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I LADRI DI BAMBINI

postato da Gianluca Freda (09/05/2008)


I SEQUESTRATORI DEL TEXAS
di Israel Shamir
dal sito thetruthseeker
Traduzione di Gianluca Freda

La Bibbia non si sarebbe mai diffusa se i corpi di polizia americani fossero esistiti a quell’epoca. Essi avrebbero soffocato in tenera età la sublime ricerca del genere umano, mandando in affidamento a Sodoma i dodici figli di Giacobbe, poiché il loro vecchio padre aveva quattro mogli e le amava tutte. Anzi, a pensarci bene, la Bibbia non sarebbe nemmeno arrivata fino a quel punto, visto che il loro progenitore Abramo, fonte della nostra fede, sarebbe stato messo in carcere per lo stesso peccato. E questo sempre che non fosse stato incarcerato prima per aver fatto studiare i propri figli a domicilio anziché mandarli alle scuole del Faraone, o per averli fatti nascere in casa. Ogni forma di normale comportamento a cui il genere umano era abituato da secoli, è stato criminalizzato dalla nuova legalità americana.

All’inizio di aprile, alcuni poliziotti texani armati fino ai denti hanno assalito un remoto ranch dei Mormoni, hanno arrestato gli uomini e portato via le donne, i loro bambini e i loro neonati, separando questi ultimi dalle madri. Un giudice ha perfino consentito la separazione dei neonati in fase d’allattamento, affidandoli a genitori adottivi.

Questo caso di sequestro di persona, in cui la polizia ha strappato 437 tra bambini e neonati ai loro genitori che preferivano condurre una vita familiare alternativa in comune, ha portato gli Stati Uniti ben oltre qualsiasi tetra visione totalitaria mai prospettata dal realismo politico. Gli americani sono già entrati nel regno dell’ingegneria sociale estrema prevista dallo scrittore lisergico Aldous Huxley. In quel regno degli Stati Totalitari Uniti, le famiglie felici vengono distrutte e neonati e bambini vengono dati in adozione a coppie monogame. Lo Stato si impossessa dei figli di quegli individui che rifiutino di esporli al potere rimbecillente della TV [1] o che rifiutino di mandarli in scuole di stato. Alcuni hanno perfino perduto la vita: nello Utah un tal John Singer è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco per aver tentato di tenere il proprio figlio lontano dalla scuola. L’olocausto di Waco, con dozzine di genitori e bambini assassinati senza aver commesso altro peccato che quello di voler essere ostinatamente indipendenti, è stata solo la prima fase dell’eliminazione della vita privata in America.

La polizia del Texas ha giustificato la propria azione con false dichiarazioni. Ha affermato che un membro della famiglia, tale Sarah Barlow, avrebbe sporto denuncia. Ben presto è però risultato chiaro che la denuncia era stata presentata da un’anonima donna esterna alla comunità, con un curriculum di false testimonianze, probabilmente in combutta con la polizia. Non era mai esistita nessuna Sarah Barlow. Le brave mogli e figlie dei dissidenti texani sono state sottoposte ad una terribile pressione psicologica, paragonabile alla tortura: non è stato loro permesso neppure di dar da mangiare ai loro figli, a meno che non rilasciassero false testimonianze contro i loro padri e mariti. E’ stupefacente che tutte loro abbiano resistito alla tortura e siano rimaste fedeli. Cosa ha spinto la polizia texana ad usare misure così estreme contro persone che conducevano pacificamente le loro vite?

C’è una buona ragione per questo sterminio della privacy: la politica di Dominio Totale promossa dai neocon non si applica solo a remoti paesi, come l’Afghanistan senza regole o la Francia disobbediente. Si applica a voi. Siete voi, gli americani, che essi vogliono dominare totalmente; controllando il vostro stile di vita e punendo ogni atto e ogni pensiero libero. E per ottenere il dominio, hanno bisogno di smantellare ogni settore; prima di tutto la famiglia. Nulla deve frapporsi tra l’individuo e lo Stato. Con metodo programmato, i vostri ideologi ascrivono quest’attitudine ai vostri atavici nemici, Hitler e Stalin, ma nella realtà dei fatti entrambi questi arci-criminali erano strenui sostenitori della famiglia. Stalin pose fine all’impazzare delle femministe dagli occhi selvaggi che aveva ereditato dai giorni della Rivoluzione; e ancora oggi ogni riferimento ai valori della famiglia viene considerato “filonazista” nella Germania sotto occupazione sionista della Merkel. E’ alla terza forza del totalitarismo liberale che dobbiamo quest’ultimo e definitivo attacco alla famiglia.

In un mondo normale, i sequestri di persona del Texas verrebbero condannati da ogni voce esistente fino alla liberazione dei bambini e alla loro restituzione alla tutela dei genitori, fino all’incarcerazione dei rapitori in una sicura prigione. Invece, i giornali e i siti internet americani si preoccupano dell’inalienabile diritto dei monaci tibetani a possedere schiavi e dei malvagi cinesi che interferiscono con questo diritto. Discutono se i giapponesi possano o no mangiare le balene (no, non potrebbero) e se le corporazioni USA possano affamare milioni di persone trasformando il loro cibo in carburante (sì, potrebbero farlo). Allo stesso tempo, consentono che la più antica e più naturale delle libertà, quella di crearsi una vita familiare, venga erosa e spazzata via. Perché i candidati alla presidenza come Obama, Clinton e McCain non chiedono l’immediato rilascio dei prigionieri del Texas, prima che il regime di Bush cavalchi verso l’alba per imporre al genere umano il proprio prontuario di relazioni consentite?

I nemici della vostra libertà, i proprietari dei vostri media, hanno preparato già da tempo questo massacro. Diffondono voci maligne di frequenti abusi parentali sui bambini per spezzare il legame naturale tra genitori e figli. Hanno costruito dal nulla il crimine di corteggiamento di una ragazza e lo hanno chiamato “molestia”. Si sono inventati la “peste del 20° secolo”, l’AIDS, nonostante questa malattia occupi una posizione infinitesima nella lista delle patologie pericolose, superata di gran lunga dall’obesità. Hanno promosso ed elevato l’attività omosessuale sui loro canali televisivi e nella propaganda ufficiale, il tutto allo scopo di eliminare la famiglia e trasformarvi in obbedienti utensili nelle loro mani.

Hanno predicato a un’umanità furibonda che chiunque si opponga alla loro apoteosi dell’amore gay è solo un bigotto che interferisce con una questione di scelta individuale tra adulti consenzienti. Ora, questo sofisma in Texas non conta un bel niente: un gruppo di adulti consenzienti è stato arrestato e imprigionato a causa di una scelta personale; non per aver praticato il sesso selvaggio o per aver organizzato orge o per aver turbato la quiete pubblica, ma per aver creato relazioni solide e affettive attraverso un matrimonio poligamo, simile a quello approvato dagli ebrei dell’antichità e dall’intero Oriente – musulmani, indù, buddisti – dei nostri giorni, in parole povere, dalla stragrande maggioranza del genere umano. Se c’è una ristrettezza mentale bigotta, essa consiste proprio in questa persecuzione dell’America contro le famiglie alternative. La presunta persecuzione dei pederasti in Iran è una nocciolina se paragonata a questo attacco al modo più tradizionale di intendere la vita familiare in America.

Poligamia o monogamia? Questo, in fondo, è un problema di usanze locali e preferenze personali. L’Oriente permette la poligamia, l’Occidente permette la sodomia. L’Oriente non si preoccupa della differenza di età, l’Occidente vive nella paura dei matrimoni minorili. Apparentemente, il giovanotto dell’est preferisce godersi la beatitudine maritale con più fanciulle nubili allo stesso tempo; l’anglo-americano ama invece farsi sodomizzare da gentiluomini più anziani di lui. Per questo motivo, l’uomo anglo-americano cerca in continuazione di spostarsi verso est, di fuggire nel regno della libertà sessuale, oppure – se è un uomo contento della sua condizione -  di conquistare ed eliminare questo regno. Questa potrebbe essere una buona spiegazione delle guerre mediorientali, la Guerra dei Pederasti contro i Poligami, di certo non una spiegazione peggiore di quelle che tirano in ballo il petrolio o gli ebrei. Nelle indimenticabili parole di George W. Bush: “Loro [gli americani] ci aggrediscono [l’Oriente] perché odiano e invidiano la nostra libertà”, cioè la libertà degli orientali di sposare allo stesso tempo molte donne bellissime senza doversi preoccupare del divorzio.

