Emmerre 3000 srl. Si tratta di un centro fisioterapico che ha visto esplodere il suo fatturato dai 30 mila euro del 2002 ai 540 mila del 2004. Anche in questo caso l'accreditamento è arrivato grazie alla giunta Storace. Il centro infatti lo aveva perso a causa del crack della società che ne era titolare. La Asl Roma C ha però espresso parere favorevole al trasferimento dell'accreditamento dalla fallita alla società dei Fini (MR 3000 Srl) il 14 marzo 2003.


Nonostante gli affari vadano a gonfie vele per entrambe le società, le cognate litigano e vogliono separare le loro strade. I magistrati di Potenza descrivono così la situazione: «Socio di maggioranza del poliambulatorio Panigea è Patrizia Pescatori, la quale, al fine di acquisire l'intero controllo della struttura, propone di scambiare la quota da lei posseduta in Emmerre con le quote possedute da Daniela Fini e da Francesco Proietti in Panigea». Daniela e Checchino vogliono liberarsi della cognata ma «non intendono dismettere le loro quote in Panigea, investimento che ritengono particolarmente vantaggioso. Dal 2003, pur non comparendo ufficialmente quali soci, Proietti e Daniela Fini avrebbero investito in Panigea 100 mila euro pro capite, quota il cui valore sarebbe destinato a rivalutarsi nel tempo, proprio grazie al volume d'affari generato dalle prestazioni sanitarie effettuate in regime di convenzione». A mettere zizzania tra i due rami dei Fini è proprio la convenzione. Daniela si rammarica di avere faticato tanto per portare quattrini a una società nella quale è in maggioranza la cognata: «Lo sai qual è stato il nostro errore? Quando sono andata a sbattermi con Storace bisognava fare un'altra società a cui intestare le convenzioni della risonanza e della Tac». Che fare? Vendere no. «E che, ora che diventa il pozzo di San Patrizio te la do? 'A bella...!», dice Daniela parlando della cognata.

A complicare ulteriormente le cose, secondo i pm di Potenza, arriva «un nuovo vantaggioso affare di cui Proietti è stato l'abile e occulto regista, ovvero l'acquisto, ad un'asta giudiziale, della struttura in cui è ubicata la Emmerre». Il prezzo basso per il valore effettivo dello stabile (un milione e 150 mila euro) è stato sostenuto con un mutuo da Daniela e Checchino che ora non vogliono assolutamente spartirlo con la cognata. Insomma il classico intreccio di soldi e parenti nel quale chiunque metta il dito rischia di farsi male. Saggiamente Gianfranco Fini se ne tiene alla larga. Per il pm Woodcock il leader di An è all'oscuro di tutto. Comunque in un'intercettazione Daniela dice a proposito della questione dell'immobile: «Gli ho fatto vedere il foglio a Gianfranco. Dico: "Io ho tirato fuori 'sti soldi, e a te non t'ho chiesto niente. Perché tu mi hai detto "non mi mettete più in mezzo". Ok. Però tu sappi che se tiri fuori mille lire per tuo fratello, andiamo a litigare io e te. Secondo poi, mi sono rotta il cazzo che la gente c'ha le cose quando pagano gli altri». Il culmine della tensione si tocca quando l'amministratore della Panigea, Marco Bertucci, convoca l'assemblea con la cognata senza avvertire Daniela che si infuria: «Gli ho detto: Marco, tu vai a rubare a casa dei ladri. Ricordati che l'unica università che ho conosciuto io a differenza di te, è quella della strada, hai capito?». Proietti con involontaria ma esilarante ironia corregge: «Quella del marciapiede». Lei presa dal discorso conferma sempre più arrabbiata: «Esatto. Io ho conosciuto quella di università e con quella io ti spacco il culo!».

Anche le nuove leve fanno la loro apparizione. La figlia di Gianfranco Fini sponsorizza l'amico del cuore. Mamma Daniela prima pensa a farlo assumere come portantino da Giampaolo (probabilmente Angelucci) poi Francesco Proietti tira fuori dal cilindro una soluzione: «Alle Poste. Lo posso fa piglia' subito tre mesi per tre mesi con la società interinale e poi lo faccio assumere direttamente». Ma il ragazzo inspiegabilmente rifiuta. Checchino lo chiama sorpreso: «M'ha chiamato Susan, la segretaria dell'amministratore delle Poste, Massimo Sarmi. Mi ha detto che ti hanno chiamato e tu gli hai detto che avevi un altro lavoro, è vero?». «Mica le Poste», risponde l'amico della figlia di Fini, «un'agenzia di lavoro interinale, Obiettivo Lavoro, mi ha chiamato. E io gli ho detto no che sto aspettando una chiamata per lavoro a tempo indeterminato». Il ragazzo è poco sveglio o fa il difficile. Comunque Proietti non si dà per vinto: «Richiamo per andare a parlare con l'amministratore delegato».

