Ciao sono Gianluca Freda
Vedi il mio profilo


Aprile 2006

DLMM GVS
1
2 3 4 5 6 7 8
9 10 11 12 13 14 15
16 17 18 19 20 21 22
23 24 25 26 27 28 29
30

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

I miei links preferiti

    Diffondi i contenuti

    Aggiungi al mio Dada

    Aggiungi al mio Dada

    Condividi i contenuti

    De.licio.us
    Archivio Aprile 2006

    FUTURO ARGENTINO

    di Gianluca Freda (04/04/2006 - 20:28)



    Caro lettore di questo blog

    Se sei un berlusconiano, chissà quante volte ti sarai sentito dire dai tuoi compagni di lavoro o dagli amici al bar che con qualche altro anno di governo Berlusconi avremmo fatto la fine dell’Argentina. Se sei un berlusconiano, sicuramente avrai scrollato le spalle, avrai sogghignato, con quella gradevole spensieratezza che solo i berlusconiani possiedono, e avrai pensato di stare ascoltando la solita tiritera dei comunisti disfattisti e invidiosi. Se sei un berlusconiano, scrollerai le spalle e incolperai i comunisti disfattisti e invidiosi anche adesso che la stessa cosa (“L’Italia farà la fine dell’Argentina”) la dice l’autorevole Financial Times. A pensarci bene, se sei un berlusconiano non saprai che il Financial Times è autorevole, anzi non saprai neppure cosa sia il Financial Times. Perché imparare tutte queste parole così difficili quando per capirti con i colleghi al circolo del tressette basta il dialetto? Probabilmente, se sei un berlusconiano non saprai neppure cosa sia l’Argentina, a meno che non si tratti della figlia di Asia Argento o di quel piccolo paese, vicino all’Argentario, dove l’anno scorso scoppiò quella fastidiosa epidemia di dermatite durante il Festivalbar. Caro lettore, se sei un berlusconiano, vai in pace. Ci vediamo lunedì prossimo per il doveroso scempio del perdente. Per tutti gli altri: ho tradotto dal Financial Times questo articolo. Non lo pubblico come avvertimento, perché dopo 5 anni di orrori berlusconiani credo che il declino dell’Italia sia inevitabile e che nessuno, destra o sinistra, sia più in grado di invertirlo. Però sapere cosa ci aspetta potrà esservi utile. Magari capirete che vincere le elezioni del 9 aprile, ormai, non è più solo una questione di sopravvivenza nazionale. E’ una questione di vendetta. 

    L’Italia segue l’Argentina lungo la stessa strada verso la rovina

    di Desmond Lachman  (dal Financial Times del 17 marzo 2006)

    Il lato ironico nel dipanarsi del dramma politico ed economico dell’Italia è che molti dei titolari di titoli pubblici di un paese con un debito smisurato e in continua crescita sono stati, a suo tempo, orgogliosi detentori di bond nazionali argentini. Mentre Mario Draghi, il nuovo governatore della Banca d’Italia, avverte che l’economia italiana “ha toccato il fondo”, mentre il primo ministro Silvio Berlusconi, in corsa per le elezioni del mese prossimo, strilla che “l’euro è stato un disastro per l’Italia”, viene da chiedersi quanto ci vorrà perché gli obbligazionisti italiani inizino ad avere la sensazione di aver già visto questo triste film.

    Al di là della preoccupante debolezza politica e istituzionale dell’Italia – esemplificata dalla litigiosa e polemica campagna elettorale in corso e da un nuovo scandalo bancario che infanga ulteriormente la reputazione del sistema finanziario italiano – il ristagno economico del paese è rimarchevolmente similare a quello dell’Argentina alla fine degli anni novanta. Lo stesso Draghi riconosce implicitamente tale similitudine quando afferma che l’Italia deve accrescere la propria produttività se vuole avere qualche speranza di invertire il declino attuale.