Gli indomiti abitatori dei villaggi della mia Palestina praticano la poligamia, come ho già detto altrove: “Sono stato ospite della confortevole casa di Hassan, costruita sulla sua terra, a Yanoun. Hassan ha più di ottant’anni, è un vecchio forte e maestoso, indossa una galabiye grigia e un abaya, una specie di lunga veste con un mantello sulla sommità. La sua galabiye è stretta da una larga cintura di cuoio a cui è appeso un pugnale corto e affilato. Le sue mani hanno una forma gradevole e sono dure come se fossero state cesellate nella pietra locale quando mi stringe la mano. L’anno scorso Haji Hassan è andato in pellegrinaggio alla Mecca, ma resta in primo luogo ed essenzialmente un uomo di paese. Nostro Signore e Nostra Signora di Palestina hanno benedetto Hassan. Si è sposato, ha avuto diversi figli e figlie, poi ha preso una seconda moglie e ne ha avuto degli altri, finché è stato circondato da dodici ragazzi, maschi forti e fanciulle graziose. La sua spaziosa casa a tre piani, con altre più piccole dipendenze esterne, potrebbe competere con il maniero di Beg. Vi sono molti alberi di ulivo, che egli ha piantato sulle colline, e davanti alla sua casa c’è una vigna, con grappoli gialli e pesanti. Al mattino la seconda moglie di Hassan, una donna alta e solenne sui sessant’anni, mi ha portato un succo d’oliva, verde e denso, insieme ad un pane di campagna grande e rotondo, lo hubz baladi, cotto da lei appena mezz’ora prima. Formaggio di capra bianco e duro, timo salato, un grappolo d’uva e un bicchiere di tè dolce con foglie di maramiye (salvia) completano il pasto. La prima e più anziana moglie di Hassan sedeva insieme a noi, scaldandosi al tepore del sole invernale” [2].

E’ normale avere due mogli, è normale averne una sola, è normale anche non averne nessuna, come scelgono di fare molti monaci. E’ anche normale avere due mariti, come accade sulle montagne del Tibet, del Ladakh e del Nepal. (In Occidente lo chiamano ménage a trois, ed è un espediente che consentì a Lily Brick di vivere felice insieme a Vladimir Mayakovsky e Osip Brick). Ogni situazione di questo tipo è normale, se vi è il consenso delle parti coinvolte. Ciò che è anormale è l’interferenza dello Stato nell’unione di uomini e donne.

Lo Stato americano dedica troppa attenzione alla vita sessuale dei suoi sudditi. In circostanze normali, le macchie sul vestito di M.lle Levinsky susciterebbero apprensione solo nella sua lavanderia; le scappatelle di Mr. Spitzler sarebbero seccanti solo per sua moglie e lo stile di vita familiare “allargato” della comunità texana sarebbe solo affar suo. Fino al 1960, la polizia e l’FBI erano soliti arrestare uomini e donne di razze diverse che osassero darsi appuntamento a letto. E’ un sentimento ancora radicato nella coscienza americana. Recentemente, un giovane nero americano è stato condannato a dieci anni di carcere per aver avuto sesso orale con una ragazza bianca.

Un’altra ossessione sessuale delle autorità americane è la “pornografia infantile”, interpretata nel senso più ampio possibile. Agenti provocatori dell’FBI inviano mail contenenti immagini di anime giapponesi e poi assaltano felicemente i ricevitori delle mail. Spesso ciò avviene con precise finalità politiche: Kevin Strom, dissidente americano e oppositore della guerra in Iraq, è stato recentemente condannato a due anni di carcere per aver conservato sul suo computer una mail con la foto di una ragazzina (in realtà si trattava di una foto dell’attrice Brooke Shields). La Gestapo americana sarebbe capace di mettere in carcere Benvenuto Cellini, il grande fiorentino, per aver adescato un fanciullo ermafrodito e probabilmente anche i visitatori del Louvre, dove è esposta la sua statua, solo per averla guardata.

Nell’eterna ricerca della “mano nascosta”, gli uomini hanno creato molte figure improbabili, dai Massoni, ai Savi di Sion, agli Alieni Grigi, ai Rettiliani, o perfino – come propose per scherzo l’esoterista russo Alexandre Dougin – a un antico ordine segreto di sacerdotesse che tira i fili del mondo da dietro le quinte. Sulla stessa falsariga, con un po’ di fantasia, si potrebbe immaginare una cabala di vecchi rimbambiti infuriati con i maschi, o perfino di eunuchi (come nella Cina medievale o a Bisanzio), che costituiscano un governo USA sotterraneo, che ordinino all’FBI di rapire bambini e distruggere le famiglie del Texas, che spingano Bush a sottomettere il Medio Oriente e a sopire negli uomini – tanto orientali quanto americani – la naturale tendenza a competere per la conquista delle grazie femminili.

Noi israeliani siamo stati dominati dalle nostre Savie Streghe di Sion, da Golda Meir fino all’attuale presidente della Corte Suprema, Dorit Beinish, e ciò che noi facciamo oggi, gli americani lo ripetono domani, come ha notato Steve Niva nel suo ottimo saggio I muri di Baghdad, sottotitolo Il modello israeliano arriva in Iraq. “Ciò che vediamo oggi in Iraq ha molto a che fare con una profonda e capillare “israelizzazione” della strategia e delle tattiche militari USA. L’Iraq è stato virtualmente ingabbiato in un carapace di muri di cemento e filo spinato, rinforzato dall’occupazione aerea dei cieli, proprio come a Gaza, dove 1,5 milioni di palestinesi vivono oggi in una gabbia senza uscita, mentre Israele controlla l’ingresso di beni essenziali alla sopravvivenza attraverso terminali ad alta tecnologia posti ai confini e scatena “raid di profondità” e “omicidi mirati” dal cielo ogni volta che qualcuno offre resistenza”.

Queste immaginarie arpie del potere non riescono a comprendere che le donne sono attratte per natura dagli uomini.

Esiste una nuova legge israeliana in base alla quale ogni atto relazionale tra uomo e donna è da considerarsi coercitivo, e se i due lavorano nella stessa azienda, rappresenta sempre una molestia. In parole povere, non deve più esistere il corteggiamento, e neppure il sesso. Una coppia israeliana aveva avuto una lunga e tumultuosa relazione per alcuni anni; facevano l’amore dappertutto, dalla camera blindata dell’azienda fino alla sala dei computer, ma quando la relazione fu scoperta, la donna sporse denuncia per molestie e coercizione, uscendone con un bel risarcimento di qualche centinaia di migliaia di dollari. Un più recente e perfino migliore disegno di legge israeliano propone di multare i clienti delle prostitute con una somma forfettaria di diecimila dollari a favore della prostituta.

D’altronde, gli imitatori americani del modello israeliano non riescono a capire perché certe donne preferiscano dividere un uomo con altre donne, o perché alcuni uomini decidano di condividere una donna con altri, come l’Abbé Prevost scrisse di Manon Lescaut. Essi rovineranno per sempre le vostre vite, spingendovi verso la distopia di Huxley, in cui non c’è più distinzione tra i sessi.

Per quanto dolore suscitino la prigionia della Palestina, la devastazione dell’Iraq e le minacce all’Iran, io non posso fare a meno di provare dolore per voi, americani, che siete le prime vittime e i primi schiavi del Nuovo Ordine Mondiale che il vostro paese vuole imporre al resto del mondo. Siamo coinvolti insieme in questa lotta, abbiamo un nemico comune, e questo nemico non si trova in Corea del Nord, ma a Washington DC.

 

[1]  I giudici che si sono occupati del caso di sequestro di persona in Texas e di altri casi simili, hanno addotto la circostanza che i bambini fossero tenuti lontano dalla TV come giustificazione per dare i bambini in affidamento.

[2]  Tratto da Leggendo Douglas Adams a Yanoun

LA FIERA DELL'IGNOMINIA

postato da Gianluca Freda (06/05/2008)


IL SALONE DI TORINO CONTESTATO
di Valerio Evangelisti
dal sito www.carmillaonline.com
 

Il 10 maggio ci sarà, a Torino, una manifestazione nazionale contro il Salone del Libro di Torino. Credo che sia la prima volta che viene indetto un corteo contro una fiera letteraria. Eppure, prima di chiedersi se ciò abbia un senso, ci si dovrebbe domandare quanto di effettivamente letterario ci sia nel Salone del Libro, e quanto invece vi sia di politico.

La scelta della Salone del Libro di Torino di celebrare la nascita dello Stato di Israele, alla base della protesta, ha origini sospette e contenuti ambigui.

Non è normale che a proporre (imporre?) l'evento alla Fiera del Libro di Torino e al Salone del Libro di Parigi sia stato lo stesso governo israeliano. Di solito, eventi del genere sono proposti dal Ministero della Cultura di un paese, dall'associazione degli editori o da organi simili.

Non è normale che gli autori invitati, per partecipare al Salone di Parigi, abbiano dovuto sottoscrivere una dichiarazione con la quale si impegnavano a non criticare il loro governo (vedi qui).