Per i magistrati di Potenza «non v'è dubbio che le vicende in esame, sia per ciò che riguarda la convenzione con la Regione Lazio, sia per ciò che riguarda più specificamente i rapporti societari tra Proietti e Daniela Fini, i loro prestanomi e gli altri soggetti interessati alle società impongono un particolare ulteriore approfondimento investigativo». E chissà che non si muova anche l'Antitrust. La legge sul conflitto di interessi imponeva a Daniela Fini di dichiarare le sue società per vigilare sul conflitto di interessi con il marito. A "L'espresso", risulta che abbia dichiarato solo la Davir Srl, società che ha comprato tra maggio e giugno le quote di Panigea (10 per cento) e Emmerre (44 per cento). Eppure Daniela Fini si sentiva padrona ben prima. All'amministratore che non la considerava socia di Panigea replicava: «Che cazzo vuol dire che io non ho le quote? Oh! Non ce le ho intestate, che è differente. Non è che non ce l'ho».





Nella foto in alto: Daniela Di Sotto in Fini nella tradizionale tenuta accademica della Facoltà di Scienze del Marciapiede dell'Università della Strada di Castel Porziano. Qui a fianco: alcune allieve del prestigioso istituto durante una seduta di laurea.

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by Gianluca Freda (22/06/2006 - 21:10)




Il Manifesto è in guai finanziari piuttosto grossi. La libertà d'espressione costa e trentacinque anni di libertà (e di rifiuto di dipendere dagli inserzionisti pubblicitari) hanno ridotto il quotidiano di Via Tomacelli sull'orlo del baratro economico. Per amor di Dio, sostenetelo. Abbonatevi. Compratelo. Noi bloggisti non siamo ancora pronti per essere degni sostituti di un simile monumento all'informazione libera.

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MA AL QAEDA ESISTE DAVVERO?

by Gianluca Freda (22/06/2006 - 19:22)














(tratto dal libro Il mercato della paura, dei giornalisti di Repubblica Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, Einaudi, pp. 356, euro 15,50)


Marginalizzata la figura di Osama bin Laden, il terrorismo è oggi un’ideologia e non un metodo. Al Qa’ida una presenza metafisica. Ovunque presente come un’ombra e un incubo, buono alla fine soltanto per sostenere la tensione; di tanto in tanto manutenere la paura, incastrare la società in uno stato di mobilitazione permanente. Dopo quattro anni che cosa sappiamo davvero di Al Qa’ida? Che cosa è? Qual è la sua struttura e organizzazione e leadership? Quali sono oggi le forme di reclutamento? Esiste davvero un’organizzazione chiamata Al Qa’ida? Se esiste come agisce, come comunica e chi sul campo la guida? Come si sfugge alla tentazione di evocarne la presenza a ogni strage con il risultato di renderla più inafferrabile ed emotivamente invasiva, impedendocene di fatto la comprensione e contrastando ogni efficace politica di contrasto e aggressione?
La verità è che ne sappiamo meno di prima, meno della fine degli anni Novanta, meno dell’11 settembre. Al Qa’ida – la comprensione di Al Qa’ida – è stata travolta da un’ondata di disinformazione, di cinico utilizzo in Occidente – come nel moderno islam radicale – di quello spauracchio per tutt’altri fini, per sollecitare un’isteria patriottarda o, all’ombra del Corano, l’amore per la morte e il sacrificio, l’odio per i “crociati”. Abbiamo imparato a pensare ad Al Qa’ida come a un’organizzazione terroristica internazionale strutturata in “cellule” dislocate in Occidente come nodi di una rete; piccoli invisibili nuclei combattenti formati da pochi uomini, pronti a distruggere e uccidere al solo annuncio di un proclama via e-mail. Ma è così davvero? E’ così o quel che ripetiamo è soltanto una semplificazione, uno stereotipo? In realtà, osserva Jason Burke (1), ancora non sappiamo nemmeno dare un significato alla stessa parola Al Qa’ida.  E, quel che più conta, non ne conosciamo la natura, la storia, l’organizzazione, i metodi, i contatti, le protezioni. Burke raccoglie, a questo proposito, un episodio illuminante.
Jamal al Fadl è la principale fonte della squadra dell’Fbi che indaga sul primo assalto alle Torri Gemelle (1993). E’ un sudanese. Ha grattato qualcosa al tesoro dell’organizzazione e se l’è data a gambe offrendosi a uno stuolo di agenzie di sicurezza mediorientali, prima di essere arrestato dagli americani nel 1996. Quando appare al banco dei testimoni nel processo “Usa versus Osama” ha tutto l’interesse a esagerare il suo ruolo, eppure i suoi verbali d’interrogatorio sono la fonte della quasi totalità delle analisi di ieri e di oggi sulla formazione di Al Qa’ida nel 1989. Una nascita che è stata messa in discussione proprio da quel processo.