    La somiglianza che più colpisce tra i due paesi sta nel rigido assetto valutario all’interno del quale si sono rinchiusi. Come reazione all’esperienza iperinflattiva della metà degli anni ottanta, l’Argentina nel 1991 inchiodò la sua moneta alla croce del piano di convertibilità. Lo fece nella speranza di imporre forzatamente al paese la bassa inflazione e il rigore nelle politiche fiscali di cui non aveva mai goduto in passato.

    Nell’identico sforzo di imporre una disciplina macroeconomica, l’Italia ha abbandonato la lira per l’euro nel 1999. Si sperava che l’inflazione e le periodiche svalutazioni monetarie avrebbero lasciato il posto al rigore fiscale e a riforme strutturali. Abbandonando la sua valuta, l’Italia, come l’Argentina in precedenza, abbandonava la flessibilità sulle politiche macroeconomiche per stabilizzare la propria economia. L’Italia non può più permettersi svalutazioni periodiche che compensino le perdite di competitività internazionale. E non avendo più una politica monetaria autonoma, deve accettare i tassi d’interesse stabiliti dalla Banca Centrale Europea anche quando questi si pongono in contrasto con le esigenze italiane. Quando Jean-Claude Trichet, presidente della BCE, ha recentemente dato una stretta alla politica monetaria europea a causa del rialzo dei prezzi del petrolio, ha forse tenuto conto della ciclica debolezza italiana?

    Come se non bastasse, per rispettare il patto di stabilità europeo l’Italia sarebbe chiamata a rafforzare le proprie finanze pubbliche in un momento in cui è indebolita. Come nell’Argentina del 1990, anche le finanze pubbliche italiane sono un autentico disastro. Con un debito pubblico che è al 105% del PIL, l’Italia è il più indebitato dei grandi paesi europei. Con un rapporto deficit-Pil che sfiora il 4%, si trova in aperta violazione dei parametri di Maastricht.

    Ancora più preoccupante è la mancanza di competitività internazionale dell’Italia. Negli ultimi cinque anni l’Italia ha perso 15 punti percentuali di competitività verso la Germania mentre alla crescita dei salari non corrispondeva un incremento della produttività. Avendo fallito nel modernizzare le proprie industrie e nel risalire la scala tecnologica, l’Italia si è trovata esposta in pieno al vento della concorrenza cinese in un’economia sempre più globalizzata.

    La mancanza in Italia di strumenti di politica macroeconomica non sarebbe così grave se l’economia fosse in espansione. Ma negli ultimi tre trimestri l’economia italiana è stata in recessione sotto ogni possibile punto di vista. Sotto il peso dell’incremento dei prezzi petroliferi, è verosimile che questa recessione non possa che aggravarsi.

    Com’è accaduto per l’Argentina, l’unico modo che l’Italia ha di uscirne è di ripristinare la competitività attraverso il varo di riforme strutturali di grande portata, soprattutto nel mercato del lavoro. In ogni caso, se l’attuale campagna elettorale può servire da indicatore, viene da chiedersi se il varo di tali dolorose riforme sia più probabile in Italia oggi di quanto lo fosse in Argentina all’epoca di Carlos Menem. E occorre anche ricordarsi che sarà difficile per l’Italia recuperare competitività in un ambiente a bassa inflazione.

    In assenza di vere riforme, lo scenario più verosimile per l’Italia è quello di un lungo periodo di stagnazione economica, se non di recessione, e un debito pubblico in espansione. Questo porterà probabilmente le agenzie di rating ad abbassare ulteriormente la propria valutazione sull’Italia e costringerà la BCE ad esentare periodicamente l’Italia dal rispetto dei parametri, ignorando il rigore previsto dalle clausole. In ogni caso, così come l’Argentina commise l’errore di contare in eterno sulla disponibilità del Fondo Monetario Internazionale per coprire la propria debolezza economica, l’Italia commetterebbe un grave sbaglio se rimandasse le dolorose riforme del mercato che la attendono e contasse invece sull’infinita indulgenza della BCE.    


    Tag: ,

    Vota questo post