Non è normale fingere di ignorare che la data del 1948 celebra sia la nascita di Israele che la cacciata di centinaia di migliaia di palestinesi, con il terrore, dai luoghi in cui vivevano da secoli. Ciò è stato ampiamente documentato, tra gli altri, dallo storico Benny Morris (per inciso, israeliano e nazionalista) nel suo libro The Birth of the Palestinian Refugee Problem, Cambridge University Press, 2004, sulla base di una massa di documenti (si veda anche E.L. Rogan, A. Shlahim ed., The War for Palestine. Rewriting the History of 1948, Cambridge University Press, 2001). Celebrare un evento significa celebrare anche l'altro, concomitante.

Non è normale che la celebrazione della nascita di uno Stato - cosa abbastanza incongrua in una manifestazione letteraria - avvenga proprio mentre quello Stato, reduce dai bombardamenti sul Libano che nessuno ha dimenticato, attua su Gaza la più feroce delle sue azioni di strangolamento, tagliando l’elettricità, i rifornimenti alimentari, i medicinali e impedendo persino il transito delle ambulanze (già 130 palestinesi di ogni età, ammalati gravi, sono morti per questo).

Si dirà che a Gaza predomina Hamas. E' vero, ma proprio Israele ha incoraggiato la crescita di Hamas, quando le serviva per logorare le altre forze palestinesi. Si veda J. Dray, D. Sieffert, La guerre israélienne de l'information. Désinformation et fausses symétries dans le conflit israélo-palestinien, La Découverte, Paris, 2002, pp. 53 ss. La stessa azione ha svolto l'assieme dell'Occidente. Lo ha documentato, tra molti altri, Alain Gresh, in una serie di articoli su Le Monde Diplomatique - per esempio questo. Gresh, sia detto per inciso, è di origine ebraica.

Non è normale, anche se rientra nel novero della mera goffaggine, tirare uno schiaffo all'Egitto, ritirando all’ultimo momento l’invito che gli era stato rivolto, sia pure informalmente.

La storia dei governi di Israele successiva al 1948 non è tanto più gloriosa, malgrado l'epica che le è stata costruita sopra.

Da ragazzino fui ingannato anch'io, e credetti che la "guerra dei sei giorni" fosse stata combattuta dal Davide Israele contro un Golia rappresentato dai paesi arabi aggressori. Persino questa realtà un tempo certa appare dubbia, dopo il libro di Benny Morris Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001. Ed. Rizzoli, 2001. Ciò che seguì è noto e non sto a riassumerlo. Una serie ininterrotta di espansioni territoriali giustificate con l’invocazione di un perenne “diritto all’autodifesa”.

Mi preme solo sottolineare, perché poco nota, l’azione internazionale svolta dallo Stato di Israele in quadranti del mondo estranei ai conflitti in cui era coinvolto.

Israele ha sempre sostenuto i Duvalier di Haiti, padre e figlio. Ha inviato armi e consulenti in Guatemala, in Honduras e tra i contras che attaccavano il Nicaragua sandinista. Ha tuttora forze consistenti impiegate nella sanguinosa antiguerriglia del presidente colombiano Uribe. Per non parlare del costante sostegno israeliano al Sudafrica pre-Mandela e ad altri regimi reazionari africani.

Del resto il regime interno israeliano, malgrado le apparenti forme democratiche, somiglia tantissimo all'apartheid del vecchio Sudafrica. Nessun arabo palestinese inglobato fin dal 1948, pur avendo cittadinanza israeliana da decenni, è ammesso nell'esercito, per dirne una. Il resto lo lascio alla testimonianza di un israeliano coraggioso, Yoram Binur, che si finse palestinese e in un libro, Il mio nemico, ed. Leonardo, 1981, narrò la sua esperienza terrificante. Binur non è affatto un filo-palestinese, tutt'altro. Si limitò a raccontare la verità.

Una verità che non ha fatto che peggiorare. E' sotto gli occhi di tutti lo scandalo degli insediamenti di coloni ebraici in Gaza e Cisgiordania. Quanto più Israele si impegnava ufficialmente ad abbatterne, tanto più se ne costruivano. Ciò in nome del sempiterno richiamo al "diritto di Israele alla sopravvivenza", alibi per commettere crimini d'ogni tipo chiamati “autodifesa”.

E' vero che frazioni di palestinesi, nella loro storia, si sono macchiate e si macchiano di eccessi sanguinosi, però non è superflua la domanda: chi ha cominciato? La Seconda Intifada iniziò con ragazzini che tiravano sassi. Solo dopo che quasi cento palestinesi erano morti, inclusi molti bambini, cadde il primo israeliano.

Analogamente, il "terrorismo palestinese" su larga scala nacque verso il 1968, venti anni dopo il terrorismo israeliano sui palestinesi e lo svuotamento della Palestina dalla sua popolazione originaria.

Attualmente, oltre a strangolare Gaza e Cisgiordania, il governo di Israele ha cominciato a infierire anche sui palestinesi che hanno la sua cittadinanza.

Creato il nemico, spintolo all'integralismo islamico, riaffiorano i propositi di cancellarlo per sempre, proprio come etnia. Persino alcuni ministri israeliani ne parlano senza riserve.

E questo lo Stato cui il Salone del Libro di Torino intende rendere onore, celebrandone la nascita: una specie di apologia del colonialismo moderno.

E ora veniamo al tema degli scrittori. La protesta contro il Salone del Libro di Torino equivale a una condanna al rogo di autori e opere?

Già una selezione di scrittori imposta dal governo Olmert, dalle sue ambasciate e dai suoi uffici di propaganda, dietro sottoscrizione (almeno a Parigi) di un impegno a non criticare le proprie autorità nazionali, risulta sospetta.

Si obietterà che gli scrittori israeliani popolari in Europa sono notoriamente “dissidenti”. Grande abbaglio. I nomi più illustri circondati da tale fama, Grossman, Oz, Yehoshua, si sono pronunciati a favore dei bombardamenti sul Libano (Grossman con tardivi ripensamenti) e, nel caso di Yehoshua, a favore del "muro della vergogna". Quest'ultimo ha anzi dichiarato a un quotidiano italiano che non vorrebbe mai avere un arabo per vicino di casa. La loro indipendenza dal potere è una leggenda che circola solo dalle nostre parti. Non è un caso se altri importanti scrittori israeliani, come Benny Ziffer, responsabile del supplemento culturale del quotidiano Haaretz, non solo hanno denunciato l’atteggiamento di Grossman e compari, ma, per primi, hanno incitato a boicottare i Saloni di Parigi e Torino (vedi qui). Lo scrittore Jamil Hilal, di cui Ernesto Ferrero aveva preannunciato la presenza a Torino, ha replicato molto seccamente: “Non parteciperei in alcun modo a un evento che legittima l'occupazione coloniale di Israele e lo strangolamento dei palestinesi della Striscia di Gaza, e in un'occasione che segna la sottrazione della terra e la pulizia etnica del popolo palestinese.”

La cultura ebraica in tutto ciò non c'entra nulla. L'ebraismo non è una razza, bensì una religione con la serie di tradizioni che l'accompagnano. Se vogliamo “un popolo”, però alla luce di quelle tradizioni, non di connotazioni etniche. Gli ebrei, nel mondo, hanno posizioni molto diverse. Tanti israeliani spesso non hanno religione alcuna, e sono classificati come tali per via delle credenze dei genitori. Tel Aviv è una delle città più laiche al mondo.

Qui non si parla di ebraismo, bensì di geopolitica. Certo, contro chi critichi la politica del governo israeliano scatta regolarmente l’accusa di antisemitismo. Accusa che ha smontato con molta efficacia l’ebreo americano Norman G. Finkelstein in uno studio molto accurato: Beyond Chutzpah. On the Misuse of Anti-Semitism and the Abuse of History, University of California Press, 2005.

Al di là delle singole personalità partecipanti, la protesta che investe il Salone del Libro di Torino non è contro autori e opere, né tantomeno contro "gli ebrei", ma contro un'operazione propagandistica concordata tra governi.

Aggiungo alcuni elementi.

Di recente, lo storico e scrittore israeliano Ilan Pappé (di lui si veda, tra l’altro, A History of Modern Palestine, Cambridge University Press, 2004) è stato costretto, per le minacce che riceveva in Israele, a lasciare la cattedra che occupava presso l'università di Haifa e a trasferirsi in Inghilterra.

Propugnava la convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi.

Potremmo dirlo fortunato. Se non altro si è salvato la vita. I vari governi israeliani hanno assassinato moltissimi scrittori, poeti, intellettuali palestinesi, da Ghassan Kanafani, a Wael Zwaiter, traduttore in italiano de Le mille e una notte (Alberto Moravia, che gli era amico, dedicò alla sua scomparsa uno dei suoi articoli migliori), a Naïm Khader, che era solo un uomo di pace. Più decine di altri, uniti dal torto di dare alla causa palestinese un’intelligenza.