Diciannovesima seduta. Un agente dell’Fbi fornisce alla Corte i particolari di un interrogatorio cui egli ha sottoposto Khalfan Lhamis Muhammad, uno degli attentatori del 1993 alle Torri. L’accusa deve dimostrare che i membri di Al Qa’ida dichiarano fedeltà all’organizzazione, e non a bin Laden, con un bayyat, un giuramento. Prima domanda del pubblico ministero:

PM: Avete chiesto a Muhammad se avesse mai sentito la parola bayat?
FBI: Sì, glielo abbiamo chiesto.
PM: Che cosa ha risposto?
FBI: Ha detto di no.
PM: E gli avete chiesto della parola Al Qaeda?
FBI: Sì.
PM: E lui che cosa ha detto?
FBI: Ha detto che Al Qaeda era una formula per quel che loro facevano, parlando dell’attentato.
PM: E gli avete chiesto se avesse sentito parlare di un gruppo chiamato Al Qaeda?
FBI: Sì.
PM: E che cosa ha risposto?
FBI: Ha affermato che non aveva mai sentito parlare di un gruppo chiamato”Al Qaeda”.  (2)


Muhammad pensa che Al Qa’ida sia una tattica, un modo, una condotta. Ancora nel 2001, un ex militante, intervistato dalla ABC diceva di non riconoscere il nome dell’organizzazione nonostante avesse passato otto mesi nei campi diretti dagli aiutanti di bin Laden. Almeno una volta, aveva anche visto lo “Sceicco”.
“Mai sentito il nome di Al Qa’ida”, affermò.
Nonostante l’indeterminatezza della formazione, addirittura della sua esistenza in quanto tale, al Qa’ida è diventata ed è ancora oggi una cosa. E’ molto utile che la minaccia per le nostre esistenze venga da uno  e da una cosa, da un gruppo e da un uomo che lo comanda. Tranquillizza e concede altri buoni vantaggi per ospiti inattesi. Qualunque Dittatore o Governo autoritario nel mondo che lotta (o finge di farlo) contro il Barbuto Cattivo può trovare un posticino sul carro dei Buoni. E’ necessario un comodo e agevole passo: sostenere che il nemico personale è amico e alleato del Cattivo. S’afferrano due piccioni con una sola fava. Anche il governo più impresentabile può sedere alla tavola dei Buoni e, per di più, sbarazzandosi nel cortile di casa di ogni opposizione. Poco male se in questo modo Al Qa’ida è dovunque e da nessuna parte. Evanescente e multiforme. Incomprensibile. Il gioco lo conoscono tutti, ma nessuno ha convenienza a smascherarlo.






1  Caporeporter del settimanale londinese “The Observer” e autore di Al Qaeda, la vera storia, Feltrinelli, Milano, 2004. “Al Qaeda viene dalla radice araba qaf-ain-dal. Può indicare una base – come in “campo base” o nel senso di “sede” – un fondamento, come quello che sta sotto un edificio, o un piedistallo che sostiene una colonna. Può significare lo strato più ampio di una nube del tipo chiamato cumulonembo. E, fondamentalmente, può anche indicare un precetto, una norma, un principio, una massima, una formula, un metodo, un modello”, p. 21.

2    Jason Burke, Al Qaeda, la vera storia, op. cit., p. 26.


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NOTIZIE IN BREVE

by Gianluca Freda (20/06/2006 - 21:28)













Come ci hanno (quasi) fregato il 10 aprile

Le schede bianche sono state lestamente trasformate in schede con il voto di Forza Italia da funzionari elettorali compiacenti e istruiti all'uopo. Lo sostiene il romanzo Il broglio (Aliberti Editore), già segnalato su questo blog; lo confermano amici e parenti che si sono trovati a fare gli scrutatori in vari seggi elettorali; e una conferma ulteriore sembra venire da questa incredibile notizia. Comincio a pensare anch'io - come molti avevano sostenuto nell'immediato dopo-elezioni - che la truffa elettorale sia stata un misto di broglio elettronico e di buona, vecchia manipolazione cartacea. Questo spiegherebbe, tra l'altro, perché Berluschione ci tenga tanto a ricontare le schede. Sa bene che, con le schede bianche divenute per incanto voti del suo partito, un riconteggio potrebbe - con un po' di fortuna - anche colmare i famosi 25.000 voti di scarto e ribaltare i risultati elettorali. Resta da capire chi e come abbia vanificato il delittuoso progetto del nano di Arcore e, soprattutto, perché diavolo la sinistra italiana continui a tacere ai cittadini quello che certamente sa.

Le solite bestie israeliane.

Un altro missile lanciato sulla folla. Altri bambini ammazzati. Altre famiglie distrutte. Altri palestinesi mutilati e uccisi. Da oggi tengo il conto. Al primo kamikaze palestinese che si fa saltare in aria in un bar o a una fermata dell'autobus, guadagnandosi ondate di sdegno peloso sulle prime pagine dei giornali occidentali, tiro fuori le cifre dei palestinesi ammazzati in sordina dal libero stato d'Israele in discreti trafiletti di ottava pagina.

