Archivio Aprile 2006
NOI SAREMO TUTTO
di Gianluca Freda (26/04/2006 - 22:59)

"[Gli uomini], venendo l'età della riflessione, con cui potessero consigliarsi per guardar i loro corpi, s'infievolirono. Per tutto ciò le descrizioni eroiche, quali sono quelle d'Omero, diffondono tanto lume e splendor d'evidenza che non si è potuto imitare, nonché eguagliare, da tutti i poeti appresso"
(Giovan Battista Vico, Scienza nuova, 2.7.4.)
Io trovo che chi pensa di risolvere i problemi del mondo bruciando dei simboli sia senz’altro una persona con poco sale in zucca. Trovo tuttavia che la stessa assenza di sale sia riscontrabile in coloro che se la prendono a male per dei simboli bruciati, come se il rogo di una bandiera fosse paragonabile a un missile lanciato su una folla di civili e gli esseri umani contassero meno delle icone politiche e religiose. Le stragi di civili perpetrate dagli americani o dai loro servizi segreti in Iraq, i massacri perpetrati quotidianamente dagli israeliani nei territori occupati, e perfino le azioni kamikaze dei palestinesi contro Israele – pur assai meno frequenti ma, in compenso, più pubblicizzate – non suscitano nel nostro paese tanti battibecchi e prese di posizione quanto una bandiera israeliana o americana data alle fiamme o un crocifisso rimosso da un seggio elettorale. Per una volta non sto parlando di razzismo o discriminazione religiosa, sto parlando di un atteggiamento generale che porta a snobbare la realtà materiale che ci circonda e ad astrarsi nelle sue proiezioni iconiche. Io sono uno che la politica la ama, o almeno ama ciò che la politica dovrebbe essere se venisse messa nelle mani di persone responsabili e oneste. Ma quest’era dell’immagine in cui ogni cosa esistente viene ridotta a simbolo mediatico e nulla che non abbia un simbolo mediatico viene considerato esistente inizia davvero a darmi sui nervi. Perché ci si arrabbia quando bruciano i simboli e si soprassiede sui roghi delle persone? Perché la gente mi chiede “ma tu voti per Bertinotti?” e tutte le volte mi tocca precisare che no, io voto per Rifondazione Comunista, che è un partito, non un personaggio-simbolo? Perché si parla delle dichiarazioni di questo o quel leader politico più che delle loro azioni, oltretutto come se le due cose fossero indipendenti l’una dall’altra? Perché i sostenitori di una coalizione politica che vince le elezioni scendono in piazza a suonare clacson e agitare bandiere come se la politica fosse un derby che dura un giorno anziché un impegno civile che coincide con la vita? Perché si discute per giorni della frase di un personaggio pubblico, come se si trattasse di un’azione dagli ampi e rilevanti sviluppi, e si dimenticano le azioni che ha compiuto, come se fossero parole scritte sull’acqua? Perché si grida all’oltraggiata divinità solo quando l’oltraggio, vero o presunto, si rivolge alla sua effigie, mentre ogni affronto ai suoi precetti morali è considerato cosa innocua e perfino divertente? Perché devo incontrare ogni giorno poveracci che sognano di fare lavori simbolo (la velina o la ballerina), indossano abiti simbolo (Prada o Gucci o lo-stilista-del-diavolazzo-che-se-lo-pigli), si identificano in un ruolo simbolo (IL padre, LA madre, LO studente, IL single, L’operaio, IL direttore) caratterizzato da atteggiamenti-simbolo, da attività-simbolo, da un utilizzo peculiare e simbolico del tempo libero? Perché siamo così circondati di donne (e uomini) simbolo che le donne (e gli uomini) veri ci interessano sempre di meno? Perché parliamo della guerra nei termini astratti di “vittima”, “battaglia”, “operazione”, “attacco”, “conquista”, “sconfitta”, “vittoria” e ci rifiutiamo di pensare ai fiumi di sangue e alle montagne di carne macellata ammassati alla rinfusa dietro queste locuzioni asettiche? Siamo probabilmente nel pieno di quella che Giovan Battista Vico identificava come la terza fase dell’andamento ciclico della storia di ogni cultura, quella del declino o delle scritture, caratterizzata da una rarefazione progressiva del rapporto della mente con la natura e dall’allestimento delle immagini in sequenze semiche (le scritture, appunto) che allontanano il pensiero da una relazione diretta con il mondo. Vico aveva anticipato di due secoli e mezzo l’intuizione dei fricchettoni degli anni ‘70, e cioè che la storia della società è una storia della mente umana e che ogni trasformazione del mondo è prodotta da una trasformazione della struttura corporea e dell’apparato semico (mente) degli individui e dei gruppi. “Questa verità”, scriveva Vico nella Scienza nuova, “questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini onde se ne possono, perché se ne debbono, ritruovare i princìpi dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana". Il pensiero crea il mondo e ad ogni trasformazione del pensiero corrisponde una metamorfosi del mondo. E il mondo di oggi è un mondo rarefatto, slegato dal concreto, isolato nella torre delle immagini-simbolo, delle metafore e delle allegorie, incapace di ripristinare un contatto schietto con il corso della natura. Ogni tanto prova ad uscire dall’isolamento, ma non fa altro che dare un’accelerata a un motore che gira in folle, finendo per consumare solo un sacco di carburante (della serie: neanch’io sono immune alle metafore).