Domanda: è giusto glorificare in un Salone del Libro uno Stato (non una "cultura", ma una successione di governi ispirati alle stesse linee) che esilia scrittori propri ed elimina, tramite sicari, scrittori appartenenti a una diversa etnia che si intende cancellare?

Io lo trovo disgustoso.

PS. Tutti gli autori citati nel mio pezzo, nessuno escluso, sono israeliani oppure ebrei, a volte di nascita e a volte di religione.

ZAPPATORE

postato da Gianluca Freda (05/05/2008)

“Musica, musicante!
Fatevi mórdo onore...
Stasera, 'mmiez'a st'uommene aligante,
abballa un contadino zappatore!”
(Mario Merola)

 

“Zapping” è una trasmissione radiofonica di Rai1 condotta, da circa 14 anni, da tal Aldo Forbice. Ho sentito con le mie orecchie alcune persone definire questo ponderoso scialacquio di megahertz un “programma d’informazione”. A queste persone vorrei manifestare la mia più profonda solidarietà umana e porgere i miei auguri di pronta e completa guarigione. Supplico gli infermieri di non stringere troppo le cinghie di cuoio del lettino ai loro polsi e di portargli ogni tanto qualche sigaretta. Nel programma di Forbice la maggior parte delle telefonate degli ascoltatori ricevono repliche del seguente tenore: Ascoltatore: «Dottor Forbice io le riconosco di avere condotto nella sua trasmissione molte battaglie civili. Che cosa penserebbe di condurre un’altra battaglia per la raccolta di firme per la reintegrazione dei tre giornalisti che sono stati esclusi dal fare trasmissioni come sa lei?» Forbice: «Come si permette? Questa è una trasmissione Rai. E in Rai di queste cose non si discute. Buonasera e grazie» (butta giù il telefono). Oppure: all’epoca dell’elaborazione del porcellum, un ascoltatore telefona affermando che non gli pare corretto modificare la legge elettorale a pochi mesi dal voto. Forbice lo zittisce: "Ma tutte le leggi elettorali si fanno negli ultimi mesi della legislatura, questo è normale...". L’ascoltatore ribadisce che sarà anche normale, ma non gli sembra accettabile. Forbice sbraita: “... Ho detto che è normale, dunque è anche accettabile, se non fosse normale non sarebbe accettabile, se la lingua italiana ha ancora un senso. Buonasera". E butta giù il telefono. E’ difficile definire questo ardito innovatore della lingua italiana, questo demiurgo d’audaci sinonimi, in termini non querelabili. Si potrebbe definirlo il Bokassa del suo miserabile palinsesto, ma questo non aiuterebbe a distinguerlo dagli innumerevoli imbrattatori italiani di frequenze meritevoli dello stesso titolo. Lo definirò dunque semplicemente “zappatore”, in ossequio al titolo della sua trasmissione e alla sua impareggiabile cultura umanistica e giornalistica.

Come ogni sotto-beneficiario di microscopico feudo, Zappatore non ama i nemici dell’economia curtense. Fra costoro c’è anche Beppe Grillo, che Zappatore ama attaccare con lo humour e la proprietà di linguaggio tipiche del calloso e nerboruto piantator di barbabietole. Vero è che Grillo, in virtù delle baggianate che ogni tanto non riesce a fare a meno di proferire, offre il fianco agli attacchi con una frequenza sempre più preoccupante. Ma finché avrà contro zotici armati soltanto di zappe e forconi, non corre pericolo di vita e può tranquillamente permettersi, semel in anno, qualche frescaccia, che, opportunamente assolta da repliche argomentate, fa solo bene alla salute.

Per esempio: Grillo, sul suo blog, si è adirato per la pubblicazione online, da parte dell’agenzia delle entrate, dei redditi dichiarati dai cittadini italiani nel 2005. Ha scritto:  

“I rapimenti di persone saranno facilitati, il pizzo potrà essere proporzionato al reddito dichiarato. La criminalità organizzata non dovrà più indagare, presumere. Potrà andare a colpo sicuro collegandosi al sito dell’agenzia delle entrate. I nullatenenti e gli evasori non avranno comunque nulla da temere. Chi paga le tasse sarà punito, chi ne paga molte potrà essere sequestrato, taglieggiato, rapinato. Le rapine in villa si faranno finalmente in tutta Italia e non saranno concentrate nel Lombardo Veneto.”

Ora, è chiaro che in queste poche righe c’è una tale concentrazione di frescacce da alimentare una piccola centrale nucleare. Le dichiarazioni dei redditi di cittadini e aziende sono pubblici per legge fin dal 1973. E’ dovere dell’agenzia delle entrate rendere pubblici questi dati, come è diritto di ogni cittadino conoscerli. E’ semmai stupefacente che a poche ore dalla pubblicazione le autorità minaccino di arresto i cittadini che esercitano questo loro diritto (senza peraltro neppure contestare l’operato di chi ha messo i dati su internet). La criminalità organizzata non ha certo bisogno di vedere i dati online per andare a colpo sicuro. E se mai ne avesse bisogno, povera criminalità organizzata! Finirebbe per sequestrare bidelli e operai, i quali, stando alle dichiarazioni dei redditi, guadagnano più di commercialisti e gioiellieri. Inoltre, con questa improvvida sfuriata, Grillo ha mostrato di nutrire preoccupazioni da magnate, che ben poco interessano la moltitudine di precari e profughi della globalizzazione che rappresentano lo stuolo dei suoi seguaci. Essere rapiti dall’anonima sarda non è esattamente la paura principale di cassintegrati e operatori di call center. Insomma, Grillo ha toppato stavolta così alla grande che qualsiasi avversario dotato di minima intelligenza dialettica avrebbe potuto agevolmente ridurlo in fettuccine. Fortunatamente per lui – e per chi come il sottoscritto nutre per Grillo, nonostante tutto, una certa simpatia – aveva contro lo Zappatore.

Il bifolco a onde medie, provocato da un ascoltatore, non ha trovato di meglio - prima di sbattergli il consueto telefono in faccia – che rammentare al popolo i 4 milioni e passa di euro percepiti da Grillo nel 2005. Immagino che nell’idioma rurale dei nostri progenitori ciò voglia dire: “Ahò, sete straccioni e ve strusciate ai damerini, ma nun ve vergognate? Nun lo vedete che questo predica bene e razzola male?”.

Torni pure alle sue succose melanzane, buon dottor Forbice. Grillo, in realtà – se queste sono le accuse – predica bene e razzola bene, nonostante qualche occasionale sproloquio. I suoi soldi vengono dal suo lavoro, non dalle tasse dei cittadini. I milioni che guadagna vengono dal contante che molti cittadini, per scelta e non per imposizione fiscale dello Stato, sborsano per assistere ai suoi spettacoli e acquistare i suoi DVD. Non come certi conduttori radiofonici, che sbafano a ufo i soldi dei contribuenti – provenienti dal canone RAI – offrendo come contropartita solo gutturalità sintattiche, bestialità argomentative e cornette sbattute nel muso. Grillo utilizza parte del denaro che guadagna per fare spesso (non sempre, ma nessuno è perfetto) ottima informazione, anziché per trasformare in melanzane i suoi ascoltatori e trattarli di conseguenza. Grillo non ha mai fatto mistero dei suoi corposi introiti, a differenza di certi coltivatori diretti dal reddito imprecisato. “Io sono il contribuente numero 30 dello Stato italiano”, ha dichiarato egli stesso in molti spettacoli. Su quei soldi paga regolarmente le tasse, il che è raro per un italiano e per un genovese è quasi eroico.

Dice Zappatore che si regalano soldi a Grillo ogni volta che si clicca sul suo sito. Io questo mese ci avrò cliccato un migliaio di volte. Mamma mia, chissà che salasso la prossima bolletta di Fastweb! Del resto anche i soldi che ogni cittadino, volente o nolente, deve donare a Zappatore sono regalati, soprattutto per coloro che, avendo traslocato in un quartiere dotato di rivendita ortofrutticola, non hanno più bisogno di usufruire del servizio pubblico offerto dagli zappatori di Stato.

La buffa esibizione campestre si conclude a sputazzate, con l’Uomo del Monte che, contestualmente all’attesa censura dell’ascoltatore eretico, inveisce contro “le migliaia di allocchi che ancora credono alle cretinate di Grillo”. Migliaia di allocchi che, per inciso, non pagano una lira a Grillo se non volontariamente, mentre sono costretti a pagare, contro la loro volontà, lo stipendio dello Zappatore per essere trattati a pomodori nel muso. In questo lo Zappatore ha ragione: sono allocchi. A quando uno sciopero dei consumi di melanzane – e delle retribuzioni obbligatorie ai braccianti analfabeti – che ci consenta di recuperare un po’ di saggezza? 