Nuovi mostri

Anche se per il momento non vi dice nulla, tenete presente questo nome: Abu Hamza al Muhajir. Ne sentirete parlare sempre più spesso in futuro. Chi è? E' il nuovo cattivo virtuale inventato dagli americani per sostituire Al-Zarqawi, che gli sceneggiatori del Pentagono hanno dovuto recentemente far morire per risollevare (sia pur di poco e temporaneamente) la popolarità di George W. in vista delle elezioni di medio termine che si terranno quest'autunno. Abu Hamza al Muhajir è il babau che servirà da giustificazione ai massacri e alle torture che gli americani compiranno in Iraq nei prossimi due anni. Poi, probabilmente, gli autori della fortunata serie "Democrazia per tutti" lo faranno catturare dai marines o ammazzare in un bombardamento aereo in vista delle presidenziali del 2008, e un nuovo attore entrerà in scena. Nel frattempo godetevi la sua splendida performance di cattivo. Il suo esordio, con i poveri soldati americani ammazzati, mutilati e imbottiti di esplosivo, è stato fulminante. Roba da battere in popolarità perfino il dottor Hannibal Lekter.  

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ARRIVA BUSH A VIENNA...

by Gianluca Freda (20/06/2006 - 18:25)

... e ci sono già undici arresti. E Bush non è ancora arrivato. E la manifestazione, quella vera, non è neppure iniziata. Invio agli amici viennesi, che si sono incaricati di rendere il soggiorno del Führer americano il più disagevole possibile, tutta la mia solidarietà, non potendo essere presente di persona. A Bush dedico il più svettante dei miei diti medi, anche se è poco. Ci sono momenti della vita in cui vorrei avere un dito medio alto quanto una delle Twin Towers.



Dimostranti davanti alla cattedrale di S. Stefano.

Attivisti Verdi austriaci vestiti da prigionieri di Guantanamo.

Il solito falso allarme-bomba.

Manifestanti dietro ad alcuni bidoni di democrazia americana. Lo striscione dice: "Da queste mani gronda sangue".

I sacri valori morali di Faccia-Di-Merda.


  

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GIUSTIZIA CLEMENTE

by Gianluca Freda (19/06/2006 - 23:44)



Dunque, l’esordio dell’Homo Ceppalonis come ministro della giustizia (a parte la grazia a Bompressi, che è stata una gradita sorpresa) è avvenuto con la richiesta di un’amnistia per tutti i reati, esclusi – bontà sua – “ i reati gravi, come quelli di mafia e pedofilia”.  E va bene. Si tratta, com’è ovvio, di una pura esposizione di nobili intenti, visto che per varare un’amnistia non basta una volonterosa dichiarazione del ministro competente, ma occorre (dal 6 maggio 1992) un più prosaico voto di maggioranza qualificata: due terzi degli eletti per ciascuna camera, cioè 440 deputati su 660 e 220 senatori su 330. Maggioranza qualificata che l’Unione è ben lungi dal possedere. Ma non fossilizziamoci su queste quisquilie. Perché porre limiti alla fantasia? Immaginiamo che l’Homo Ceppalonis sia in grado di varare l’agognata amnistia già da domani mattina. A questo punto sorgono spontanee alcune domande. Primo: a che serve varare un’amnistia se prima non si abrogano leggi come la Cirielli (che prevede l’inasprimento delle pene per i recidivi) e la Fini (che inasprisce le pene per il possesso di sostanze stupefacenti)? Senza l’abrogazione di tali leggi l’affollamento carcerario non calerebbe di una virgola e l’amnistia sarebbe inutile. Sempre che, ovviamente, scopo dell’amnistia sia quello di ridurre l’affollamento carcerario. Secondo: va benissimo escludere i reati di mafia dall’amnistia  - chissà i parlamentari dell’UDC, il cui voto in aula sarebbe determinante per l’approvazione del provvedimento, come sarebbero felici di contribuire… - ma che ci azzecca la pedofilia?
Intendiamoci, non è che i reati di pedofilia mi sembrino di poca gravità. Ma qual è la loro reale incidenza sul totale dei reati di questo paese e, dunque, il loro contributo al peggioramento della qualità della vita di ciascuno di noi? Io credo che le mie figlie abbiano probabilità infinitesime di imbattersi in un pedofilo che rovini loro la vita, e comunque un pedofilo si può sempre provare a tenerlo a bada. Viceversa, le mie figlie hanno una probabilità altissima (anzi, direi la certezza matematica) di imbattersi in un concorso pubblico truccato, in funzionari pubblici corrotti o incapaci di fare il loro mestiere, in un barone universitario che ostacoli la loro carriera, in un vicino di casa evasore che aggravi il loro carico fiscale, in un capufficio prodigo di avances mai richieste (ma tollerate dalla cultura dominante), in un palazzinaro abusivo, in un poliziotto violento, in un datore di lavoro che non rispetti i diritti sindacali… e naturalmente in rappresentanti politici che rappresentino solo se stessi e i propri interessi. Sono queste categorie di persone, e non i pedofili, che rendono miserabile la vita quotidiana di tutti noi. Sono queste persone, ancor più dei pedofili, che vorrei vedere escluse da qualsiasi amnistia o sconto di pena. Perché ogni volta che si parla di farabutti per antonomasia il primo pensiero, chissà perché, corre proprio ai pedofili? Sarò anormale, ma a me i primi che vengono in mente sono Previti e Berlusconi.
E un pochino anche Clemente Mastella.

Vabbè, un po’ più di un pochino.
  