Comunque.
Tutto questo sta per finire.
L’andamento delle culture, Vico insegna, è ciclico, e alla fase del declino e del solco tra mente e natura segue un nuovo inizio, una nuova “età degli dei” (secondo la terminologia vichiana), cioè una fase in cui gli strumenti di relazione con il mondo torneranno ad essere i “sensi” e la “fantasia”. Dove “fantasia” non è affatto sinonimo di evasione nell’”irrealtà” ma, al contrario, è un principio attivo di riorganizzazione della realtà a partire dal pensiero. Un mondo pensato (dunque creato) da un interscambio simbiotico tra mente e natura in cui il grado di identificazione tra i due enti è al suo apice e in cui “la fantasia tanto è più robusta quanto più debole è il raziocinio”. Un mondo in cui nascita, vita, morte, lotta, dolore, gioia sono definiti volta per volta dal contatto materiale con la natura, non da un’idea-simulacro relegata in un angolo del pensiero senza riscontro con il suo referente. Per ogni scemo che brucia una bandiera ci sono mille resistenti della palestina che riorganizzano la lotta con le armi e con le pietre. Per ogni idiota che si sbarazza dei poveri relegandoli nel limbo affabulatorio del “vanno aiutati, ma a casa a loro” ci sono mille poveri che si mettono in marcia non per chiedere aiuto, ma per pretendere la restituzione dei beni e della vita che gli affabulatori, nei secoli, gli hanno portato via. Per ogni vuoto battibecco sui diritti del lavoro c’è una sommossa. Per ogni offerta simbolica c’è una vetrina spaccata, che potremo ripagare, se volete, perché non è quello il problema. Per ogni convegno sul futuro dei movimenti c’è un movimento vivo e pulsante che è entrato nel flusso sanguigno della società, sostituendosi alle sue cellule come la natura si sostituisce, nell’avvicendarsi dei cicli, al pensiero sulla natura.
Siamo qui.
Siamo diventati voi mentre eravate intenti a domandarvi dov’eravamo finiti.
E siamo tutti abbastanza giovani da non essere condannati a morire nell’Età degli Uomini.
Comunque.
Tutto questo sta per finire.
L’andamento delle culture, Vico insegna, è ciclico, e alla fase del declino e del solco tra mente e natura segue un nuovo inizio, una nuova “età degli dei” (secondo la terminologia vichiana), cioè una fase in cui gli strumenti di relazione con il mondo torneranno ad essere i “sensi” e la “fantasia”. Dove “fantasia” non è affatto sinonimo di evasione nell’”irrealtà” ma, al contrario, è un principio attivo di riorganizzazione della realtà a partire dal pensiero. Un mondo pensato (dunque creato) da un interscambio simbiotico tra mente e natura in cui il grado di identificazione tra i due enti è al suo apice e in cui “la fantasia tanto è più robusta quanto più debole è il raziocinio”. Un mondo in cui nascita, vita, morte, lotta, dolore, gioia sono definiti volta per volta dal contatto materiale con la natura, non da un’idea-simulacro relegata in un angolo del pensiero senza riscontro con il suo referente. Per ogni scemo che brucia una bandiera ci sono mille resistenti della palestina che riorganizzano la lotta con le armi e con le pietre. Per ogni idiota che si sbarazza dei poveri relegandoli nel limbo affabulatorio del “vanno aiutati, ma a casa a loro” ci sono mille poveri che si mettono in marcia non per chiedere aiuto, ma per pretendere la restituzione dei beni e della vita che gli affabulatori, nei secoli, gli hanno portato via. Per ogni vuoto battibecco sui diritti del lavoro c’è una sommossa. Per ogni offerta simbolica c’è una vetrina spaccata, che potremo ripagare, se volete, perché non è quello il problema. Per ogni convegno sul futuro dei movimenti c’è un movimento vivo e pulsante che è entrato nel flusso sanguigno della società, sostituendosi alle sue cellule come la natura si sostituisce, nell’avvicendarsi dei cicli, al pensiero sulla natura.
Siamo qui.
Siamo diventati voi mentre eravate intenti a domandarvi dov’eravamo finiti.
E siamo tutti abbastanza giovani da non essere condannati a morire nell’Età degli Uomini.






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