IL GRANDE GIARDINIERE

postato da Gianluca Freda (27/04/2008)

“Il più grande complotto mai esistito è sempre stato nel fatto che non esiste nessun complotto. Nessuno ce l’ha con voi. A nessuno importa un tubo se vivete o morite. Ecco, vi sentite meglio adesso?”
(Dennis Miller)

“I media, ben lungi dall’essere una cospirazione per attenuare la consapevolezza politica delle persone, possono essere visti come una cospirazione per nascondere la reale entità dell’indifferenza politica.”
(David Riesman)

“Ora che possiamo controllare la meteorologia, creare terremoti e onde di marea e sfruttare tutto questo come arma di guerra, ci serve un trattato.”
(Claiborne Pell, senatore e membro del Comitato d’Intelligence del Senato USA, citato da The Providence Journal Bulletin, 1975). 
 

Da bambino lessi un racconto di fantascienza di cui non ricordo più il titolo né l’autore. Nel racconto, la Terra era stata invasa da una razza di alieni giganteschi, alti più di un chilometro. Dopo lo sconcerto iniziale, i terrestri si erano abituati agli invasori, figure di altezza smisurata che camminavano sopra le loro città come se nemmeno esistessero. Gli alieni sembravano non notare l’esistenza dei terrestri e delle loro opere, non più di quanto un uomo potrebbe notare l’esistenza di una colonia di microbi o di parassiti. Il loro muoversi tra gli umani non produceva crolli, né devastazioni: semplicemente, ogni volta che i loro piedi calpestavano edifici e luoghi abitati, sulla zona si vedeva stendersi, per qualche istante, una grande ombra, che svaniva non appena l’alieno si allontanava. Dopo un po’ gli umani avevano imparato a non fare più caso agli invasori, considerandoli parte del paesaggio. Esisteva un ristretto gruppo di umani che continuava, imperterrito e inascoltato, a lanciare l’allarme, a mettere in guardia contro il pericolo rappresentato dai giganti. Tutto inutile. La stragrande maggioranza dell’umanità era troppo impegnata a badare alle proprie faccende per ascoltare questi folli deliri complottisti. Il complotto camminava di fronte a loro, alto più di un chilometro e piuttosto visibile, ma c’era chi sosteneva che i giganti erano sempre esistiti e il mondo era sempre andato così, dunque perché preoccuparsi?

Un bel giorno gli alieni iniziano a irrorare l’atmosfera con una specie di gas. Gli anticomplottisti a oltranza dicono che non c’è motivo di allarmarsi, i giganti stanno solo spruzzando aromi per rendere l’aria più profumata. Il racconto si conclude con il dialogo tra due terrestri, anticomplottisti e razionali, che osservano i giganti da lontano, continuando a prendersi cura dei propri giardini fioriti.

“E’ profumo quello che stai spruzzando sulle tue rose, Jim?”.

“No. E’ DDT contro i parassiti. Perché?”.

Questo racconto mi è tornato in mente qualche giorno fa, mentre osservavo il cielo primaverile sopra la mia città riempirsi nuovamente di scie chimiche. Avete presente le scie chimiche? Quelle che “preoccupano solo i complottisti che credono agli alieni e ai rettiliani”. Quelle che non esistono, oppure, a scelta, “sono sempre esistite, perché il cielo è sempre stato così”. Quelle che servono a “concimare i campi”, anche quando si vedono comparire sopra le metropoli. Quelle che “ma dài, sono solo nuvole”. Quelle delle quali – come sostiene Luca Mercalli, il metereologo parruccone visibile nel filmato qui sopra – non bisogna discutere per non andare fuori tema o perché “ci sono anche altri che devono parlare”. Quelle che non esistono e se per caso esistessero “ci sono cose più importanti di cui preoccuparsi”. Quelle che se una cosa è visibile ma non spiegabile va considerata semplicemente inesistente. Quelle che tutti vedono, ma non allarmano nessuno, perché se i media non ne parlano vuol dire che non sono pericolose.

Del resto, perché dovrebbero esserlo?

Non è forse profumo quello che ogni buon giardiniere spruzza sulle proprie rose?

LA CHIESA: IL SEME DEL MALE - 2

postato da Gianluca Freda (26/04/2008)


LA CHIESA E IL SUO LAVAGGIO DEL CERVELLO
parte seconda

Intervista di Biagio Catalano a Domenico Pacitti
dal sito Justresponse
Traduzione di Gianluca Freda
 

Catalano: Visto l’attuale stato del disastro politico, economico e sociale in Italia, lei consiglierebbe a un futuro studente di imbarcarsi in un lungo (e molto oneroso) corso di studi in Italia? O c’è il pericolo di ritrovarsi, alla fine, non solo senza lavoro, ma anche condizionati nel proprio modo di pensare, contribuendo così all’incremento degli “ignoranti istruiti” d’Italia o dei candidati alla "fuga di cervelli"?

Pacitti: Il mio consiglio è di valutare se l’istruzione universitaria sia davvero l’unica strada per un avanzamento e di considerare le possibili alternative. Un paese come l’Italia, nel quale fino a tempi piuttosto recenti esisteva un alto tasso di analfabetismo, tende a sopravvalutare l’educazione universitaria. Sarebbe difficile trovare dei genitori italiani che non considerino il conseguimento di una laurea da parte del proprio figlio o figlia come un grande risultato. In questi casi, quando l’educazione universitaria è ritenuta indispensabile, consiglio di seguire i corsi universitari con il doppio obiettivo di imparare una materia e di trasformare il sistema. Ciò significa acquisire la volontà e le capacità necessarie ad organizzare un’azione studentesca estesa ed efficace.

Quando gli studenti italiani protestano, lo fanno immancabilmente per le condizioni di studio, per le tasse e per gli alloggi. Non protestano mai contro le procedure corrotte che generano i loro insegnanti. Evidentemente questo non è importante per loro, il che significa che gran parte della colpa del triste stato delle università italiane è da attribuire agli studenti stessi. Quegli studenti che vorrebbero essere giudicati sul merito, ma che non vogliono provare a modificare il corrotto sistema italiano, dovrebbero andarsene all’estero, contribuendo alla “fuga dei cervelli”... ma dovrebbero anche essere preparati a vedere sminuite le qualifiche ottenute all’estero e le possibilità di ottenere una cattedra al loro ritorno in Italia.

Catalano: In uno dei suoi articoli [Fondamenti cattolici della corruzione in Italia], che ho recentemente citato [in L’esegesi dello “sterco di Satana”], riferendosi al legame tra religione e economia lei evidenzia una stretta relazione tra il fallimento politico ed economico italiano e il cattolicesimo. Dal suo punto di vista, esistono ragioni intrinseche di carattere geo-climatico che potrebbero giustificare la nascita del cattolicesimo, delle sue familiari caratteristiche, il suo sviluppo come strumento di controllo di massa, proprio nell’area italiana?

Pacitti: Ogni indagine che ci aiuti a far luce sul ruolo degli elementi climatici e geografici sui processi formativi che hanno forgiato le caratteristiche dei nostri antenati e delle antiche civiltà della penisola italiana, va certamente incoraggiata. Non vedo motivo per cui questi fattori non potrebbero aver giocato almeno un ruolo di contributo.

Ad esempio, il fatto che l’Italia sia una penisola, insieme alla sua collocazione mediterranea, l’ha resa ovviamente un fondamentale centro di commerci nell’antichità, e questo potrebbe aver favorito il diffondersi di una mentalità mercantile fra gli abitanti. La questione è sicuramente degna di essere oggetto di studi approfonditi lungo le linee che lei suggerisce.

Si potrebbe usare il metodo della variazione concomitante, cioè cercare altri esempi in cui caratteri geografici e climatici analoghi abbiano prodotto tratti culturali simili; e poi cercare casi in cui clima, geografia e cultura non siano relazionabili, oppure lo siano in modo parzialmente diverso. Si dovrebbe, ovviamente, tener conto dei parametri storici per cercare di arrivare alla verità, isolando i fattori rilevanti. Lo storico francese Fernand Braudel, morto nel 1985, ha compiuto importanti ricerche in questo campo. So che esiste una Fondazione Braudel a New York che porta avanti il suo lavoro, ma non ho seguito gli ultimi sviluppi.

Catalano: Professore, ad un’analisi accurata risulta immediatamente ovvio che la storia dell’Impero romano e quella del Vaticano sono interdipendenti. A suo avviso, perché tanti accademici e la stessa opinione pubblica sembrano incapaci di percepire l’evidenza dei fatti, e cioè che la cristianità fu una creazione politica dell’Impero romano?