Mastella è l’uomo che fece da testimone di nozze al mafioso Francesco Campanella, quello che fornì a Bernardo Provenzano i documenti falsi per andarsi a operare a Marsiglia. Mastella è da sempre culo e camicia con Luciano Moggi, lo specchio d’onestà e finezza dialettica che le cronache ci hanno insegnato a conoscere. Mastella ha inveito per anni contro quella parte di magistratura – minoritaria ma coraggiosa – che inquisiva i politici corrotti e collusi con la mafia della DC e del PSI. Mastella ha sputato addosso ai girotondini che osavano difendere quei magistrati, e siccome girotondino lo sono stato anch’io, una parte della sua saliva è arrivata anche sul mio muso. Mastella non becca un congiuntivo neanche a prendere la mira da vicino. Perché l’alfabetizzazione, in questo paese, è considerata incompatibile con la carica di Guardasigilli? Mastella è in rapporti strettissimi con due loschi imprenditori arrestati per mafia, Salvatore Siracusano e Santino Pagano. Mastella , per citare Marco Travaglio, è l’uomo che “il 15 dicembre 2004, presiedendo una seduta alla Camera, non mise ai voti una proposta del centrosinistra che avrebbe rinviato l'approvazione della salva-Previti, fra gli urli dell'opposizione”. Mastella ha dato rifugio nel suo partito a mammasantissima plurinquisiti del calibro di Nuccio Cusumano, Ermanno Pierri, Rocco Salini, Antonio Fantini, Vittorio Insigne, Leonardo Maffione, Ennio Morrone, Salvatore Di Giacomo… tutta gente che ha sulle spalle reati che spaziano dalla corruzione, all’associazione per delinquere, al concorso in camorra. Quando si tratta di salvare la ghirba a gentaglia del genere Mastella, chissà perché, è sempre disposto a spendersi in prima persona.

Il suo ultimo pallino è la proposta di rivedere la legge sulle intercettazioni, con l'approvazione dell'intero centrosinistra e magari – chissà – con la collaborazione dell’opposizione berlusconiana, che a dargli una mano prenderebbe due piccioni con una fava: una possibilità in meno di veder rivelate le proprie malefatte e la chance di seminare zizzania nella maggioranza di governo.
Il problema, per lui, non sono i direttori sportivi farabutti che vendono e comprano partite di calcio come melanzane al mercato, i banchieri che rapinano soldi dei correntisti per finanziare le proprie speculazioni, i nobili blasonati che commerciano in puttane, favori e macchinette truccate per il gioco d’azzardo. Macché. Il problema sono i magistrati che osano intercettare questi bei tomi mentre discutono delle proprie malefatte, e magari perfino arrestarli e inquisirli, quando le intercettazioni si rivelano fruttuose. Quando c’è un farabutto in pericolo, Supermastella arriva sempre in soccorso con l’opportuna proposta di amnistia-indulto-divieto d’intercettazione. Se Tangentopoli fosse una città, nella piazza principale svetterebbe un monumento a Mastella alto quanto la piramide di Cheope, con incisa in oro, alla base, una commossa dedica all’uomo che con più valore di ogni altro difese le mura civiche dall’assalto dei barbari. Il pretesto per chiedere limiti alle intercettazioni è sempre lo stesso: esse minano la segretezza delle conversazioni dei privati cittadini. Naturalmente conta poco che i “privati cittadini”, nello specifico, siano in realtà farabutti che organizzano reati, che le intercettazioni non siano disposte da un governo orwelliano ma regolarmente richieste dal pm e concesse dal gip, che i privati cittadini (quelli onesti) abbiano molto più da temere dagli intrallazzi dei Moggi, dei Fiorani, dei Savoia che non dall’improbabile intrusione di un magistrato in una loro telefonata alla morosa. Ogni volta che un amico degli amici rischia il sole a scacchi, Supermastella ha sempre pronto un supremo interesse civico da invocare per tirarlo fuori dai guai. In questo mi ricorda, con prossimità inquietante, un certo ex presidente del consiglio, al quale, non a caso, sembra lanciare in continuazione messaggi di disponibilità al virile sodalizio bipartisan.

Io non so cos’abbia ricevuto Prodi in cambio della concessione della carica di Guardasigilli ad un portento simile, ma spero che sia di ottima qualità e facile da rollare.
          

 

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REGALE LIGNAGGIO

by Gianluca Freda (18/06/2006 - 17:27)














Che la realtà sappia superare quasi sempre la fantasia è ormai un fatto noto e acquisito. A quanto pare, però, la mia fantasia è così sterminata che riesce a dare alla realtà un bel po’ di filo da torcere.
Uno si scervella a inventare interviste improbabili a personaggi celebri del gossip, e poi, di fronte a intercettazioni telefoniche come quella che segue (autentica e pubblicata da Il Manifesto di oggi), gli viene da pensare che neppure la penna satirica più feroce e irriverente avrebbe saputo concepire un colloquio simile. Nel mio caso, invece, ciò che più mi fa orrore è che il “principe” (di ‘sta fava) Vittorio Emanuele parla esattamente come mi sono sempre immaginato che parlasse: come un ricco, violento e ignorantissimo bifolco, uno che a livello di cultura generale potrebbe prendere lezioni dall’ultimo dei diplomati di terza media.
Il "principe" insulta una giornalista con termini da ultrà di borgata, augurandole lo stupro, la morte violenta e lo smembramento del cadavere. E’ convinto che Nicola Calipari sia “il capo dei servizi segreti”. La sua fonte d’informazione privilegiata è Emilio Fede e del “Manifesto” non si ricorda nemmeno il nome. Non ha la più pallida idea di cosa sia una consecutio temporum (“è meglio che ci andasse”). L’ho già detto e lo ripeto: solo un presidente del consiglio di pari analfabetismo poteva concedere un lasciapassare per l’Italia a uno schifo d’uomo così (non è un caso che dalle intercettazioni stia emergendo la promessa del “principe” di far avere a Forza Italia i voti monarchici in cambio della possibilità di tornare in Italia). Posso solo augurarmi che la permanenza di sua altezza nelle patrie galere non sia breve e che sia quanto prima allietata dalla visita di qualcuno dei politici che gli hanno permesso, sciaguratamente, di uscire dal ripostiglio della storia dove per sessant’anni eravamo riusciti a tenerlo rinchiuso.    



7 marzo 2005, si parla di Giuliana Sgrena

Ecco il testo della telefonata tra il principe Vittorio Emanuele di Savoia e il suo collaboratore Gian Nicolino Narducci. E’ il 7 marzo 2005, sono passati appena tre giorni dal rilascio di Giuliana Sgrena e dall’uccisione di Nicola Calipari. […] I due prima parlano di donne, poi finiscono a commentare il sequestro della nostra giornalista, che in quei giorni era sulle prime pagine di tutti i giornali.

Il testo integrale dell’intercettazione.

Vittorio Emanuele: Senta, che casino che è venuto fuori, eh!
Narducci: Ma di che., di cosa?
Vittorio Emanuele: Adesso guardi che quella lì.
Narducci: uhm.
Vittorio Emanuele: è meglio che non si faccia vedere in giro, eh! Quella che…
Narducci: chi è?
Vittorio Emanuele: quella merda lì che è stata, ehm, che ha fatto morire il nostro capo dei servizi segreti.
Narducci: ah sì! Quella lì è una merda! Comunista di merda quella lì!
Vittorio Emanuele: Le televisioni l’hanno distrutta! Le televisioni di Berlusconi e il Tg2.
Narducci: sì, sì, sì.
Vittorio Emanuele: l’hanno distrutta!
Narducci: ah sì?
Vittorio Emanuele: sì.
Narducci: ah sì, ah sì, mi fa, mi fa ridere, mi fa ridere Emilio Fede che ha detto che lei guardava dal finestrino e contava le pallottole che sparavano gli americani! (ride)
Vittorio Emanuele: e poi è meglio che non si vada ad abbracciar la vedova: no no. Glielo sconsiglio! (ride)
Narducci: (ride) comunque è una. Eh, ma guarda è una, sono merde quella gente lì! E’ gente che! Comunque non ci va più in Iraq, ha detto che non ci va più, eh!
Vittorio Emanuele: ma è meglio che ci andasse, così la fan fuori!
Narducci: così la tolgono dai piedi, eh! Comunque!
Vittorio Emanuele: no, ma com si chiama quel giornale lì?
Narducci: il manifesto, il manifesto.
Vittorio Emanuele: hanno detto che era un agguato fatto dagli americani! Ma figuriamoci! Quel pezzo di merda di quella vecchia troia!
Narducci: (ride) Bisognerebbe, bisognerebbe portarla in una caserma di alpini e poi darla agli alpini che se la sollazzino!
Vittorio Emanuele: no, ma poi dopo la buttano giù! La buttan giù dalla montagna, morta a pezzetti! 




(Nella foto in alto: il glorioso stemma del Casato dei Savoia. Nella foto a lato: il principe Vittorio Emanuele di Savoia, penultimo rampollo d’una stirpe gloriosa).

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I VERI SERIAL KILLER ITALIANI

by Gianluca Freda (17/06/2006 - 01:19)










Dal blog della mamma di Federico Aldrovandi:

Per ora un breve accenno. Più tardi vi racconterò maggiori dettagli: è stata una testimonianza precisa, lucida, dettagliata e chiarissima quella resa oggi dalla giovane signora che ha visto da casa sua gli ultimi minuti della vita di mio figlio...

Davanti al gip, ai due pm, ai quattro avvocati dei poliziotti e alla presenza mia, di mio marito e dei miei avvocati ha raccontato di essersi svegliata a causa delle luci dei lampeggianti di due auto della polizia ferme sulla strada davanti alla sua casa. I poliziotti erano già quattro e, mentre Federico camminava a passi decisi verso di loro, una delle loro voci diceva: apri il baule! apri il baule!

Quando Federico è arrivato in mezzo a loro la signora l'ha visto fare una sforbiciata, a vuoto..., la reazione dei 4 è stata l'atterramento immediato di Federico mentre i 4 manganelli colpivano, colpivano, colpivano...