Pacitti: Una delle ragioni è che semplicemente non conoscono la loro storia. Un’altra è che l’indottrinamento della scuola e dell’università contiene le loro indagini entro una cornice sicura e predefinita. Gli accademici tendono a iper-specializzarsi in un unico settore. Ciò porta spesso ad una forma di istupidimento o rigor mortis mentale che impedisce loro di vedere certe situazioni nel loro giusto contesto e nell’esatta prospettiva, o di essere in grado di interpretare i risultati delle loro ricerche in modo appropriato. Un principiante indipendente e intelligente, perfino se autodidatta, è probabilmente più libero da questi considerevoli limiti. Un altro motivo sta nel fatto che, in tutta evidenza, non esiste una motivazione forte – e anzi vi sono molti disincentivi – a perseguire il tipo di ricerca che lei suggerisce, poiché essa non è politicamente utile.

L’opinione pubblica, in Italia e altrove, continua ad essere guidata in gran parte da coloro che controllano i media. E’ certamente vero che dall’epoca di Platone fino all’età moderna, passando per il medioevo, vi è stata una continuità nella degenerazione, come se una specie di forza corruttrice avesse assimilato e trasformato tutto ciò con cui veniva in contatto in qualcosa di basso e immorale. La profonda e insaziabile sete di potere all’interno della penisola italiana, che risale all’alba dei tempi, è un fenomeno che non trova paragoni nell’intera storia umana.

Vale forse la pena di ricordare ai nostri lettori che l’Impero Romano si fa generalmente iniziare con la battaglia di Azio nel 31 a.C. e finire con Romolo Augustolo nel 476 d.C. A partire dall’inizio del sesto secolo, l’Impero d’Occidente si era evoluto nell’Impero Bizantino. Si potrebbe anche dire che il Sacro Romano Impero ebbe inizio con Ottone il Grande nel 962, o perfino con Carlo Magno nell’800, e ricevette il suo definitivo coup de grâce solo nel 1806, a seguito della sconfitta di Francesco d’Austria ad opera di Napoleone. Abbiamo dunque un fenomeno rimarchevole e pressoché unico nella storia: una stessa città, Roma, ha generato i due imperi più potenti che il mondo abbia mai visto, che, presi insieme, si sono estesi per un arco di oltre duemila anni. Per dirla con Agostino d’Ippona, uno, la Città dell’Uomo, era temporaneo e mortale, l’altro, la Città di Dio, era eterno e non soggetto a quei fenomeni che abbattono gli imperi e pongono fine alle civiltà.

Catalano: Lei ha parlato della Controriforma e del Concordato come di eventi chiave nella riaffermazione del cattolicesimo e della sua perniciosa influenza sulla storia d’Italia e del mondo. Lei crede che sia possibile invertire questi processi, e se sì, come?

Pacitti: Il punto importante della Controriforma, o Riforma Cattolica, i principi della quale furono suggellati dal Concilio di Trento del 1563, è che in un momento in cui tutti gli altri paesi europei compivano giganteschi balzi in avanti, la Chiesa Cattolica Romana compiva un gigantesco passo indietro verso il medioevo. La necessità di credere in dogmi assurdi, come la transustanziazione, i sacramenti e la vita eterna, venne enfaticamente riaffermata, mentre le riforme furono quasi esclusivamente burocratiche. Il Concordato, d’altro canto, fu parte dei patti lateranensi che Mussolini stipulò con la Santa Sede nel 1929.

La creazione di uno Stato del Vaticano indipendente, il consolidamento dei poteri della Chiesa e la garanzia di nuovi poteri – in particolare il controllo sul sistema educativo del paese – furono tra le concessioni fatte da un dittatore onnipotente che però riconosceva, allo stesso tempo, l’enorme forza e influenza della Chiesa, con le sue centinaia di milioni di adepti sparsi per il mondo. Questa mossa, che fu del tutto politica e a quell’epoca assai utile per Mussolini, fu però decisamente pessima per il popolo italiano. Come la Controriforma, anche il Concordato fece un passo decisivo nella direzione sbagliata. Nonostante l’apparente limitazione di una parte di questi danni ad opera della Costituzione del 1948, la mentalità italiana contemporanea rimane dominata dalla Chiesa. Come si fa a invertire più di 2.000 anni di condizionamento sociale e psicologico? Io credo che non esista alcuna misura che, se adottata da sola, possa avere successo.

C’è bisogno di due cose: una serie di misure adottate all’unisono e allo stesso tempo la percezione da parte del pubblico che i cambiamenti siano permanenti. Anche se la mini-rivoluzione di Antonio Di Pietro avesse avuto successo, sarebbe bastato il mero peso del passato a diffondere la convinzione che un futuro governo avrebbe potuto invertire tutti i cambiamenti importanti. Le misure positive dovrebbero includere: politici che siano in grado di fornire al paese un esempio moralmente ineccepibile; pubbliche ricompense per la buona condotta e punizioni per la cattiva condotta; radicale riforma delle scuole e delle università nazionali; iniziative volte ad evidenziare la necessità di abolire la religione, in considerazione degli immensi danni che essa ha provocato; e la necessità di espandere la vecchia identità in favore di una nuova e positiva identità europea. Poiché è poco probabile che tutto ciò avvenga, possiamo ragionevolmente accettare che l’attuale mentalità resti prevalente ancora per un certo tempo.

Catalano: Perché crede che la classe politica italiana, a prescindere dal colore, mostri l’irresistibile desiderio di aggrapparsi in modo quasi subliminale alla politica e all’ideologia tradizionalmente espresse dal Vaticano, senza preoccuparsi degli effetti che quest’alleanza produce sull’opinione pubblica italiana e straniera? E’ solo una questione di banale clientelismo o ci sono altri fattori determinanti?

Pacitti: Osservare la debolezza e instabilità dei loro governi, da un lato, e il potere e l’influenza della Chiesa Cattolica dall’altro, ci fornisce l’evidente risposta. Si ha l’impressione – e non solo in Italia – che il termine “politico onesto” sia un ossimoro, una pura e semplice contraddizione in termini. L’azione politica è largamente incompatibile con l’osservanza di criteri morali, o almeno questo è ciò che mi è sempre sembrato.

In Italia, per tradizione, i politici entrano in politica con il fine di diventare potenti e influenti – certo un riflesso della loro debolezza e instabilità interna – e di ammassare ricchezza attraverso l’arte di trasferire fondi pubblici a conti bancari privati. Nessuno, in Italia, entra in politica per fare davvero il bene del popolo italiano. Ciò vuol dire che la colpa è soprattutto degli italiani stessi, i quali non hanno intrapreso azioni adeguate per porre fine a questa situazione. Vuol dire che non facendo nulla, con la loro inazione prolungata e intenzionale, essi hanno dato il proprio tacito consenso a questa classe politica criminale.

Nelle scorse elezioni, Berlusconi disse ai suoi candidati di rivolgersi ai loro elettori come se fossero bambini di undici anni. Questo dà il quadro di come siano visti oggi gli elettori. L’Italia non ha mai avuto una rivoluzione come quella francese, con la sua ghigliottina, e non ha mai beneficiato in pieno dello spirito dell’Illuminismo. In un certo senso molte nazioni hanno il governo che meritano. E così anche gli italiani, per la loro debolezza di volontà, per la mancanza di coraggio, per la loro mentalità condizionata dalla Chiesa, hanno avuto i governi e il sistema politico che meritavano.

Catalano: Molti opinionisti, giornalisti e conduttori televisivi italiani hanno oggi un background cattolico o sono in gran parte allineati. Lei crede che sarà possibile, nel medio termine, una defenestrazione di questa generazione inquinata, che possa fornire un esempio ai giovani che vogliono diventare buoni giornalisti? E se sì, quali strumenti si dovrebbero usare?

Pacitti: Qui non c’entra nulla l’essere cattolici praticanti, poiché molti dei principali giornalisti italiani sono ebrei, musulmani e buddisti. Il guaio è che tutti possiedono le richieste qualità di servilismo e di autocensura istintiva che gli permettono di restare nell’ambiente. E questi sono caratteri culturali italiani profondamente radicati che fanno parte dell’eredità di un modo di pensare inculcato dalla Chiesa.

L’aspetto più pernicioso della risultante distorsione mediatica consiste nell’illusione che all’ascoltatore, lettore o telespettatore venga presentata tutta la gamma delle opinioni possibili. La verità è che le opinioni radicali o indipendenti vengono accuratamente e sistematicamente filtrate per il loro potenziale sovversivo, il che è una notevole restrizione della libertà d’espressione. Quindi i presentatori di cui lei parla sono meno pericolosi quando agiscono apertamente come maggiordomi dei loro burattinai politici piuttosto che quando sembrano operare con meticolosa imparzialità; poiché in quest’ultimo caso l’arte dell’inganno è perpetrata in modo sottile, come in una gara di scacchi, attraverso la sofisticata elaborazione di verità parziali che messe insieme producono un’immagine fasulla.