Lo tenavano fermo a terra in tre gravando su di lui: la donna in fondo ai piedi, uno sulle cosce e uno sul torace. Il quarto in piedi in corrispondenza del capo di Federico calciava e pestava.

Federico si dibatteva e la poliziotta ha detto: "mi ha dato un calcio!" ... questo ha fatto aumentare la pressione e le botte... Federico si dibatteva e poi non si è mosso più... ma loro hanno continuato e hanno allentato la pressione solo quando hanno notato le luci degli appartamenti: "Attenti, stanno accendendo le luci" ha detto uno dei 4.

Poi l'arrivo dei carabinieri, ma ormai era tutto finito...

La Testimone ci ha dato una enorme prova di senso civico. Ha risposto alla sua coscienza, e niente e nessuno ha potuto confutare nulla della sua descrizione precisissima fatta di parole e di mimica chiarissima.

Federico camminava vivo e forte, a grandi passi, verso quelli che l'hanno schiacciato a terra e poi coperto di botte, manganellate e calci fino al suo ultimo respiro...



 


 


Federico Aldrovandi, ucciso a Ferrara da quattro bestie in divisa il 25 settembre 2005.

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IL COMPAGNO GAETANO

by Gianluca Freda (16/06/2006 - 22:21)




Fece giustizia di un assassino. Un assassino che aveva ordinato ad un altro assassino, il generale Bava Beccaris, di fare strazio con cannoni e fucili dei cittadini di Milano che avevano assaltato, spinti dalla fame, i forni per il pane. Un massacro con centinaia di morti per il quale l’assassino si congratulerà con il generale con un apposito dispaccio inviato il 6 giugno 1898.

Fece giustizia di un puttaniere. Un puttaniere che aveva seppellito la corona reale sotto il ridicolo delle sue tresche (celebri quelle con la duchessa Eugenia Litta Bolognini e con la contessa di Santafiora).

Fece giustizia di un truffatore. Per salvare le sue amanti, entrambe azioniste della Banca Tiberina, che era in procinto di fallire, Umberto I di Savoia tacque sulle truffe perpetrate da Bernardo Tanlongo, governatore della Banca Romana, per finanziare l’istituto di credito prossimo al crac. Ne scaturì il primo gravissimo scandalo bancario dell’Italia postunitaria che ricoprì il governo Giolitti di vergogna costringendo il primo ministro alle dimissioni. 

Assassino. Puttaniere e truffatore. Il sangue, come insegnavano i nostri nonni, non è acqua.
Solo un governo di assassini, puttanieri e truffatori, come quello appena trascorso, poteva sentire la necessità di riportare nel nostro paese, fra inni e acclamazioni, un elemento così.

Visse in un’altra epoca il compagno Gaetano. Un’epoca in cui “anarchia” e “comunismo” erano ancora parole serie, non chiacchiere da osteria in bocca, rispettivamente, a un (ex) Ministro dell’Interno citrullo e a un (ex) presidente del consiglio ignorante e ladro. Un’epoca diversa dalla nostra, in cui i cannoni erano la ragione dei forti e la legge la giustizia dei deboli. Un’epoca in cui tre colpi di pistola sparati a bruciapelo contro un ributtante tiranno erano l’unica forma di giustizia – una giustizia da pagare con la vita – che la gente comune poteva permettersi.

Se era un’epoca così diversa, perché allora gli uomini come il compagno Gaetano iniziano a mancarmi così tanto?

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VIVA I MONTIALI!!!

by Gianluca Freda (16/06/2006 - 12:19)



Washington – Tutto è pronto per l’incontro di sabato prossimo tra Italia e Stati Uniti. Al 32° della ripresa, subito prima che venga calciato un rigore concesso all’undici statunitense per fallo in area, quattro aerei di linea, dirottati da un gruppo di TTERORISTI ©, punteranno dritti contro lo stadio di Kaiserslautern, provocandone il crollo dalle fondamenta e la morte di 3000 persone (cioè 3000 americani, senza contare diversi europei più alcuni negri). Questo costringerà gli Stati Uniti, nazione abitata da gente inerme, pacifica, egualitarista, estremamente colta e amica di tutti, a dichiarare guerra al mondo e – a malincuore – ad impadronirsene dopo averlo ridotto a un deserto radioattivo per insegnargli LA DREMOCAZZÌA © e un minimo di educazione. Naturalmente gli aerei che faranno crollare lo stadio di Kaiserslautern NON colpiranno lo stadio di Kaiserslautern. Uno verrà abbattuto dalla contraerea del Lussemburgo, un altro andrà a schiantarsi contro la paninoteca “Il crauto che ride” di Karlsruhe, altri due, non riuscendo a trovare la strada per Kaiserslautern, scenderanno a chiedere informazioni al distributore Agip di San Casciano dei Bagni (SI) durante l’annuale Fiera del Ciaffagnone, investendo un’autobotte carica di lardo suino e provocando un’ecatombe. Nonostante ciò, lo stadio di Kaiserslauten crollerà lo stesso, seppellendo 3000 persone (oltre agli europei e ai negri). Come si spiega tutto ciò? Alcuni studiosi della Attivissimo University di Pasadena, nel tentativo di spiegare questo curioso fenomeno, hanno elaborato la cosiddetta “pancake theory”. Per comprendere questa teoria, dobbiamo immaginare che il mondo sia una grossa frittella (pancake) e gli aerei una bottiglietta di sciroppo d’acero. In qualsiasi zona della frittella noi versiamo lo sciroppo, ne rovineremo il sapore per intero. Così gli aerei, dovunque vadano a schiantarsi nel mondo, faranno sempre e comunque crollare lo stadio di Kaiserslautern e incazzare a bestia Wolfowitz e Rumsfeld, che arriveranno e ci gonfieranno di mazzate, chi coglie coglie. L’autore degli attentati verrà estratto a sorte da Larry King, il noto anchorman della CNN, tra una rosa di dieci candidati tra i quali spiccano nomi del calibro di Mahmoud Ahmadinejad, Charles Manson, Ozzy Osbourne e Tony Renis. Il favorito è senz’altro Ahmadinejad, essendosi Manson e Osbourne già organizzati, nel caso gli eventi dovessero precipitare, per fuggire in Messico con la moto di Tony Renis. All’operazione militare che porterà gli USA alla conquista del mondo, verrà assegnato un nome in codice in grado di suscitare sgomento nei nemici evocando immagini di orrore e di morte. Tra i nomi allo studio degli psicologi del Pentagono, “Apocalisse Infinita”, “Macello di Sangue” e “Sveglia Alle Sei con Colazione al Sacco”. 

Nella foto: un lieve intervento falloso della nazionale statunitense durante l’incontro USA-Iraq, valevole per la Coppa Esso 2003.


CACATE MONDIALI: clicca sullo stronzo per leggere la cacata mondiale del giorno 

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by Gianluca Freda (13/06/2006 - 21:25)


Prodi: "Truppe italiane via dall'Iraq
ma senza irritare l'alleato Usa"





Allora mi tocca pensarci io.

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GOOD MORNING, MANIFESTO

by Gianluca Freda (13/06/2006 - 19:54)




Il 3 novembre del 2004 - il giorno dopo le presidenziali americane – il quotidiano comunista “Il Manifesto”, che aveva dato retta ai risultati degli exit-poll americani, festeggiava la vittoria di Kerry (anzi, più che altro la sospirata dipartita di George W. Bush), data ormai per sicura, con questa celeberrima copertina. Ancora oggi questo clamoroso “errore” viene citato dai detrattori del quotidiano e dai giornalisti “obbiettivi” (bleah!) quale esempio di come ideologia e passione politica possano far prendere grossolane cantonate e rendere un cattivo servizio ai lettori. 
Oggi sappiamo – grazie agli articoli come quello di Robert Kennedy Jr. che iniziano ormai a dilagare sulla stampa di ogni paese – che Il Manifesto, tanto per cambiare, era l’unico giornale italiano ad averci visto giusto.
Ovviamente c’è una morale in tutto questo e che io possa cascare in un tombino se ve la risparmio: “Il giornalismo fatto con passione ideologica e politica è più attendibile e rende ai lettori un miglior servizio di quello che essicca ogni opinione per lasciar parlare solo i fatti nudi e crudi”.
I fatti non parlano e non dicono nulla al lettore se non c’è qualcuno che li organizza in un senso compiuto che non potrà che essere inevitabilmente – e felicemente – di parte. Da oggi in poi, se incontrate qualcuno che aspira ad un giornalismo in cui “i fatti siano separati dalle opinioni”,  sappiate che quella persona sta chiedendo la morte del giornalismo, o perlomeno del giornalismo provvisto di una qualche utilità per i suoi fruitori.
Onore al merito dei redattori del “Manifesto”, che hanno dimostrato per l’ennesima volta la superiorità dell’intuizione sulla velina. E poiché essi, con molta correttezza, si erano scusati con i loro lettori il giorno dopo il presunto errore, attendo ora - dopo che i brogli del 2004 saranno stati codificati nella coscienza collettiva del pubblico - un atto di contrizione altrettanto sincero da parte dei ghignanti (all'epoca) Feltri e Ferrara nei confronti dei loro più abili – e, tutto sommato, meno ideologizzati – colleghi comunisti.  

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COLPIRE GLI ASSASSINI

by Gianluca Freda (13/06/2006 - 12:30)




Comincio a non poterne veramente più dei raid di questi animali, che ogni giorno ammazzano uomini, donne e bambini  palestinesi sparando a casaccio sulla folla, con le armi  automatiche o con i missili. Credo che il governo di Hamas, a questo punto, abbia il sacrosanto diritto - nonché il dovere morale -  di proteggere i suoi cittadini da queste bestie e reagire con tutti i mezzi che possiede, e non solo con kamikaze e razzi sparati a vanvera, che colpiscono soprattutto i civili, aggravando la situazione anziché risolverla. Se qualcuno - per esempio l'Iran - iniziasse a fornire ad Hamas le armi necessarie a reagire con forza a questo genocidio, che gli israeliani stanno perpetrando da decenni contro il popolo palestinese senza nessuna pietà o vergogna, ne avrebbe, a questo punto, la piena legittimazione morale.

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