Del resto, considero l’eliminazione di questa casta corrotta tanto improbabile quanto l’eliminazione della corrotta classe politica, per gli stessi motivi della risposta precedente: debolezza e passività, che sono parte del marchio indelebile impresso dalla Chiesa sulla mentalità italiana.

Catalano: Lei pensa che affamare e ridurre all’ignoranza un intero paese rappresenti una tecnica efficiente di manipolazione demagogica? Se sì, in che modo e con quali metodi ciò viene attuato in Italia?

Pacitti: No. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ha compreso ormai da tempo che l’indottrinamento sistematico ad opera dei media è molto più efficace per controllare il pensiero della gente rispetto ai vecchi metodi che sfruttavano la fame e la miseria. E l’Italia impara continuamente dagli Stati Uniti. Gli italiani sono un popolo creativo per natura, la cui creatività deve essere ristretta entro certi confini ben definiti, affinché non divenga politicamente pericolosa o sovversiva. Un popolo affamato è potenzialmente più pericoloso di un popolo ben nutrito e dotato di appropriato intrattenimento.

La promozione di una conoscenza culturale “sicura” viene considerata accettabile. Ma allo stesso tempo, secondo il CNS, occorre tenere la gente all’oscuro di certi problemi. E questo, di nuovo, significa controllo mediatico... non solo di cosa e come viene comunicato, ma, cosa più importante, di cosa deve essere omesso.

Catalano: Professor Pacitti, grazie per la sua gentile collaborazione. Presto verremmo ancora a parlare con lei e a beneficiare delle sue opinioni. 

AGGIORNAMENTO DIALER

postato da Gianluca Freda (24/04/2008)

Allora: da quel che leggo su altri blog che hanno avuto il mio stesso problema, pare che la fonte del dialer che infestava questo sito  fosse proprio il contatore, che ho rimosso. Prego gli utenti che hanno avuto la sventura di imbattersi nel dialer (e che usano Win XP) di compiere le seguenti operazioni:

1) Andate alla cartella Documents and SettingsNome utente. Qui potreste trovare uno o più file aventi per icona una specie di mondo blu, con il nome composto da 8 o più lettere ed estensione .exe. Sono tutti dialer, cancellateli senza pietà. Se necessario, eseguite anche un controllo con AVG FREE.

2) Non basta cancellare il dialer, poiché sembra che il programma java 'Base Actvitied Limited' che è stato installato nei pc infetti ricrei il dialer ogni volta che si torna sul sito. Perciò, dopo aver cancellato i dialer, fate così:

1. Andate su pannello di controllo e quindi aprite il programma di configurazione Java.

2. Cliccate su 'Protezione' quindi su 'Certificati'.

3. Selezionate il certificato 'Base Actitivities Limited' e quindi cliccate su rimuovi.

Questo dovrebbe risolvere definitivamente il problema.

Chiedo scusa a tutti per l’inconveniente. In futuro eviterò di fidarmi dei contatori gratuiti. Speriamo adesso di poter tornare a parlare di cose serie.   (GF)

LA CHIESA: IL SEME DEL MALE

postato da Gianluca Freda (23/04/2008)


LA CHIESA E IL SUO LAVAGGIO DEL CERVELLO
Prima parte

Intervista di Biagio Catalano a Domenico Pacitti
Tratto dal sito Justresponse
Traduzione di Gianluca Freda

 

Nota del traduttore: credo sia la prima volta che mi capita di tradurre in italiano l’intervista di un giornalista italiano ad un insegnante italiano. Già questo basterebbe a capire quanto le posizioni di Domenico Pacitti, attualmente insegnante di lingua inglese e letteratura americana all’Università di Pisa, siano sgradite e impubblicabili in Italia. Così sgradite e impubblicabili da poter essere espresse solo (o soprattutto) in inglese, nel sito JUST Response di cui lo stesso Pacitti è direttore. E questo non solo per la sempiterna prepotenza del potere politico e per la censura dell’establishment italico contro ogni opinione “deviante”, ma anche per il disinteresse del gregge nazionale verso ogni punto di vista non omologato. Tutto ciò che non sia riconducibile alla guerra tra bande in cui si risolve il quadro politico e non comporti la professione di fede per l’una o per l’altra cosca, viene semplicemente ignorato dai montoni con la matita copiativa. Se un’opinione non serve a far vincere la “mia” cosca, se non mi dà garanzia di clientele, se non procura a mio nipote un posto da scaldapoltrona in qualche ente pubblico, allora, anche se ben argomentata, è un’opinione inutile. Anzi, non è neppure un’opinione, dunque è superfluo e pericoloso pubblicarla. E lo è altrettanto leggerla. Questa intervista – assolutamente inutile – di un bravo giornalista italiano ad un ottimo docente italiano, pubblicata in lingua inglese, è per coloro che non sanno fare a meno dei punti di vista del tutto ininfluenti sulla carriera. E perfino un tantino rischiosi.

 

Biagio Catalano: Professor Pacitti, vedo dai suoi scritti che lei si definisce un ateo. In che senso, esattamente, lei è un ateo?

Domenico Pacitti: Sono ateo nel senso che non conosco nessuna ragione convincente per sostenere l’esistenza di una divinità suprema. Non credo neppure nell’immortalità, nella vita eterna, nel paradiso o nell’inferno, nei miracoli o che Gesù Cristo sia il figlio di Dio. Naturalmente non posso dimostrare in modo definitivo l’inesistenza di Dio, allo stesso modo in cui non posso dimostrare in modo definitivo l’inesistenza di un ristorante italiano in attività sul pianeta Plutone o che il nostro mondo sia popolato da spettri che esistono al di là della nostra percezione. Ma considero del tutto ragionevole il mio scetticismo su tutti e tre questi argomenti e mi assumo l’onere della prova per il fatto di stare dalla parte di coloro che enunciano tali proposizioni. Il termine ‘agnostico’ lo riserverei a coloro che si lasciano coinvolgere più profondamente da questo problema e scoprono di non poter esprimere certezze in un senso o nell’altro.

Catalano: Qual è stato il suo primo contatto con il cattolicesimo romano e come è diventato un ateo?

Pacitti: Ricordo che intorno all’età di 4 anni, a Glasgow, dove sono nato e cresciuto, domandai a mia zia delle immagini sacre che teneva nel suo messale della domenica. Una mostrava un San Michele trionfante che trafiggeva con una lancia un Lucifero caduto. Un’altra raffigurava l’Arcangelo Gabriele con la tromba che avrebbe suonato un giorno per annunciare la fine dei tempi. Ricordo di essermi immediatamente chiesto perché mai un Dio benevolo avrebbe dovuto promuovere un simile, spietato spargimento di sangue e togliere sadicamente il tappeto del tempo da sotto i nostri piedi. Ma non ricevetti alcuna risposta soddisfacente alle mie insistenti domande. Avevo la vaga sensazione che la religione non avesse un senso letterale e che dovesse essere vista in termini simbolici o mitologici, anche se a quell’epoca non avrei saputo esprimere la cosa in questi termini. Penso di non aver mai creduto seriamente a tutte queste storie. Perciò direi che non sono mai diventato ateo: semplicemente non sono mai diventato religioso.

Catalano: In che modo le sue prime esperienze scolastiche hanno rafforzato il suo ateismo?

Pacitti: Nell’istituto religioso che frequentai tra i cinque e i nove anni, le suore ci facevano imparare il catechismo a memoria: “Chi ti ha creato? Dio mi ha creato. Perché Dio ti ha creato? Dio mi ha creato per conoscerlo, amarlo e adorarlo in questo mondo, così che io possa essere felice con lui in eterno nell’altro”, e robe del genere. A questo punto avevo capito benissimo che erano stati i miei genitori, e non Dio, a crearmi e consideravo un affronto verso di loro l’attribuire tale atto, nel bene o nel male, a Dio o il pretendere che io amassi lui più di quanto amavo loro.

Il concetto di adorazione mi è sempre apparso intollerabilmente servile, umiliante e indegno di qualunque persona dotata di amor proprio. Né il dover chiamare “Sorella” una suora e “Padre” un prete serviva a migliorare le cose. Una parte del catechismo ci chiedeva di accettare che ogni volta che si celebrava una messa avveniva letteralmente un miracolo e che questo miracolo consisteva nella trasformazione, ad opera del prete, del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo. Ricordo che domandai alle suore se la transustanziazione non dovesse, per caso, essere interpretata in senso simbolico, come il morso che Adamo diede alla mela. Il raccapricciato responso fu che tutto doveva essere accettato in senso assolutamente letterale e che io dovevo imparare a non avere tutti questi dubbi come San Tommaso.

Devo aggiungere che la decisione dei miei genitori di mandarmi in scuole cattoliche private fu fondata sulla mera considerazione dei loro presunti alti standard educativi, poiché i miei genitori non furono mai cattolici praticanti né furono particolarmente interessati alla mia educazione religiosa.

Catalano: Può raccontarci qualcosa delle sue esperienze scolastiche successive?

Pacitti: L’educazione religiosa delle scuole primarie e secondarie che frequentai presso i gesuiti aggiunsero all’indottrinamento per memorizzazione un’altra forma di indottrinamento più sottile: l’autocensura istintiva. Questo veniva ottenuto consentendo e perfino incoraggiando la formulazione di domande, a patto che esse ricadessero all’interno della cornice dottrinale accettata; in altre parole, purché esse non rappresentassero una sfida radicale alla dottrina. Tutto ciò che ricadeva al di là dei confini prestabiliti era inammissibile.

Iniziai a notare che il comportamento di coloro che credevano in Dio, nella vita eterna e nell’immortalità era in palese contraddizione con i loro professati convincimenti. Una volta uno dei miei insegnanti morì dopo aver ricevuto gli estremi sacramenti, il che doveva garantirgli un sicuro passaggio verso il paradiso, e io non riuscivo a capire perché tutti fossero così tristi. Dovrebbero rallegrarsi, pensavo. E mi chiedevo che ne sarebbe stato di coloro i quali, essendo morti senza ricevere l’indispensabile trattamento preferenziale, sarebbero arrostiti all’inferno in ossequio a questa bizzarra dottrina.  

Catalano: Esistono episodi o conflitti personali particolarmente memorabili di cui può parlarci?

Pacitti: Vi furono alcuni incidenti. Posso parlarle di quello che ebbe il maggiore impatto su di me. Quando avevo nove anni diedi l’esame d’ingresso per una scuola primaria dei gesuiti a Glasgow e lì ebbi la mia prima esperienza dell’ingiustizia che è tipica del cattolicesimo romano. Il rettore, un certo padre Tracy, uomo intossicato dal potere clericale, ce l’aveva con gli italo-scozzesi che mandavano i bambini a lavorare nelle attività di famiglia prima che avessero completato i corsi scolastici e diceva di voler dar loro una lezione. Beh, la lezione arrivò sotto forma del rifiuto di accettare il candidato con i voti più alti, che ero io, per il fatto che venivo da una famiglia italiana. Invece, ad altri italo-scozzesi, quelli raccomandati, venne garantito un posto nella scuola. L’azione determinata dei miei genitori alla fine mise il rettore in ginocchio. Ricordo ancora l’angoscia sul viso di mia madre quando le chiesi se potevo avere la mia uniforme scolastica e le assicurai di non aver fatto nessun errore all’esame.

Mi dissero la verità solo dopo che il problema era stato risolto e in quell’occasione appresi anche che il rettore era rimasto molto seccato per aver dovuto avere a che fare con una donna, essendo mio padre troppo disgustato per incontrare il rettore di persona. Fu un’esperienza ulteriore che confermò la mia visione secondo la quale i preti sono virus della società, che corrompono la verità e infettano il pensiero.

Catalano: Professore, in che senso e fino a che punto la religione porta il peso della responsabilità per l’educazione socio-culturale dell’individuo, con particolare riferimento all’Italia?

Pacitti: Mi permetta di chiarire che io mi oppongo a tutte le religioni, poiché esse sono irrazionali e diffondono false credenze. Qui parliamo, nello specifico, del cattolicesimo romano. Gli esempi che ho appena citato riguardano il Regno Unito solo in senso molto limitato, poiché presentano alcuni dei marchi inconfondibili della Chiesa Cattolica italiana: l’avvelenamento delle menti dei giovani attraverso un indottrinamento volto a inculcare stupidaggini; la restrizione arbitraria della libertà di pensiero attraverso la ginnastica dell’autocensura; l’uso di concetti di gratuita violenza fisica e psicologica avente lo scopo di terrorizzare per raggiungere fini prestabiliti; la mancanza di rispetto per i meriti personali; l’ossessione per il potere e la gerarchia; l’accettazione della filosofia delle raccomandazioni e degli scambi di favori; il disprezzo per la verità, per la giustizia e per i princìpi più alti; la mancanza di rispetto e perfino il disprezzo verso le donne; e l’ipocrisia.

In Italia la situazione è ovviamente molto peggiore, poiché questi pregiudizi sono stati per secoli parte della normale vita quotidiana, nel senso più ampio possibile. Nei casi migliori, la religione cattolica romana incoraggia i credenti a compiere certi atti moralmente positivi e ad astenersi dal compierne altri moralmente negativi. Ma immancabilmente per le ragioni sbagliate. In questo senso, molto limitato, il cattolicesimo romano può essere considerato positivo. Dall’altro lato, soprattutto in Italia, l’etica del perdono ha portato ad una profonda corruzione di valori come verità e giustizia. Ha anche favorito la debolezza di volontà, offrendo scarsi incentivi all’obbedienza alle leggi.

Credo che in questo caso il male superi di gran lunga il bene e che la religione cattolica romana debba essere ritenuta la principale responsabile di una corruzione endemica e profondamente radicata. Nel frattempo, con la pubblicazione del suo catechismo, Herr Ratzinger (§43 ss.), non contento evidentemente dell’abissale record di corruzione detenuto dalla sua Chiesa, ha compiuto un importante passo verso la legittimazione di quell’atroce massacro umano provocato dalle bombe e da altre armi. Ricorderà inoltre che all’alba dell’invasione alleata dell’Iraq, il Vaticano disapprovò le proteste pacifiste in Italia, fondamentalmente per il motivo che il Vaticano si riteneva l’unica autorità autolegittimatasi a intervenire sull’argomento. Né le proteste pacifiste ricevettero dai media italiani l’attenzione che meritavano, il che non è certo una sorpresa.

Catalano: Lei ha una conoscenza molto solida del sistema universitario italiano, essendo lei stesso un docente. In molti dei suoi articoli lei parla in modo instancabile, assai critico e senza mezze misure dell’anormale stato di degenerazione delle università italiane. A cosa è dovuto questo disastro e quali problemi potrebbe causare sul lungo periodo?

Pacitti: Come si può avere una scuola o un’università credibile all’interno di un sistema che non solo non riconosce l’elemento fondamentale del merito, insieme ai valori supremi di verità, giustizia e autentica libertà di pensiero e di espressione, ma nutre addirittura verso tutte queste cose un cinico disprezzo e punisce in continuazione gli insistenti tentativi di valorizzarle? La competizione per una cattedra che è già stata assegnata in anticipo non merita di essere chiamata competizione. Un esame in cui tutti imbrogliano e i professori fanno favoritismi non è un esame.

Un’università italiana non merita di essere chiamata università poiché molte connotazioni comunemente associate alle università vere e proprie sono dolorosamente assenti. Abbiamo bisogno di riflettere sul fatto che ogni docente, oltre a insegnare i contenuti della propria materia, insegna allo stesso tempo, probabilmente in modo del tutto inconscio, attraverso l’esempio che fornisce, proprio come i bambini imparano più dall’esempio dei propri genitori che dall’istruzione esplicita. Gli studenti, inconsciamente, assimilano quest’ultimo aspetto. In un’università italiana il docente che vi fornisce l’insegnamento è, nella migliore delle ipotesi, colpevole di complicità passiva nella perpetuazione di un sistema corrotto, poiché non è credibile che egli non sia consapevole dei diversi meccanismi di corruzione, eppure la debolezza di volontà e la paura di reprimende gli impediscono di denunciarli.

Anche qui la mentalità italiana, generata dalla Chiesa Cattolica Romana, impedisce di percepire un simile comportamento per ciò che è. Dovrebbe essere fin troppo ovvio che le persone che scelgono di non denunciare la verità, pur conoscendola, che optano per il muro di silenzio, divengono automaticamente complici dei criminali e corresponsabili della corruzione. Ma il condizionamento culturale cattolico oscura sistematicamente questa e altre simili percezioni. Nella peggiore delle ipotesi il vostro docente giocherà un ruolo attivo in quella corruzione in modo regolare e duraturo. Che possibilità hanno gli studenti se coloro che rivestono il ruolo formativo sono essi stessi impresentabili? Un attento studio dei meccanismi attraverso i quali la conoscenza viene assimilata nel  contesto di una classe contribuisce ad evidenziare questo aspetto. Ecco perché, in Italia, l’educazione gioca un ruolo chiave nel rinforzare e perpetuare la corruzione e la perversione di valori fondamentali.

(1- continua)



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